“XVIII Seminario per insegnanti d’italiano dei licei della Baviera, Orvieto”

27 April 2003

Trascrizioni di appunti personali non ufficiali e non controllati
Intervengono:
Massimo Maracci, Direttore di Cultura Italiana
Enrico Petrangeli, Antropologo, Assessore alla Cultura del Comune di Orvieto e Presidente della Fondazione Centro Studi “Città di Orvieto”
Giuseppe Maria Della Fina, Direttore Scientifico del Museo “C. Faina
Alberto Satolli, Storico
Udo Schmidt
Paolo Nori, scrittore
Claudio Bizzarri, Archeologo
Ferruccio Della Fina, Architetto
Raffaele Davanzo, Soprintendenza per i Beni Culturali dell’Umbria
Elvio Dal Bosco, Economista
Lorenzo Polegri, Gastronomo

 

Trascrizioni di appunti non ufficiali e non controllati

XVIII Seminario di aggiornamento per docenti di lingua italiana nelle Scuole secondarie superiori della Baviera Orvieto Centro Studi “Città di Orvieto” – Piazza Duomo, 20 27 – 30 aprile 2003 Organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera in collaborazione con il Bayerisches Staatsministerium für Unterricht und Kultus, il Comune di Orvieto, la Regione Umbria , la Provincia di Terni , la Fondazione per il Centro Studi “Città di Orvieto”, la scuola “Cultura Italiana” di Bologna “La Città di Orvieto ed il suo territorio” un tipico caso di storia, arte e tradizioni culturali dell’Italia Centrale La Città di Orvieto sorge ai margini meridionali della Regione dell’Umbria: detta “il cuore verde dell’Italia”, ma la sua storia, le sue tradizioni e la stessa lingua dialettale si d Tufo” Claudio Bizzarri, Archeologo ore 17.00 Visita guidata al Pozzo di San Patrizio ed alla Rocca dell’Albornoz Ore 20.00 Cena Martedì 29 aprile 2003 Ore 9.00 Conferenza: “La trasformazione della Città dall’ Ottocento ai giorni nostri” Ferruccio Della Fina, Architetto Ore 11.00 Visita guidata ai monumenti della Città Ore 13.00 Pranzo Ore 14.30 Visita guidata al Duomo di Orvieto Conferenza-Visita: “La Cappella Nova e gli affreschi del Signorelli” Raffaele Davanzo, Soprintendenza per i Beni Culturali dell’Umbria Ore 17.30 Conferenza: “L’ economia dell’area orvietana, turismo e produzioni tipiche” Elvio Dal Bosco, Economista

Ore 18.30 Aspetti della tradizione enogastronomica dell’Orvietano Lorenzo Polegri, Gastronomo Ristorante “Zeppelin” Ore 20 Cena di commiato Mercoledì 30 aprile 2003 Ore 9.00 Conferenza-Visita “Orvieto underground” Claudio Bizzarri, Archeologo Successivamente degustazione di prodotti tipici locali offerta dal Servizio Turistico dell’Orvietano in collaborazione con la Società Speleotecnica Partenza Domenica 27 aprile 2003 Ore 10.00 Saluto di benvenuto Stefano Cimicchi, Sindaco del Comune di Orvieto Saluti delle autorità Andrea Piazza, Addetto dell’Istituto Italiano di Cultura, Monaco di Baviera Massimo Maracci, Direttore di Cultura Italiana Bologna Conferenza: “L’ identità culturale attuale di una città d’ arte minore” Enrico Petrangeli, Antropologo, Assessore alla Cultura del Comune di Orvieto e Presidente della Fondazione Centro Studi “Città di Orvieto” Dato che non ero sicuro di riuscire a interessarvi con gli argomenti che avrei proposto oggi, ce l’ho messa tutta almeno per intenerirvi, impietosirvi e mi sono fatto male a un piede. E questo in genere predispone ad essere più clementi nel giudizio, sapendo che l’altro soffre al piede. Allora, nel mio intervento io partirò un po’ provocatoriamente, dal mettere in discussione il fatto che esista un’identità culturale, proprio per allacciarmi a quella prospettiva che diceva prima il dottor Maracci. Dopodiché vorrei darvi degli esempi di come l’identità culturale sia costantemente rinegoziata, rimessa in discussione, riformulata, ridefinita. E poi vorrei fare con voi stamani, il fatto che Orvieto, come altre città, che mantengono una intensa sedimentazione storica, consentono, attraverso il recupero del passato, l’equivalente dell’esperienza che oggi consentirebbe un viaggio verso luoghi esotici. In qualche maniera la nostra storia, i percorsi e le dinamiche che appartengono alla nostra storia nelle diverse epoche, che hanno a che fare con i diversi livelli che storigraficamente riusciamo ad accertare, ci mettono poi nella condizione di fare un’esperienza quasi uguale a quella che sarebbe prendere l’aeroplano e andare in un luogo esotico. La nostra storia è come il luogo della riconferma delle nostre radici come luogo del nostro esotico. La primissima considerazione. Io credo che voi abbiate trovato normale entrare in quest’ambiente, io credo che voi abbiate trovato, tutto sommato, abbastanza accettabile l’idea che in parte quest’ambiente sia già recuperato in parte debba esserlo perché fino a due anni fa quest’ambiente era un ospedale. E’ stato un vero e proprio shock, di carattere culturale, accettare l’idea che l’ospedale si potesse spostare di qui. Ora cerchiamo di essere razionali, un ospedale, al centro di un centro storico, che ci sta a fare? Un ospedale sulla piazza del duomo, che ci sta a fare? Rende tutto estremamente più complicato, problemi di traffico, problemi di parcheggio, di qualsiasi tipo. Non è meglio che un ospedale sia vicino all’uscita dell’autostrada? Da un punto di vista razionale è decisamente meglio. Il problema è che l’ospedale collocato in piazza del duomo apparteneva a una scelta razionale quando l’urbanistica era quella del XIII secolo in cui si è insediato. Oggi, appartiene a una scelta urbanisticamente efficace l’idea di collocarlo in prossimità dell’uscita del casello autostradale. Il problema è che la rappresentazione collettiva, l’idea che la gente ha in testa del significato dei luoghi, ci mettono più tempo di quanto non ci mettano le evoluzioni sociali a trasformarsi. Le rappresentazioni mentali sono più lente a trasformarsi rispetto alla realtà sociale che spesso interpretano e descrivono. Bella scoperta, ci voleva l’antropologo per parlare di queste cose. Allora. Flash, XII secolo, verso la fine. Si comincia a edificare una cattedrale, quella che vedete qui in piazza, motivi per cui Orvieto riesce a edificare una cattedrale di quel tipo sono molteplici, parlando in maniera molto realistica, perché Orvieto alla fine del XII secolo, e poi anche una buona metà del XIII secolo, era una città estremamente ricca. I suoi domini arrivavano al mare, Orbetello, per esempio, significa piccola Orvieto. I contributi da parte delle terre assoggettate erano interessanti. Orvieto non doveva spendere granché per edificare mura con le quali cingersi per resistere agli assedi perché gli orvietani da sempre hanno abitato la zona alta della rocca. Allora Orvieto si può consentire tutto di investire sul simbolico, io non credo che la commissione teologale che dà il via ai lavori rifletta molto su questo, credo piuttosto che la diatriba che si apre su quale luogo dovesse ospitare il reliquiario del corpus domini, si risolve presto perché Orvieto ha una potenza economica enormeme. Orvieto comincia a edificare il duomo, dopo un po’ è necessario trovare una collocazione per i pellegrini che accorrono al duomo, gli ospedali in tutta Italia e in tutta Europa, nascono così, come luogo che serve da ricovero, da foresteria, per i pellegrini che giungono al loro luogo di pellegrinaggio. Non sono luoghi di cura, non sono tenute da corporazioni mediche, sono gestiti da religiosi. Il cambio verso ciò che noi oggi intendiamo come ospedale, è soltanto progressivo, è molto lento. È una cosa in gran parte ancora in corso e che in Italia pesantemente risente di questa origine. Voi trovate in molte città d’Italia una collocazione degli ospedali prossima alla cattedrale, prossimo al centro di culto. Era assolutamente razionale che un ospedale, in quel contesto, stesse vicino alla cattedrale. Oggi è perfettamente razionale che l’ospedale sia dove è stato fatto. In una zona fuori dal centro storico, in una zona vicina alla espansione residenziale più consistente che ha avuto Orvieto come i quartieri che si espandono alle pendici della città, vicina al casello dell’autostrada. Perché? Perché ormai l’ospedale non accoglie più i pellegrini, ora gli ospedali non sono più foresterie, perché oggi gli ospedali sono invece centri di cura. Da che cosa devono curare gli ospedali. Devono poter senz’altro poter intervenire, per esempio, nel caso di incidenti stradali. E’ molto più facile che succeda un incidente stradale con conseguenze di un certo tipo sull’autostrada, o sulle grosse vie di comunicazione, che non nei vicoletti di Orvieto. Qui a Orvieto vi succederà di vedere un apetto incastrato nel piccolo mercato. A parte il disagio di qualcuno che deve aspettare perché si tolga via. L’apetto è un motocarro, della Piaggio. A parte il disagio, a parte la coreografia generale: immaginate il sampietrino per terra, immaginate il muro di tufo, immaginate le penne di gallina che svolazzano dappertutto, immaginate anche qualche bestemmia, siamo troppo vicino a Roma per non bestemmiare. Diventa uno spaccato pittoresco, quasi oleografico della città. In realtà quando succede un incidente è presso un’autostrada e quindi è razionale che sia laggiù. Lo spostamento da qui a laggiù ha provocato delle discussioni furibonde in città. Prima fra tutte: Orvieto rimane senza un ospedale. Se la maggior parte degli abitanti stanno nella località Cicogna, nella località Sferracavallo, perché ci si continua ostinatamente a pensare in maniera esclusiva che gli abitanti di Orvieto siano soltanto quelli che stanno nel centro storico. La consistenza demografica del centro storico è in rapporto uno a quattro rispetto alle zone residenziali della città. E allora perché Orvieto rimane senza ospedale se questo ospedale anziché stare al centro storico va in, presso una di queste zone residenziali. Si è dovuto trovare una via di conciliazione per resistere alle pressioni degli orvietani, e sotto trovate ancora schierata qualche ambulanza. Le ambulanze sono vuote, grazie a Dio. Sono ambulanze che servono soltanto per trasferire all’ospedale quelle persone indigene, autoctone del centro storico, che si facessero male proprio qui, nel centro storico e che si vedrebbero, comunque, confortate a dire portami all’ospedale, cioè non è qui l’ospedale, è altrove. Basta una croce rossa e un furgone bianco per essere completamente tranquillizzati. Ci vuole un bel po’ prima che le strutture mentali colgano i cambiamenti che l’evoluzione sociale ha imposto ai luoghi della città. Allora, da questo punto di vista, un po’ provocatoriamente, mi viene da riprendere l’idea di un grosso antropologo italiano che si chiama Remotti, insegna a Torino; è vivente, normalmente si citano solo quelli che sono appena morti, mai attribuire a qualcuno la stima di chi è ancora in vita. Egli in un saggio va contro l’identità, provocatoriamente lui dice smettiamo di parlare della identità culturale. Rendiamoci conto che tutte le nostre rappresentazioni che ci portano a caratterizzare qualcosa o qualcuno, in maniera forte e però statica, è come imbalsamare la realtà. Smettiamo quindi di parlare di identità culturale come una cosa acquisita una volta per tutte. È meglio non parlarne. Rendiamoci invece conto che l’identità culturale non è una definizione, che la fa essere ente, ma è invece una realtà processuale. E allora divertiamoci a scoprire che cos’è che fabbrica l’identità culturale. Perché tutto questo; o meglio perché Remoti dice questo. Perché noi di un’identità culturale non riusciamo a farne a meno. Per quanto approssimativa, a noi ci serve sapere quelle tre, quattro cose che ci orientano rispetto a una realtà, rispetto ad un fenomeno, rispetto ad un individuo, e così via. Ciò che facciamo di una qualsiasi realtà, di un qualsiasi individuo, di un qualsiasi fenomeno, in genere è approssimata, riduttiva. È il gioco di cui ci rendiamo conto quando per esempio ci chiedono di descrivere una persona, o di descrivere un luogo, sentiamo che le parole non ci bastano; non sappiamo bene come selezionare i caratteri che fotografano una realtà. Procediamo un po’ a casaccio, qualche volta siamo simpatici, qualche volta siamo dei passionali, dipende dal nostro grado di coinvolgimento, se mi chiedete di descrivere mio figlio, lo faccio in un certo modo, se mi chiedete di farvi un identikit di chi ha provocato il mio incidente, ve lo faccio diversamente. Provocatoriamente potremmo dire che noi non conosciamo la realtà, conosciamo la rappresentazione della realtà. Io mi sento autorizzato a prendere questa, perché so di parlare a persone che per esempio hanno nel loro background la Critica della Ragion Pura, allora Kant grosso modo, diceva che il nostro cervello funziona articolato in categorie, al di fuori di quelli che sono i limiti delle categorie non possiamo prendere nessuna forma di realtà. Le categorie non sono biologiche, non sono metafisiche, sono di carattere sociale, di carattere culturale. Ciò che comunque è il nostro modo di ragionare, determina anche i minuti del nostro modo di ragionare, e di sentire le cose. Perché noi in parte ragioniamo in parte reagiamo, praticamente, con la realtà. Allora, partiamo dal presupposto che la realtà non esista. E diciamo che noi abbiamo in continuazione rappresentazioni della realtà. Oggi vi condurrò a dare una grattatina, una scrostatina, all’immagine, alle cartoline che per noi sostituiscono normalmente la realtà. Allora. Orvieto che cos’è. Orvieto è una cittadina piccola, abbastanza bella conosciuta. Mi hanno consigliare di dichiarare subito il numero di abitanti per necessità, per un’idea della grandezza, dai 21,000 ai 23,000. uno più uno meno, insomma bisognerebbe andare a vedere se qualcuno è nato stanotte. L’intero comune. Il territorio è molto esteso, non c’abbiamo il mare, come vi dicevo prima, ma in compenso una comunità montana sì; montana per come si può intendere montagna in una zona pre-appenninica nell’Italia centrale. Quindi non vi immaginate le renne o cose del genere. Allora vi dicevo le cartoline di Orvieto, ciò che ci serve per poter dire: “Ah sì, io ci sono stato.” E ho fatto un’esperienza. Ora deve farlo per poter partecipare ad un gruppo, per far vedere che la mia esperienza è comparabile con la tua. Allora: il duomo, il pozzo di San Patrizio, il palazzo del comune, il palazzo del popolo, la piazza, il quartiere medievale, poi il vino. Se foste stati italiani, fino a qualche decennio fa, la scuola , il – come si chiamava – Centro Addestramento Reclute – la caserma, Orvieto in un certo periodo ha avuto più reclute che non indigeni. Cioè in particolare quelli della note, le reclute all’interno della caserma arrivavano ad essere intorno 2500 e la popolazione su centro storico, quelli che si considerano tipicamente orvietani, arrivava al massimo intorno ai 3000. Quindi c’erano più reclute e, immaginate che cosa significa dal punto di vista dell’impatto sociale. Quelle sono un po’ le cartoline di Orvieto. Per ognuna di queste cartoline, c’è un’immagine. Ognuna di queste cartoline rappresenta un’immagine, quest’immagine sintetizza un percorso storico, un percorso di elaborazione sociale di un altro posto. Noi molto spesso ragioniamo per cartoline. Andiamo a vedere cosa c’è dietro ad alcune di queste cartoline. Una delle più famose è Orvieto uguale a città dei papi. Perché? Avete fatto caso entrando qui? Lateralmente al duomo, lasciando la facciata sulla destra c’è un vasto complesso, finito, fatto, all’interno di una realtà che è quella tipica di una piccola città d’arte minore… scusatemi perché ogni tanto mi vieni di pensare al fatto che, son reduce da una serie di conferenze in Australia e buttando lì “un vasto complesso edilizio”, pensando in termini miei; quando questi mi hanno chiesto quanto vasto fosse, mi sono reso conto che era più piccolo del grattacielo dove stavo parlando. Allora è un vasto relativo. Faccia del duomo, sulla destra, un vasto complesso edificio, vasto in relazione alle specificità urbanistiche e storiche e sociali di Orvieto che chiamiamo dei palazzi papali. E allora dunque si dà confermata l’idea che Orvieto sia stata una delle residenze predilette dai papi in determinate fasi del basso medioevo. Uno di questi papi, prima di venirci ad abitare, aveva deciso che Orvieto andasse bonificata. Da che? Da che bisognava bonificare? Dagli eretici. Orvieto era una cerniera che si consentiva di fare alleanze con Siena o con Firenze, per fare guerre ognuna contro l’una o contro l’altra. Innocenzo III deve bonificare Orvieto. Come fa? Manda un podestà e gli attribuisce incarichi di polizia. Grossomodo è un esempio tipico se si vuole riassoggettare al potere centrale. Nel caso specifico ci cominciamo a interrogare ma Orvieto, allora, è la città dei papi o ci è diventata solo dopo un certo periodo? Oggi il nostro percepire una città dei papi, Orvieto come una delle città dei papi, insieme a Viterbo, Orvieto urbs vetuus, Viterbo vetuus urbs. C’è qualche cosa che lega le due città, tutt’è due vicine a Roma, tutt’è due abbastanza importanti, tutt’è due residenze papali. Allora, però, Orvieto residenza papale c’è diventata non per vocazione ma per conquista. Non è esattamente la stessa cosa. Non è un tratto distintivo dell’identità culturale dire che Orvieto è città papale, prescindendo dalla modalità attraverso la quale è diventata una residenza papale. E dalla normalità attraverso la quale si è corroborata, consolidata quest’idea che sia città papale. Ma la vicenda del podestà inviato da Innocenzo III ci consente di andare subito più a fondo in questa faccenda dell’identità culturale. Allora, il problema dell’identità culturale di come si stratifichi u Pietro Parenzo stesso. Questi ha l’obiettivo di sconfiggere l’ereticità insediata ad Orvieto. Lo sapete che cosa va ad escogitare questo? L’unico atto politico che viene documentato dalla leggenda, documenti di altro genere non ne abbiamo, quindi possiamo prendere a testimonianza la leggenda, fa un intervento per impedire le battagliole di carnevale. Ora con tanti problemi che ci saranno stati, con tanti problemi che ci saranno stati, nella gestione di una città infestata dagli eretici, che centra andare a prendere un provvedimento per impedire le battaglie del carnevale? Allora vediamo un po’. Comunque ha fatto questa cosa poi è tornato a Roma per la Pasqua, poi è tornato a Orvieto gli hanno assestato una botta sul capo: Pietro Parenzo non c’è più. Finisce l’attività, la vicenda temporale di Pietro Parendo, comincia il tentativo di bonificazione di questo paese. Allora. Che centra andare a vietare le battagliole di carnevale. Che cosa sono le battagliole di carnevale? Qualche volta durante l’anno può essere consentito di comportarsi da folli. Qual è il periodo che autorizza alla follia di scendere in campo? Il periodo di carnevale. Nel periodo di carnevale a Orvieto come è culto un po’ nell’area mediterranea, attraverso comportamenti individualizzati si mette in scena il mondo alla rovescia, se volete, ma si coglie anche l’occasione per regolare dei conti; ristabilire gli equilibri all’interno della comunità. Orvieto come una città che sistema le sue controversie cittadine, le sue asperità cittadine, attraverso una forma di conflitto ritualizzato. Tra i diversi quartieri di Orvieto ci si sfida in battagliole, piccole battaglie. Ci si mena. Picchia. Mena in questi casi; con bastoni, ci si lancia dei sassi. E abbastanza difficile che una cosa del genere porti alla morte di qualcuno, e però si afferma il dominio di un determinato territorio. Dominio che è delle famiglie, dominio che è dei luoghi, dominio che è dei quartieri, dominio che è dei vicoli e così via. A carnevale si fanno queste robe. Arriva Pietro Parenzo, ma possibile che l’unico atto di polizia che ha fatto sia stato intervenire sulle battagliole di carnevale. Perciò ce l’avevano con lui. E non i reduci, ma tutti, ovviamente. Pietro Parenzo va a Roma, riferisce a Innocenzo III, e gli dice guarda che strani questi orvietani che durante il periodo di carnevale si fanno guerra. Torna a Orvieto e viene accolto da un gruppo di congiurati che con una martellina da cantiere gli assestano una botta sul capo e Pietro Parenzo non c’è più. A quel punto, ovviamente, si scatena la repressione per cui il podestà è più efficace da morto che da vivo.. sarebbe veramente interessante da considerare. E a questo punto si vede come le maglie dell’essere eretico, si smagliano. Non è necessario aver fatto una professione di fede specifica, ma essere sospetti. Essere apparentato con qualcuno di sospetto va ancora bene e così via. Orvieto entra in quella fase particolarmente religiosa che fa dire anche a Dante nella Divina Commedia, che non esiste un’altra realtà più religiosa a sua conoscenza. Comincia un’altra storia, quella del tentativo di far santo Pietro Parenzo. Allora, si cominciano le suppliche al papa, Innocenzo III; e rimangono documenti che è il comune a chiedere al papa di beatificare o santificare Pietro Parenzo. Il primo che nomina, vuol saperne di fare santo Pietro Parenzo è proprio il papa Innocenzo III. Ma soprattutto Innocenzo III è il papa che permette il continuo proliferare di richieste di santità che ogni luogo della penisola italiana produceva verso la fine del XII secolo e produrrà per tutto il XIII, metà del IV, avendo avuto nel frattempo come nuovo impulso l’insegnamento degli ordini mendicanti. Il papa diceva un momento non è possibile che ogni città abbia il suo martire, abbia il suo santo, abbia il suo patrono perché sennò qui non governiamo più niente. Perché non governiamo più niente? Perché un santo era un grosso motivo di attrazione a livello simbolico, ma era un catalizzatore di business formidabile. Perché, beh perché, per esempio, attraverso il santo, perpetrare la grazia del santo si facevano degli ex voto. Ora gli ex voto, ricostruendo la storia dei santi orvietani, si vede che gli ex voto variano. Allora ad un certo punto la cosa più interessante è che quando c’è una chiesa in edificazione, gli ex voto, a ringraziamento di un miracolo, sono sapete cosa, formate di calce, cioè non si dà l’ex voto, in genere, con la forma dell’atto che è stato curato da, si danno formate di calcio che servono al cantiere, si danno carichi di pietre che servono al cantiere, si danno mattoni che servono al cantiere e poi, siccome molto spesso è scritto chi è che lo fa non è mica così difficile ricostruire una agiografia di come quel santo o quell’altro sia stato accolto tra le varie famiglie di potenti. Allora per esempio vedere che il comune di Orvieto offre un cero di una certa consistenza per la festa della Madonna dell’Assunzione in Cielo, che è titolare della cattedrale, o per la festa di Pietro Parenzo, vuol dire veder riconosciuto qual era la potenza all’interno di una comunità di carattere medievale. Nel caso dei santi succede esattamente quello che succede nella comprensione della identità culturale; a un certo punto, quel povero disgraziato di Pietro Parenzo, che non verrà mai fatto santo, smette di essere protagonista della sua fortuna e diventa la sua immagine, prima il suo cadavere, come fonte di reliquie e poi la sua immagine vengono continuamente manipolate da alcune persone, che hanno degli interessi di un certo tipo. La cosa interessante è che il santo smette di essere protagonista, tutte quest’altre forze intorno cominciano a lavorare perché la sua rappresentazione ecc. ecc., si forma una cartolina. Allora Pietro Parenzo non è mai stato riconosciuto santo, in tutti i modi si è provato a farlo santo, l’ultimo che ci ha provato è stato il podestà di Orvieto durante il periodo fascista. Perché nel ventennio servì, è stato istituito il ruolo di podestà. E’ venuto pensato al podestà di Orvieto; abbiamo una minuta della lettera però non si legge la data grosso modo dovrebbe essere il trentasei, gli è venuto di pensare di scrivere una lettera a Sua Eccellenza il Cavalier Benito Mussolini, per dire che secondo lui San Pietro Parenzo, visto che il papa non lo faceva santo, lo faceva il podestà di Orvieto, poteva diventare il podestà di tutti, scusatemi, il protettore dei podestà italiani. Non lo so quante altre cose Sua Eccellenza il cavalier Benito Mussolini abbia fatto bene, a questo non gli ha neanche risposto. La cosa interessante è che un dipinto con il martirio Pietro, seicentesco, con il martirio di Pietro Parenzo, sta alle spalle del Presidente del Consiglio comunale, che non ha idea di chi fosse Pietro Parenzo, di tutti questi legami, lui se l’è trovato lì, questa presenza un po’ ingombrante, è un quadro carico, seicentesco, molto forte. Con la scena del martirio. E siccome adesso la sala del consiglio è interessata da lavori di recupero da parte della sovrintendenza, si è dovuta allestire un’altra sala e non ci ha devoluto quel quadro, dietro le spalle, sarebbe stata almeno l’occasione per farlo fuori, invece no. E ogni tanto c’è qualcuno che si sveglia dicendo facciamo un santo patrono di Orvieto. Basta, per carita! La cosa interessante è che tutta questa “trattazione” è che tutta questa storia che vi ho raccontato non è più consapevole per gli stessi orvietani, però rimangono delle tracce interessanti, per cui vedere il Presidente del Consiglio Comunale che prende solennemente posto su una raffigurazione del martirio di Pietro Parenzo, non può far altro che far pensare al fatto che i percorsi di maturazione mentale, a cui facevamo riferimento prima, seguono altre logiche rispetto ai tempi dei lavori. E si aprono degli scenari di congruenza o incongruenza per cui veramente l’identità culturale è qualcosa di complicato. Più complicato che normalmente consideriamo. Vi faccio un altro esempio. Ormai ho inaugurato uno stile colloquiale, per cui… a me succede da professore che i miei allievi mi chiedano: ma professore questo lo dovevo scrivere professore, lo dovevo appuntare. Dunque vedi che era importante anche questo, non è questo il problema. Un altro esempio. Allora io primo vi dicevo una realtà viene, tra virgolette, resa cartolina da altri, perché attraverso la sua rappresentazione si riesca a manipolare, d’accordo? Sono gli stessi abitanti di Orvieto però che manipolano la loro stessa realtà a Orvieto come altrove. Tre o quattro anni fa, questo è il discorso con Salamoni al quale ho raccontato già la storia, però per l’uditorio questa parte è nuova. Tre o quattro anni fa sono stato relatore di una tesi di laurea sulla rappresentazione che i figuranti del corteo storico. Orvieto si tiene, per la festa del Corpus Domini, una processione religiosa alla quale segue o alla quale è preceduta, un corteo storico. Questo corteo storico è una cosa straordinaria perché sono circa quattrocento figuranti che sfoggiano, indossano, dunque sfoggiano degli abiti che dovrebbero essere riproduzioni degli abiti medievali. Allora abbiamo fatto una tesi di laurea come istituto di antropologia per vedere che tipo di consapevolezza avessero intorno a loro, alle loro partecipazioni, questi quattrocento figuranti. Quattrocento figuranti, poi ci sono gli organizzatori, poi ci sono i direttori, poi ci sono le autorità politiche, poi c’è il comitato, insomma tutta la Orvieto indigena si muove insieme a quella festa. Vi tralascio una serie di cose interessanti e vi faccio soltanto un aneddoto. Ad un certo punto abbiamo intervistato una persona che porta in corteo una corazza molto bella, vi invito se avete l’occasione a rimanere, no non ce la fate, perché è a giugno. Perché da un punto di vista dell’artigianato artistico è interessante. Abbiamo fatto un’intervista a uno di questi figuranti che porta sulla corazza l’immagine di due oche. Due oche che intrecciano il loro collo. Abbiamo chiesto a questo signore quale fosse il significato, se conosceva il significato di questa immagine. Di questo blasone. Ci ha detto ovviamente sì. L’oca è da sempre il simbolo del popolo. Non so se per i greci l’oca sarebbe stato il simbolo del popolo. L’oca è da sempre il simbolo del popolo. Due oche significa due popoli. L’oca di destra è il popolo orvietano, l’oca di sinistra è il popolo di Firenze che stringono un patto attorcigliando il loro collo contro il popolo di Siena. Chiuse le virgolette. Quando c’è stato questo fatto tra Siena, Orvieto e Firenze? Nel medioevo. È perché è successo di tutto nel medioevo. Abbiamo fatto la stessa domanda al maestro artigiano che ha realizzato quella corazza. Che cosa rappresentano le due oche? Virgolette, la fondatrice del corteo storico mi aveva chiesto di fare un’armatura per uno dei due fratelli, io non gliela volevo fare, lei mi ha detto guarda bisogna farla perché ci sono influenti è bene che sia dentro il corteo. Siccome si sa in città che i due fratelli sono, è noto, sono stupidi, io ho scelto l’animale più stupido. E li ho fatti talmente stupidi che si intrecciano il collo e finiscono con lo strozzarsi. Quindi a sua insaputa, quello che va orgoglioso delle oche, porta a spasso per Orvieto la rappresentazione della sua stupidità. C’è un particolare. E’ una specie di vendetta ancora più sottile perché l’artigiano è artigiano infatti appartiene al mondo delle professioni, il corteo storico di Orvieto, oggi, è quasi interamente composto da avvocati, architetti, docenti universitari, giudici, medici, non si trova un idraulico, non si trova un elettricista, un meccanico, con le mani sporche di grasso. Non si trova. Sono convinti loro stessi di essere, che un giorno all’anno Orvieto celebra tutto il suo fasto. Orvieto si riappropria di tutta la sua identità culturale, Orvieto esprime il periodo più importante che ha vissuto, non come adesso, quei quattro scalzacani di sindaco e degli assessori. Allora, c’è questo era un inciso di carattere sociologico, c’ha visto bene la fondatrice a mettere tutte queste persone dentro, però le stesse non si sono sapute trasformare in soggetto di pressione politica e non riescono ad esprimere quel consenso anzi il contrario si espongono ad essere sbeffeggiate. La cosa ancora interessante è che vi dicevo c’è l’artigiano che si prende beffe del libero professionista e nel pezzo che vi ho citato tra virgolette un particolare un po’ più grave, un po’ più importante che spiega perché l’oca sia l’animale più stupido. Che fa parte proprio dell’esperienza dei contadini. L’oca è l’animale più stupido perché mangia e defeca. Per questo è, obbiettivamente è così. Hanno un apparato digerente ridottissimo e quindi non fanno in tempo a ingurgitare un boccone che devono evacuare. Da questo punto di vista nella cultura contadina non c’è animale più stupido. Nella cultura artigianale, che ha sempre mantenuto un legame con quella contadina, questo viene preso come forma di valore, e viene attribuito invece ad un rappresentante. Allora che cosa sfugge o che cosa rimuovono tutti questi partecipanti al corteo storico. Il fatto che il corteo storico abbia soltanto cinquant’anni di vita. Non gli va proprio giù che il corteo storico abbia una data di nascita, 1951, una modalità di nascita, un accordo, fra il vescovo e il prefetto, e soprattutto non accettano l’idea che il corto storico possa riferirsi a un fenomeno complessivo e più ampio. Il corteo storico per loro è qualcosa di unico che affonda le sue radici nel medioevo. Riporta in corteo i costumi che erano propri del medioevo orvietano. Alla domanda: ma dove li avete visti i costumi tipici? Ci sono gli affreschi, quali! Ci sono degli affreschi a Orvieto, ovviamente, quelli all’interno del duomo. Andate a vedere come sono vestiti i personaggi là presenti, prendete qualche fotografia fa molta differenza. Due. la fondatrice aveva dei libri, quali? Dove sono questi libri. Ce li aveva a casa sua e sono stati distrutti da un incendio. E via dicendo. Non accettano il fatto che il corteo storico di Orvieto, come gran parte delle rappresentazioni che si rifanno al medioevo, in Italia sono frutto di un fenomeno degli anni cinquanta voluto specificamente dall’autorità politica del periodo, sulla base di una necessità forte, la creazione dell’identità culturale. L’Italia usciva dalla guerra, beh, dopo un’uscita come la nostra dalla guerra vi assicuro che era un po’, abbastanza complicato capire quale fosse l’identità culturale degli italiani. Uscivamo senza quelle figure tradizionali che avrebbero dovuto essere di riferimento in periodo di crisi che assolutamente erano screditate. Ad un certo punto si riavvia la ricostruzione bisogna dare un riferimento culturale. In tutta Italia ci si impegna proprio negli anni cinquanta, un ‘operazione voluta a tavolino, non a caso dalle forze di polizia per un verso e dall’altro dalle forze del clero, di ricreazione dell’identità culturale. Nascono allora la gran parte di tornei, giostre, cortei di soggetto medievale che vedete tipici in Italia. Perché quel periodo? Perché il periodo imperiale dei romani era meglio non tirarlo fuori. Era stato troppo saccheggiato dall’epoca fascista perché si potesse tornare a trovare un elemento che accomunasse tutti gli abitanti dello stivale. Il rinascimento era cosa molto legata alle corti. Il periodo in cui maggiormente ce stata espressione di splendore, per cui era possibile pensare di trovare qualche retaggio a livello culturale era quella dell’epoca dei comuni. Cosa addirittura contrapposta all’imperatore. Allora non accettano questi figuranti l’idea che il corteo storico, che per loro è diventato quasi ragione di vita, possa avere una data di nascita. Museo Archeologico oppure Museo C.Faina “Orvieto: dallo splendore della civiltà etrusca alla distruzione romana” Giuseppe Maria Della Fina, Direttore Scientifico del Museo “C. Faina” Manca la trascrizione “Orvieto ed il suo territorio: dal Medioevo al Rinascimento” Alberto Satolli, Storico […] si fa fare un monumento funebre, monumento funebre del cardinale che cos’è, la celebrazione della santità del personaggio, se lo fa fare da un signore che era il Renzo Piano del suo periodo: Arnolfo di Cambio. Arnolfo di Cambio ve lo diranno meglio di me gli storici dell’arte; l’architetto, lo scultore, lo scenografo del pontefice, allora monumento funebre all’interno della chiesa dei domenicani dall’architetto del pontefice. In cima, la struttura è cuspidale c’è un sarcofago, poi una cuspide, in cima alla cuspide grosso modo c’è una statua della Madonna con Bambino, attribuita ad Arnolfo di Cambio, Arnolfo di Cambio architetto e scultore eccellente favorito dal Papa, che voleva magnificare il cardinale de Brei all’interno della chiesa di San Domenico. I recenti lavori che sono stati fatti per il recupero di quel monumento hanno portato a smontare questa Madonna, qualche pezzo era del Nofri, qualche pezzo era di Arnolfo di Cambio ma quella Madonna era una vestale romana del II secolo. All’interno dell’ortodossia, dell’ortodossa che si riusciva a pensare ad Orvieto Arnolfo di Cambio cosa fa? Usa una divinità pagana per fare la Madonna. Ha avuto pure un problema, perché le vesti della divinità pagana erano da divinità pagana e il seno non era propriamente nascosto era appena velato, ora immaginate voi una Madonna con il seno velato, allora sapete che ha fatto, se non fosse stato un pezzo di marmo sarebbe stato terribile, gli ha tolto un braccio, l’ha messa seduta e gli ha messo davanti un bambinello, il braccio rotto adesso ospita il bambinello e soprattutto nasconde il seno, per quel poco di seno che si vede c’è una giustificazione per cui diventa una Madonna del Latte piuttosto che una divinità pagana. Ora o Arnolfo di Cambio era un lazzarone, un maramauto, un birbaccione. Il medioevo, l’alto medioevo a Orvieto come altrove è pieno di riusi dell’antichità classica, non si ponevano proprio il problema dell’incompatibilità quasi di valori tra la Madonna e la vestale pagana. Intercultura, eccola. Al di là di ogni teorizzazione che potremmo fare pensate a quelle condizioni che dicevo prima, ma quale scultore prenderebbe un reperto archeologico erotizzante, che noi oggi definiamo erotizzante, e raffigurare la Madonna? Chi è che ci sa vedere che rompendo un braccio e mettendogli un bambinello, sistemarla ad un certo punto… vado avanti perplesso proprio perché io credo che a questo punto si esemplifichi quello che avevo detto in apertura e da questo punto di vista città come Orvieto o città ricche dal punto di vista appunto delle testimonianze artistiche e archeologiche, riescono a consentire un continuo lavoro di scavo alle persone appunto che riescono a fare un’esperienza adeguata. Gli esempi di questa ricerca, di questa stratificazione di cose, di valori, di significati, di segni sono veramente continui vi ho fatto dei riferimenti che sono trasversali rispetto alle varie epoche che si sono succedute ad Orvieto, che vanno dall’attuale, dal contemporaneo, dai giorni nostri fino a quello che c’è stato qualche secolo fa, che coinvolgono persone semplici come gli artigiani, oppure chiamano in causa degli architetti, dei giganti della storia dell’arte, vedrete nella visita al duomo, e lì scoprirete la differenza che c’è nella parte di cappella affrescata dal Beato Angelico e nella parte di cappella affrescata da Luca Signorelli, se volete e appena percettibile, però il passaggio dall’uno a l’altro artista testimonia di quanto profondo sia stato il cambiamento di percezione dello spazio in rapporto ad una evoluzione sociale. Beato Angelico solo qualche decennio prima del Signorelli ha un rapporto con il tempo di tipo religioso, non importa quanto tempo ci metto per affrescare una vela, mi importa che il lavoro sia fatto bene, e vedrete la minuzia con la quale ogni particolare è cesellato, soltanto con un binocolo si può appezzare, per esempio, la particolarità, il ritratto di una testina di… un qualsiasi cosa particolare; arriva Luca Signorelli, oh oggi la cappella è famosa per Luca Signorelli, non per il Beato Angelico; arriva Luca Signorelli che è un pasticcione, non conta fare bene le cose, conta fare il prima possibile, e dire che quando era venuto qui a Orvieto non era neanche così famoso, gli è venuto bene questo ciclo ha cominciato a far scuola, nella parte di Luca Signorelli succede che vedete, per esempio, un’aureola stampata sul petto mi pare dell’Evangelista. Che c’entra l’aureola con il petto dell’Evangelista, e che lì pensava di farci una Madonna, aveva già fatto l’aureola non ha avuto tempo per cancellarla, per cambiarla perché la doveva girare. L’aveva fatta più grossa, aveva messo una Madonna che dava le spalle al Padreterno il che è abbastanza grave, allora ha girato la Madonna, nel girarla spostava la testa ma l’aureola è rimasta sul petto della figura che stava dietro. Considerazione: “ tanto da laggiù nessuno lo vede, tanto”… I.: Si vede se lo sai! S: Se lo sai, se no non si vede, considerate anche che adesso si vede perché c’è un’illuminazione di un certo tipo, alla luce delle fiaccole… e c’è una cosa per esempio interessante che marca in maniera significativa questo passaggio da una concezione del tempo all’altro in relazione all’avvicendarsi delle strutture sociali, è il Maurizio che batte le ore qui in piazza del Duomo. I: Su quella torre! S: Guardando la faccia del Duomo sulla sinistra avete… I: Proprio di fronte all’uscita qui del centro studi, vero? Quella torre… I2: No c’è tutta una storia su questo. P: Il momento storico è repubblicano, no? I: Sì San Maurizio, questo è il Maurizio sulla cui origine c’è tutta… S: C’è tutta una cosa, ma dico la tesi più… P.: Ma quella di Luca Signorelli è vera perché l’ho sentita, come anche quella del Beato Angelico del senso religioso che lui metteva nel lavoro. Penso che l’ abbia rinnovato anche il Michelangelo per primo il Beato Angelico, quando disse quella famosa frase su Fra Giovanni da Fiesole che poi prese il nome di Beato Angelico, il quale disse: “Michelangelo per aver dipinto così questi santi deve averli visti in cielo”. Ecco quella minuzia, quella particolarità, quella meticolosità, i particolari… P: Anche perché Beato Angelico dipingeva spesso in una cella, aveva questa piccola cella dove lui passava tutta la giornata e dove non faceva altro che dipingere, quindi poteva permettersi il lusso di rimanere per ore e ore, se non per giornate, su una vela come diceva Lei. S: Vi dicevo che questa faccenda che rende conto di quanto cambi anche la concezione di uno degli assetti fondamentali che costituisce la nostra società, che è l’idea del tempo, ce l’avete in Piazza del Duomo se guardate la facciata a sinistra, la facciata del duomo a sinistra, all’automata che batte le ore e che si chiama Maurizio, non in riferimento al Santo, ma in riferimento piuttosto alla commozione popolare di un Murizio inteso come muro, come muricciolo che doveva essere quello sul quale originariamente sorgeva quell’automata, il muricciolo che contornava il cantiere della cattedrale, quel Maurizio lì batte le ore, le mezzore e i quarti d’ora batte su una campana, ma sostituisce l’altra campana che batteva al sorgere del sole e al tramonto. Quando Orvieto ha una economia maggiormente legata alle produzioni agricole, cioè esterne alla città è importante il campanile della chiesa che fa riferimento, che fa da punto di riferimento. Quando Orvieto comincia a sviluppare un’attività che fa sì che si sviluppino anche delle organizzazioni lavorative legate più alle modalità urbane di vita che non a quelle agricole, rimane come elemento a segnare il tempo la campana ma in un contesto laico, non è un campanile ma è un automa, con una scansione del tempo per cui si fissano unità discrete molto più qualificate: i quarti d’ora, le mezzore, le ore perché ormai si doveva disciplinare le entrate, le uscite delle forze di lavoro dal cantiere in rapporto a uno stipendio. Pensate che differenza che c’è con l’interno, per esempio del Beato Angelico che passa le giornate prescindendo dallo scoccare dalla scansione del tempo perché lui si sente consegnato ad un’altra dimensione. Massimo: Dunque non possiamo prescindere noi dalla scansione del tempo, quindi abbiamo pochissimo tempo se… I.: Abbiamo il tempo per raggiungere il ristorante, Massimo: Dopo i piaceri dell’intervento del professore ci dedichiamo ai piaceri della tavola. QUI SI INTERROMPE E PARLA UN’ALTRA PERSONA […] un numero direi notevole di diapositive perché penso che le immagini spesso siano più esplicite e più significative, specialmente dovendo trattare un periodo direi enorme perché dal momento in cui appunto la città è distrutta e c’è forse una parvenza ancora di attività e di vita romana, dicevo dal momento in cui c’è questa deportazione degli orvietani a Bolsena in effetti passarono circa sette, otto secoli prima che sulla rupe di Orvieto ci fosse una vita che in qualche maniera possa essere assimilata a una vita civica, cioè diceva Della Fina poco fa che è ovviamente come è inevitabile, diciamo la storia non è che è a salti, a buchi, quindi i romani distrussero la città e trasferirono, per non dire deportarono, gli abitanti fuori della città, vicino a Bolsena praticamente e poi certamente avevano occupato il territorio quindi in qualche maniera dovevano pur tenerlo in mano quello che non c’era più qui era la città. Quindi c’era una presenza che tra l’altro non è stata ancora sufficientemente documentata nel territorio orvietano; c’è qualche villa romana che è stata scoperta, c’è qualche reperto d’epoca romana che si è trovato sporadicamente nel territorio, c’è un consistente sito che è il Porto di Pagliano che è qui a pochi chilometri, sul Tevere alla confluenza del fiume Paglia che passa sotto la valle orvietana e va a finire nel Tevere a pochi chilometri, lì c’era un porto romano che ha funzionato quindi per molto tempo, si sono trovati insediamenti importanti e anche grosse officine per esempio per mattoni o per lucerne d’epoca romana qui appena questo porto romano c’è un paese che si chiama Basche c’è un colle, una montagna là sopra, per esempio, ci sono stati trovati recentemente proprio, parlo degli anni passati, diciamo delle fornaci per mattoni e fornaci per lucerne che hanno anche un marchio e che si conosceva come marchio sparso in parecchie parti d’Europa ma non si sapeva che fossero fatte vicino Basche, vicino questo paesino che sta a dieci chilometri da Orvieto. Quindi evidentemente c’era un territorio diciamo vissuto dai romani, ma la città era Bolsena, quindi la città di Orvieto non c’era più come città se non che Volsini stava su una via importante che era la Cassia Nuova, cioè una delle strade consolari romane che finché l’impero ha funzionato serviva appunto per muoversi all’interno dell’impero, nel momento in cui l’impero è diciamo, finito serviva a chi voleva in qualche maniera andare a Roma per vari motivi e allora tutte le così dette, a scuola ci dicevano le invasioni barbariche, evidentemente erano poi dei popoli che trasmigravano semplicemente, passavano per queste vie esistenti e naturalmente incontrando dei borghi, delle cittadine, diciamo rendevano difficile la vita in questi posti, una volta che non c’era più un’autorità consolidata, cioè non c’era più un impero romano. Quindi verso il IV secolo d.C. a Bolsena si trovarono in varie difficoltà proprio per l’invasione di Goti, Visigoti ecc. e nel V secolo d. C anche la diocesi, anche il vescovo che già c’era a Bolsena, era don Bagno Regio, viene trasferito ad Orvieto, cioè si ritorna a cercare un sito un pochino più tranquillo o perlomeno più difendibile perché Bolsena era proprio sulla strada romana, la strada romana passava in mezzo alla città romana di Bolsena quindi a quel punto era molto facile aggredire questa città e allora ritorna, come diceva pendolarmente, si ritorna a vivere sulla rupe e una delle prime testimonianze che conosciamo, veramente che non conosciamo perché l’unico sito archeologico che è stato scavato ma non mai studiato sufficientemente proprio perché c’è questo grosso problema di stabilire se i Romani qui c’erano o non c’erano, e nessuno ha avuto il coraggio fino adesso di dire una parola chiara, eppure noi abbiamo questo sito archeologico veramente eccezionale che è sotto la chiesa di Sant’Andrea dove c’è uno strato etrusco e uno strato diciamo d’epoca paleocristiana che è proprio quello che inizia nel V secolo d. C e che, diciamo, ha modificazioni fino al IX – X secolo. La basilica paleocristiana diventerà la chiesa medievale anzi sede addirittura del vescovo inizialmente. Quindi in questo sito che potete anche vedere perché è visitabile, ma è scavato in parte fino allo stato etrusco e in parte invece è rimasto in superficie lo strato paleocristiano, perché questa basilica era in effetti con mosaici. Avanti. Vediamo velocemente queste immagini, qui vedete brandelli di mosaici del pavimento della basilica paleocristiana. Avanti. Che è molto esteso anche se è abbastanza rovinato, sotto c’è a circa un metro, un metro e mezzo di altezza, cioè più in basso, c’è una strada etrusca, dei pozzi etruschi, delle canalette per esempio per forni, cioè tutta una situazione che ancora non è chiara, perché ripeto ci sono degli strati ancora che sono compattati, dei quali vediamo: una parte superiore, una parte intermedia, una parte inferiore ma non è che si abbia una visione chiarissima delle varie fasi proprio perché sono ancora una sopra l’altra infatti. In ogni caso di romano lì non è stato trovato niente, è stata trovata una strada etrusca, ora le strade sono un po’ tutte uguali ma insomma non proprio e poi c’è questo strato che è paleocristiano abbastanza evidente, con reperti dal V – VI secolo, questi mosaici vengono datati V – VI secolo, fino al IX – X secolo in cui troviamo pezzi di paliotti oppure elementi di decorazione di una chiesa successiva. Tenete conto che appunto qui in questa chiesa quindi c’è una storia che si sovrappone fino al ‘500, perché poi questa chiesa verrà sopraelevata, infatti questo è sotto la chiesa attuale, verrà sopraelevata nel medioevo e successivamente nel ‘500 rifatta ancora togliendo da torno tutto quello che c’era di medievale, per lo meno quasi tutto, quindi è un palinsesto veramente eccezionale. Con questi scavi, avanti, ecco vedete questo è un paliotto del quale tra l’altro abbiamo vari esempi ad Orvieto in varie chiese. Avanti. E qui ho messo per cominciare la prima immagine di Orvieto poco visibile perché vedete che sono gli smalti traslucidi del reliquiario del corporale, 1336 – 37 in cui compare una visione, qui la vedete un po’ meglio perché è un disegno del ‘700 che ricopia appunto il mosaico che si è staccato in parte, quindi quello che vedevate era solo l’argento che stava sotto ed è il trasferimento del corporale da Bolsena a Orvieto e quindi l’incontro che c’è con il papa che raccoglierà questo lino e poi diventerà il santo lino che è tenuto nella reliquia. In questo reliquiario, fatto nel 1337, quindi fatto circa settanta anni dopo questo miracolo per chi crede ai miracoli ovviamente. Questa storia comincia quando Orvieto ha un importanza superiore a quella che aveva nel periodo in cui si dice che sia stato fatto il miracolo. In ogni caso questa è la prima immagine che viene ripetuta. Avanti. Anche negli affreschi che sono di altri circa trentacinque, quaranta anni successivi cioè quando oltre al reliquiario verrà fatta anche la cappella del Corporale in duomo, che è la cappella in fondo a sinistra che potete vedere anche questa. E questa era l’immagine che tra l’altro, non sappiamo se si riferisse ai cento anni prima cioè a quando fu fatto il miracolo quindi inventata o se invece aveva qualcosa di reale rispetto all’anno in cui fu fatta, in effetti si capisce che c’è una rupe, c’è la città sopra, c’è una porta che era la porta Maggiore. Forse si riconosce sulla sinistra in alto una chiesa che è la chiesa di San Giovenale tra le più antiche, fondata intorno al 1000, anzi c’è una data esatta che dice 1004, bisogna prenderla forse con una certa cautela. Mi sposto un attimo così almeno vi segno, vi indico meglio le cose. Ecco vedete questa qui è la chiesetta di San Giovenale, la chiesa, San Giovenale è una delle più antiche della città e questa qui teoricamente dovrebbe essere la Porta Maggiore, poi più in basso c’è l’incontro del Papa con la processione che portava questo lino sul fondo della valle dove c’è il Rio Chiaro, e poi va bene io non ho messo tutta la diapositiva perché mi interessava farvi vedere l’immagine della città perché è forse una delle più antiche immagini che abbiamo anche di una città medievale. Avanti. Funziona? Massimo: Mah! Bisogna trovare degli equilibri precari. S: Ecco questa è invece un’immagine attuale, vedete che questa qui è la rupe, questo è il fiume che passa nella valle, il fiume Paglia e adesso vedete che c’è tutte le infrastrutture: l’autostrada del Sole, ferrovia, Direttissima ed espansione recentissima degli ultimi trent’anni, al di là del fiume. Ho messo questa cosa all’inizio proprio perché mi ponevo un problema che per Orvieto è abbastanza fondamentale nel parlare della storia urbana. Vedete che questa città sta sopra una rupe e ha una forma che è la forma della rupe, esisteva invece il problema per tutte le città, parliamo di quelle medievali ma esisteva per tutte le città di dare una forma alla città. Avanti. Normalmente si cerca di ricostruire l’origine di una città partendo da degli assi spesso immaginari o perlomeno certe volte non sempre apprezzabili realmente, perché poi le città sono cambiate nel tempo e quindi questi assi originari, questa croce in genere di strade, segnate in genere in base agli astri quindi certe volte, come nel caso di Gubbio per esempio ha una croce che non è ad angolo retto perché in effetti al nostro meridiano, alla nostra altezza non è che nord e sud sono esattamente perpendicolari all’est e l’ovest quindi queste cose si riscontrano in certe città, la prima è Roma della quale si cerca di tracciare in ogni caso una croce fra le varie possibili perché vanno sempre letti sul tessuto urbano quindi ognuno da la sua interpretazione. Comunque o si parte da una croce dicevo. Avanti. O addirittura qualcuno ha ipotizzato delle città, ha riscontrato delle città a forma di aquila. Questo per entrare nel tema, siamo nel medioevo e penso che tutti sappiate, tutti sappiamo che lo scontro fondamentale nel medioevo è stato quello tra Chiesa e Impero, quindi tra la croce e l’aquila. Allora c’era chi trovava le città a forma di croce c’era chi le trovava a forma di aquila. Orvieto abbiamo invece detto aveva la forma di rupe, questo bisogna ricordarselo. All’interno della forma, del perimetro di queste città c’è invece il problema di forma urbana, di costruzione della città per tutto quello a cui serve. In questo caso io ho portato alcuni esempi perché sarebbero infiniti, numeri per dimostrare una cosa molto semplice: che in tutte le città medievali ma anche poi le città romane magari, questa qui per esempio vedete Firenze che c’è il vecchio castrum romano e su quello si stanzia la città medievale, tra l’altro è un posto infelice perché i castrum romani li facevano, come tutti gli accampamenti per i soldati, nei posti peggiori che si possono scegliere. Naturalmente gli etruschi stavano a Fiesole per esempio, non avevano una città nella valle dove c’è un’umidità paurosa vicina al fiume, dove un freddo enorme in inverno, un caldo afoso d’estate; ciò non ostante questo è il peso delle città di origine romana. Ecco questa qui è Gubbio; ha un castrum romano, questo veramente è messo quasi a mezza costa ma insomma la vera città etrusca si sviluppa ancora più in alto. In ogni caso indipendentemente dall’origine romana o meno delle città tutte le città medievali tendono a concentrare i palazzi più importanti, quelli più rappresentativi del potere quindi: la Cattedrale, il Palazzo Comunale o il Palazzo dei Consoli o il Palazzo Pretorio; di concentrarli il più possibile verso il centro della città, certe volte in una stessa piazza addirittura. Abbiamo esempi, Siena per esempio c’ ha tutto quasi attaccato ha la cattedrale un po’ più in alto, la Piazza del Campo sotto e quindi sta tutto a duecento metri di distanza praticamente in linea d’aria. Dico questo perché vedrete che a Orvieto ci troveremo in una situazione completamente differente, cioè anomala, ad Orvieto proprio perché, penso io e sostengo, proprio perché la forma non era predeterminata anzi non era predeterminabile, a quel punto non esisteva più il problema di porre i centri di potere in relazione ad una forma, in relazione quindi a una difendibilità della città. Qui la città era difesa naturalmente dalle mura naturali, cioè dalla rupe, dall’alta rupe, una volta sopra si poteva essere liberi di costruire una città come uno voleva. Quindi non c’era la paura come sempre del potere di doversi difendere arroccandosi al centro del centro della città qui infatti se una volta veniva espugnata la rupe era espugnata tutta la città, non c’era più problema quindi di quindi dover difendere niente, altrimenti c’era invece la libertà di mettere questi centri rappresentativi del potere, che io chiamo poli, che possiamo chiamare poli, distanti tra loro a una distanza che appunto non ha eguali in nessuna città medievale proprio perché evidentemente c’era questa possibile libertà di scegliere dei centri rappresentativi sì ma anche divisi; ancora più rappresentativi se vogliamo proprio perché distribuiti nello spazio di circa ottanta ettari che c’era a disposizione, che c’è stato sempre a disposizione né più né meno, questo era il problema di fondo. Questo problema è collegato in fondo alla costruzione delle mura, le mura hanno una forma ma hanno per esempio anche un costo, enorme se pensate, tutte le città medievali hanno, le città di una certa importanza, hanno come minimo due, se non tre cerchia di mura perché c’è un’espansione urbana notevole quindi bisognava ricostruire le mura e fino a quasi tutto il ‘400 – ‘500 c’è questo problema diciamo economico, oltre che di difesa. Io penso che per esempio a Orvieto che è una città media all’epoca l’aver costruito il duomo è stato possibile solo perché non c’era da costruire le mura, non si sarebbe potuta permettere una città come Orvieto un duomo di questa dimensione che non ce l’ha nemmeno Siena, ma Siena ha tre cerchia di mura. Questo è il problema che io ho cercato di inquadrare perché altrimenti si parla di forma urbana ma insomma diventa un discorso un po’ vuoto. E allora probabilmente queste chiarificazioni possono dare il senso anche di quello che vedremo come sviluppo urbano. Avanti. Questa è la pianta della città e inizialmente anche in questo caso noi abbiamo una croce di strade, con un centro che racchiude quella chiesa di Sant’Andrea di cui parlavamo, che era la prima basilica paleocristiana a Orvieto, importante sede anche del vescovo e il palazzo comunale con la piazza, questa croce di strade usciva dalle quattro porte della città ovviamente. La porta più importante è la porta Maggiore è quella che guarda verso Bolsena, cioè quello che era l’antico acceso etrusco, e che diventa anche l’accesso medievale cioè la prima porta medievale. Quest’altra che si chiama Postierla, si chiama così proprio perché è quella che sta dietro, cioè questa è la porta d’avanti e questa è la porta dietro, poi si chiamerà porta Rocca perché vicino verrà costruita la Rocca ma più tardi. Poi c’era una porta Divaria, che oggi stiamo ripristinando, e una porta Pertusa ai due diciamo capi dell’altro ramo, dell’altro braccio di questa croce. Questa situazione è andata avanti fino al 1210 circa, cioè quando il vescovo si è trasferito in una sua chiesa che aveva da queste parti e che è la chiesa di Santa Maria, la chiesa vescovile, che diventò appena il vescovo si trasferì in questa zona diventò anche la chiesa cattedrale e vicino a questa chiesa cattedrale c’era un’altra chiesa che era di San Costanzo, quindi in questa zona più alta c’erano due chiese: una con annesso convento e che era dei canonici orvietani, quindi del clero locale; e poi la chiesa vescovile è la chiesa di Sant’Andrea. Su questo discorso, siccome poi successivamente come vedremo, verranno demolite le due chiese e ne verrà fatta una sola per il duomo. Naturalmente si è cercato di fare delle ipotesi di dove potessero essere queste due chiese prima della costruzione del duomo, e su questo io ho una risposta che vi darò quando parleremo della seconda fase, cioè quando arriveremo al duomo. Quindi in questo momento troviamo quasi una città che prima era una città unipolare, cioè con un solo centro poi diventa una città che ne ha due ma ha ancora un centro che non è ancora collegato con l’altro. Avanti. Questa è la porta Maggiore che dicevamo che vedete, probabilmente aveva due forbici, qui ne aveva un altro che è stato coperto da questo sperone costruito successivamente, e in mezzo tant’è vero che in mezzo c’era la nicchia con la statua di Bonifaccio VIII, posta anche questa successivamente. Qui siamo alla fine del ‘200, questa è una delle due statue che Bonifaccio VIII si fece fare e ne mise una sulla porta Romana… non Romana, la chiamavano Romana, sulla porta Maggiore e una delle due statue che gli sono costate anche una condanna perché si faceva fare le statue, voi sapete che allora era vietato per la chiesa cattolica, non c’era questo culto della personalità; e fu fatto anche un processo a Bonifaccio VIII perché invece si faceva fare le statue dappertutto. Questa è invece l’altra porta in due disegni, sulla parte esterna questa qui, e la parte interna vedete anche questa è a due forbici e qui c’era la seconda statua di Bonifaccio VIII. Avanti. Eccola e questa è la rocca che è stata costruita successivamente, prima c’era soltanto la porta prima della rocca. Avanti. Qui siamo in una fase in cui la città si ingrandisce, il momento in cui tutte le città si popolano maggiormente e c’è un fenomeno diffuso in tutta Italia, anzi in tutta Europa: degli insediamenti monastici cioè di gruppi di frati che generalmente stavano sparsi nel territorio e sui romitori perché erano anche dei frati che facevano una vita contemplativa e di preghiera, poi piano piano invece sentono un po’ il richiamo della città e quindi quelli che hanno una regola, quelli che il Papa accetta con tanto di regola riescono a entrare nelle città e si costruiscono una serie di conventi, distribuendosi in effetti proprio delle aree urbane, ciascuno un pezzo visto che questi poi vivevano di elemosina bisognava che ciascuno avesse un pezzo di città a cui chiedere, questo era un po’ la base del discorso. Tutte le città hanno una serie di conventi che si mettono intorno alla città, ora anche qui succede un’anomalia per Orvieto perché l’intorno di una città in pianura è una cosa, l’intorno di una città che invece finisce brutalmente è un’altra cosa. Infatti si ha un riscontro dal punto di vista urbanistico che è anche qui una cosa abbastanza peculiare cioè che non si ritrova nelle altre città. Nelle altre città i conventi guarda caso vengono messi tutti quanti in corrispondenza delle porte, fuori dalla città vicino alle porte, vicino alle scale d’accesso poi la città si ingrandirà e i conventi diventeranno parte integrante della città ciascuno sulla strada maestra, diciamo che entrava nella città. Qui invece succede il contrario esattamente, succede che le porte stanno esattamente tra un convento e l’altro proprio perché si trovavano di fronte a una situazione anomala, la città non si poteva espandere quindi non aveva senso mettersi vicino alla porta quando non ci sarebbe stata l’espansione, quindi era più logico mettersi tra una porta e l’altra; infatti questa è la porta Maggiore e tra la porta Maggiore questo e questo qui sono i due conventi che stanno tra questa porta; questo è quest’altro convento: San Francesco e San Paolo stanno a cavallo della porta Santa Maria, questo e questo stanno a cavallo della porta Pertusa e così via. Avanti, mi sembra che ci sia un esempio di Viterbo, come vedete ho messo alcuni esempi con questi conventi che si posizionano tutti quanti all’interno della città che poi si espande e diventano parte integrante della città, normalmente c’è anche chi ha cercato regole geometriche per i conventi maggiori che stanno agli angoli di un triangolo equilatero o meno. I tre conventi principali che sono gli agostiniani, i francescani e in genere o i servili in alcuni casi oppure… i domenicani questi tre grossi ordini che a Orvieto sono presenti tutti quanti, compreso il quarto che è quello dei servili, poi c’è anche precedentemente il convento di San Paolo che in effetti era dei benedettini originariamente, poi è stato inglobato dai francescani. Come dicevo ecco l’esempio di Viterbo, tutti i conventi stanno esattamente all’uscita della varie porte della città. Avanti. Ecco una visione veloce delle tre chiese Questa è la chiesa di San Francesco dietro c’è il convento non si vede perché sta proprio verso la rupe. Avanti. Questo è quello che rimane della chiesa di San Domenico, del convento non rimane niente perché come vedremo successivamente è stato nel 1925-30 demolito completamente per fare un edificio di educazione fisica militare, è stato… praticamente della chiesa vedete che c’è rimasto il transetto e questa qui era la navata che proseguiva per circa trenta, quaranta metri ancora, è stata tagliata nettamente e lasciata soltanto una parte, la parte absidale, per dar posto a questa specie di caserma, è stata per molto tempo poi una caserma. Avanti. Questo è invece il convento di Sant’Agostino con la chiesa di Sant’Agostino, e il convento che è molto lungo e anzi questa situazione si verifica alla fine del ‘700 perché prima era un pochino più corto e c’aveva un cortile interno, che vedremo, fatto dal Sangallo nel ‘500, qui di collegamento tra la chiesa e il convento e poi viene esteso in questa direzione tanto che loro avevano… piaceva ricordare agli agostiniani che era il convento con la facciata più lunga d’Italia, in effetti era molto lunga per il fatto che non era un convento fatto a corte e quindi si estendeva in lunghezza ciò che in genere era messo… in genere su un quadrilatero ecco. Avanti. Allora qui, quaggiù, ci sarebbe il convento dei Servi ma non si riesce a vederlo perché questa è il ramo della strada che vedevate che percorre orizzontalmente la città e che esce dalla porta Postierla quaggiù, questa è vista sempre dalla torre del Moro. Dalla torre del Moro vedremo. Avanti. Ecco la sistemazione definitiva della città medievale che naturalmente va vista… perché quando si va in una città medievale uno pensa al periodo forse molto ristretto, al medioevo, in realtà pensate che ecco la città medievale per formarsi come si è formata sono passati sette secoli quindi non è una città; è una città che si è evoluta nel tempo è cambiata notevolmente tant’è vero che vedete che abbiamo visto alcune tappe, e diciamo anche dal punto di vista urbanistico generale è cambiata fino a che è arrivata fino alla sua forma più evoluta, alla fine del ‘200. Praticamente tutto succede in venticinque anni, tra il 1270-75 e il 1300, ci sono cioè queste grosse innovazioni, questa innovazione urbanistica per cui si restaura e si consolida il palazzo Comunale che era la sede del podestà, quindi del potere civile; viene costruito di sana pianta il palazzo del Popolo per questa magistratura nuova che Orvieto avrà con Firenze dal 1250 in avanti, sono le due città che istituirono questa figura del capitano del popolo che era poi il capo dell’esercito evidentemente e che però cambiava ogni sei mesi, cioè aveva una serie di caratteristiche che lo rendevano molto potente ma anche guardingo per quello che succedeva. Il palazzo del Popolo è costruito tra il 1270 e il 1305 e viene concluso con la sua piazza che non c’era, viene demolita tutte le case, tutti i palazzi, le torri che stavano in questa zona e viene fatta questa piazza che vedete quanto è grande in proporzione ad esempio all’altra che c’era prima. Questa qui era anche utilizzata come piazza del mercato, tra l’altro, quindi aveva una doppia funzione e nel 1290 inizia la costruzione del duomo. Quindi come vedete nel giro di trent’anni vengono fatte le opere più importanti per allora, rappresentative di tutte le funzioni più importanti della città: la funzione civica, la funzione militare, la funzione religiosa e però al centro c’è il palazzo dei Sette con la torre del Moro che è proprio l’emblema della… di chi poi in realtà reggeva in piedi la città: cioè l’economia. Praticamente i signori Sette erano i sette rappresentanti delle arti, che cambiavano, cioè di tutte le attività che davano la vita e diciamo davano ricchezza alla città. Quindi come vedete c’è una città che divide le varie funzioni in posti ben diversi con i propri monumenti, con le proprie architetture monumentali ciascuna rappresentativa del ruolo che doveva rivestire e che, ripeto, non ho trovato altre città cha abbiano così distinte e separate in maniera evidente, direi proprio voluta. Avanti. Questa è la torre del Moro che dicevamo, che sta praticamente al centro della città ma che non è diventato un centro relativo, perché non è un centro con quattro strade anche se ci sono, come vedete una strada non va quasi da nessuna parte, no finisce in una piazza in un posto rappresentativo, finisce in una porta per uscire, le altre tre invece vanno nei posti che abbiamo detto: a piazza della Repubblica, l’attuale Piazza della Repubblica è la piazza del Comune; la piazza del Popolo col palazzo del Popolo e la piazza del Duomo con il duomo. Avanti. Salendo sopra la torre, questa è una campana, la campana del Popolo, messa sulla torre nel 1316, ’17 forse, no ’16 da un certo Oncello Orsini, lo stemma degli Orsini è questo ma c’era anche l’orso anche l’emblema degli Orsini. Avanti. Questo sarebbe il quadriglio che vedevamo visto da sopra, è una foto un po’ assurda ma insomma, questa qui è la strada che va al duomo, questa qui è la strada che va verso la rocca quindi verso la porta, questa qui è la strada che va al palazzo del Popolo, alla piazza del Popolo e questa qua, da questa parte, va al palazzo Comunale. Avanti. Adesso le vedremo un pochino meglio. Questa è appunto quella che va al palazzo Comunale, come vedete poi la piazza del comune, nel 1275 una opera fondamentale era rappresentata in questa piazza dalla fontana Maggiore perché nel 1275, cioè tra il 1250 e il 1275 a Orvieto fu fatta un’opera civica importantissima che era l’acquedotto, pensate che significava all’epoca portare l’acqua, distribuire l’acqua a questa altezza, bisognava partire dalle colline davanti, incanalare l’acqua a pressione e farla salire fino a quassù. Questo fu fatto e qui nel 1275 fu fatta la fontana, adesso non sappiamo nemmeno esattamente dove stava, ma c’era una fontana che fu demolita nel ‘500 perché non funzionava più, era una fontana di notevole importanza anche dal punto di vista d’immagine, molto simile doveva essere, per le descrizioni che ne abbiamo, a quella di Perugia per essere chiari, tra l’altro fatta dallo stesso fontanaro di quella di Perugia, quindi ci dovevano essere delle analogie anche formali probabilmente. Questo fu un fatto notevole, perché capite una città con l’acqua nel medioevo, insomma con una distribuzione capillare perché poi tutto l’acquedotto veniva distribuito dalle fontane pubbliche poi c’erano i pozzi privati ecc. però naturalmente c’era un acqua potabile per tutti e non era una cosa da poco. Avanti. Questa invece è la strada diritta e breve che va al palazzo del Popolo, vedete che va a finire sulle scale che salgono al palazzo del popolo. Avanti.E questo è il palazzo del Popolo che vedete ha un’architettura molto particolare, diciamo ibrida se vogliamo dire così d’altronde anche il duomo ha un’architettura ibrida, qualcuno ancora dice che è mezzo gotica mezzo romanica; sono tutte classificazioni che direi ormai vanno bene per un Bignami dell’architettura, ma insomma voglio dire l’architettura è una cosa un pochino più complessa che non si riesce, specialmente in quel periodo, anche oggi c’è una confusione, penso che allora sarebbe stato ancora più difficile seguire canoni precisi. Qui in effetti abbiamo ricordi del Brunetto Lombardi niente meno, perché sotto c’era una zona che doveva essere teoricamente aperta che poi fu chiusa quasi subito praticamente, che doveva essere una specie di loggione… loggia coperta per mettere i cavalli, per fare il mercato e tutte queste cose e sopra un grande salone per le udienze praticamente per le assemblee popolari, questa sala chiamata sala dei quattrocento ancora perché oggi si è ripreso il nome di allora, appunto si riunivano i quattrocento rappresentanti della cittadinanza pensate che oggi il consiglio comunale ne ha trenta, e allora ce ne aveva quattrocento con lo stesso numero di abitanti; evidentemente c’era una democrazia più rappresentativa di oggi, poi sappiamo che i risultati non siano stati felicissimi, però in partenza perlomeno ci doveva essere questa intenzione. Invece quello che vediamo qui già in maniera esplicita che è un’architettura abbastanza tipica, specialmente nelle parti decorative come questi dadi, queste lavorazioni del tufo che vengono abbastanza bene, quindi studiate proprio per il materiale con cui qui era costruito tutto. D’altronde i due materiali fondamentali con cui si costruisce nel medioevo sono: la pietra, questa grigia, generalmente posta alla base perché era anche serviva per un maggiore isolamento visto che le fondamenta di questi palazzi erano su tufo vergine quindi costruite in tufo, pensate che il tufo è assorbe molto l’umidità, era stato un sistema di evaporazione dell’acqua che veniva da sotto, spesso quindi chi se lo poteva permettere, faceva specialmente nei palazzi pubblici, sotto c’era un basamento invece in pietra sempre locale, sempre una pietra vulcanica che si trova nei dintorni della città mentre il tufo lo cavavano direttamente nella rupe, probabilmente, o sotto o anche certe opere pubbliche anche per esempio ecco sopra, dove potevano cavarlo; e non ci sono altri; i mattoni vengono usati soltanto per ammattonati; perché qui abbiamo una notizia del 1288 che parla di ammattonare la piazza del Popolo, però perlomeno sono stati fatti abbastanza scavi, volenti o nolenti, nella piazza e non è stato mai trovato fino a adesso un mattone che un mattone. Forse ammattonare significava pavimentare perché non abbiamo trovato riscontri di mattoni, di pavimentazioni a mattoni, mentre invece si trovano molte pavimentazioni in pietra. I mattoni qui verranno usati per l’architettura, quindi non per le coperture ovviamente tegole che erano usate anche nel medioevo, ma per l’architettura verranno usati soltanto dagli inizi del ‘500 in avanti non prima. Avanti. Questa è un’altra visione del palazzo dal duomo, è una foto scattata dal ponteggio del duomo e si ha quest’altra visione. Qui ci sarebbe da dire come è nato il palazzo, come è stato modificato durante il periodo del progetto e durante la fase di esecuzione ma non abbiamo il tempo, perché ci sono state modifiche abbastanza notevoli ma anche urgenti, e anche fatte in un breve tempo perché fu finito in vent’anni, venticinque diciamo. Avanti. Questa è la torre del Moro sempre vista dal duomo come vedete quella campana che vedevamo prima, che potete anche se avete voglia andare a vedere da vicino. Avanti. Dal duomo vediamo poi il terzo polo che sarebbe la cattedrale, questa è una strada abbastanza contorta vedete che non è rettilinea e va verso il duomo, vanti, e questa è la visione dalla strada quando non ci sono le impalcature, che è una visione tipica medievale. Per lo meno anche questo è un luogo comune che le cattedrali devono essere viste di profilo… secondo una certa angolatura. Però qui è smentita anche questa cosa perché in effetti oltre a questa strada c’è una strada progettata insieme al duomo. Avanti. Questa è sempre fatta dalla facciata del duomo, che è proprio perfettamente in asse con la facciata, con la porta, avanti, e che ci da una visione invece centrale, frontale diciamo, quindi c’era già questo aspetto che poi noi cominciamo a valutare come diciamo una delle cose rinascimentali, principalmente rinascimentali perché c’è questa assialità. Qui invece c’era già una visione assiale sia una visione prospettica diciamo così. Questa è una veduta della città che sta in un castello che sta qui vicino, fatta da Cesare Nebbia che è un pittore orvietano abbastanza importante per la Roma sistina, nell’epoca della Roma sistina, è stato il direttore dei cantieri sistini per tutta Roma quindi: biblioteca Vaticana, non so tutta Santa Maria Maggiore ettari di pitture praticamente, con la Roma sistina sapete che non si andava per il sottile. Questa è una visone in cui vedete il duomo mancava ancora dell’ultima cuspide, mancavano le ultime rifiniture infatti questo è un affresco del 1570-75 circa della famiglia del castello, era un castello della famiglia Moraldeschi, diventato palazzo nel ‘500 con Peschiera e con una villa suburbana. Avanti. Questa è la pianta della città sempre dedicata ai Moraldeschi, questo qui è lo stemma dei Moraldeschi, fatta da Ippolito Scalza che è invece un architetto orvietano che ha lavorato negli ultimi anni della vita, nei primi e negli ultimi, moltissimo a Orvieto e che vi da l’idea di questa città come in parte era rimasta dopo le vicissitudini della peste nel 1350, 48 quella famosa insomma, e una decadenza che era durata circa cento anni era rimasta abbastanza disabitata e quindi dalla seconda metà del ‘500 in avanti viene ricostruita piano piano a partire dalla Rocca. Avanti. Qui abbiamo una visione della città sempre cinquecentesca di fine cinquecento, con l’albero genealogico dei Moraldeschi che sono stati la famiglia più importante nel medioevo e che ancora nel ‘500 volevano mantenere questa loro priorità perlomeno apparente perché non era più certamente come una volta. Ermanno Moraldeschi mise la signoria a Orvieto cioè decretò la fine del comune popolare e democratico; poi venne lo Stato Pontificio e a quel punto è finito del tutto qualsiasi idea di democrazia. Avanti. Questa è una stampa di un secolo successiva, l’ho messa perché è la più realistica, e vedete che c’è sempre questo rapporto fra la città costruita sopra e la rupe e io dico che per esempio su molti libri si trova scritto che il duomo è un fuori scala, è un fuori scala se si vede da dentro, ma se si pensa e si vede da fuori insieme alla rupe non è fuori scala anzi è perfettamente in scala. Quindi anche qui è secondo come si guardano le cose. Avanti. E questa è la fortezza che sarà la prima a essere rimessa apposto alla metà dal ‘400 dal Bernardo Rossellino che è un architetto abbastanza importante, che rimise in sesto molte fortezze, tenendo conto che nel frattempo c’era stata l’invenzione della polvere da sparo e bisognava rifarle tutte secondo le nuove regole diciamo degli assalti e delle battaglie, cioè con armi da fuoco in sostanza. Avanti. Questo è il bastione che ha rifatto il Rivellino fatto da Rossellino, che è la porta interna per entrare dentro la città che era stata raddoppiata. Avanti. Questa da una stampa del ‘600 sempre con tutti gli acquartieramenti dentro, adesso c’è un giardino qua dentro, c’è il giardino comunale ma in effetti è stata una caserma piena di soldati, perlomeno dal ‘400 fino alla fine del ‘600. Avanti. Questa è una mappa in cui vedete quali sono gli interventi della seconda metà del ‘500, della seconda metà del ‘400 e della seconda metà del ‘500, per dire che tutta la città è interessata da un rinnovamento notevole che potete verificare girando per le strade, cioè c’è questa doppia faccia medievale e rinascimentale o addirittura manierista, perché poi forse l’epoca più florida qui è stata quella del cosiddetto manierismo, seconda metà del ‘500. Avanti. Ecco velocemente fine ‘400 un chiostro fatto alla fine del ‘400 con un pozzo centrale che fu disegnato dal Sangallo nel 1525. Avanti. Questo è palazzo Petrucci, Michele Sammicheli è stato ad Orvieto per molti anni, quasi venti ha fatto il direttore della fabbrica del duomo e ha qui progettato questo palazzo e poi la famosa tomba Petrucci che non avevo in diapositiva, e che è uno dei suoi primi progetti importanti, poi si trasferirà a Verona, con il sacco di Roma se ne scappano parecchi dallo Stato Pontificio, e lui fu uno di questi e poi diventerà molto famoso a Verona e nel Veneto in genere, addirittura a Malta perché lui ha vissuto mi sembra più di ottant’anni e io a Malta e a Creta ho trovato delle opere di Sammicheli da vecchio, mandato dalla Repubblica Veneta insomma a fare le porte, in sostanza e alcune parti delle mura. I: Non era tutto militare? S:Infatti, qui non ha fatto cose militari perché… dopo è diventato sì un architetto militare. I: A Verona è un architetto militare. S: Sì. Qui ha fatto queste opere: alcuni conventi, addirittura ha fatto del duomo di Motefiascone ha fatto il tamburo, della cattedrale di Montefiascone… I: Architettura sacra e …. S: Architettura sacra e civile. I: Mi scusi se… S: Per carità, pensavo che fosse… questo è il chiostro del convento di Sant’Agostino fatto da Antonio da Sangallo il Giovane che è stato un altro di quelli che hanno lavorato molto a Orvieto. Avanti. Una delle opere che non fu realizzata ma che era veramente importante era questo progetto, qui vedete uno schizzo ma ci sono almeno dieci disegni agli Uffizi di questo progetto del palazzo Pucci e che è un po’ il progetto che prelude a quello del Palazzo Farnese, cioè ha delle soluzioni che poi verranno applicate al palazzo Farnese a Roma. Quello rosso invece era il vero palazzo che poi è stato costruito più tardi da Ippolito Scalza. Questo è il palazzo diciamo marsciano inizialmente crisco sempre fatto da Antonio da Sangallo il giovane, questo è di sana pianta, e questo è il disegno lo schizzo l’unico che c’abbiamo di Antonio da Sangallo per il pozzo di San Patrizio, vedete che c’è questa doppia elica di cui segna il passo semplicemente che sapete che è una doppia elica per cui uno scendendo risale senza incontrare chi scende, tutto qui era il giochetto, una specie di dna comunque orvietano Avanti. P: Lo vedremo. S: Ecco lo vedrete. Non vi annoio ulteriormente vi dico soltanto perché si chiamo di San Patrizio, perché tante volte io non ci avevo mai pensato, come nessuno mai ci pensa, ma come mai si chiama il Pozzo di San Patrizio questo? In effetti questo è stato costruito per la rocca, serviva alla rocca, era il pozzo della rocca, era dentro la rocca addirittura collegato direttamente per dare l’acqua ai soldati che dovevano avercela di sicuro, perché si sa diciamo che le caserme sono la prima cosa che vanno alimentate nella mentalità di allora, ma forse anche di oggi e allora non c’entrava niente questo nome, quando i soldati non ci sono stati più questo pozzo è rimasto abbandonato ed è stato utilizzato dai frati che confinavano con quest’area che erano quelli dei Servi, come diciamo purgatorio, di San Patrizio quindi perché sapete che il purgatorio è un’invenzione in fondo recente del 1100, prima non c’era il purgatorio. Il purgatorio nasce nel momento in cui nasce lo Stato Pontificio ha bisogno di soldi per mandare avanti lo stato e doveva farseli prestare, quindi l’usura non poteva più essere un peccato mortale se no non trovava più chi gli prestava i soldi e quindi viene inventato il purgatorio. Non è uno scherzo questo, se volete vi do una grossa bibliografia, c’è un libro che si chiama “la nascita del Purgatorio” ve lo leggete. Da dove è venuta l’idea del Purgatorio non lo so, io dico solo che è venuta per questi motivi che è una cosa diversa. L’idea del paradiso e dell’inferno è vecchia in tutto il mondo, ma il purgatorio qui aveva questa… e tant’è vero che, avanti, questo è un affresco che sta a Todi, avanti, del purgatorio di San Patrizio, questo è San Patrizio che manda le anime dentro questo purgatorio, e vedete che la forma è praticamente molto simile a quella della bocca del pozzo di San Patrizio, quindi i servi, questo sta nel convento dei Servi a Todi, conoscevano questa leggenda e la utilizzavano per poter far funzionare questo purgatorio che poi era una discesa e una fatica risalita, un’espiazione in sostanza, poi si lasciava un obolo come ancora oggi c’era l’usanza di buttare la monetina, e si usciva mondati, purificati. Avanti. Questo qui è il palazzo di Ippolito Scalza con delle finestre sparse in tutta Orvieto poi le vedrete. Avanti. Questo è il progetto del campanile per il duomo, perché una volta finito il duomo finalmente si voleva fare di sana pianta, una cosa logica dopo trecento anni che bisognava per forza seguire il progetto, penso che ci sia stato una specie di rigetto. Quindi fu tentato un totale rifacimento del duomo anche esternamente, internamente ci riuscirono. Avanti. Ecco questo è il duomo come si presentava nel 1500 rifatto totalmente e veramente con criteri notevoli, così di applicazione dei principi del concilio tridentino della controriforma, certo quindi era un nuovo modo di vedere l’arte. Avanti. Ecco tutte le cappelle laterali e tutte le navate erano affrescate con dei grossi altari e grosse pale. La pala d’altare è un’invenzione orvietana poi viene esportata dappertutto. Queste sono le prime pale d’altare esistenti e sono una serie notevole perché erano dieci per parte. Avanti. Ecco una serie di cappelle. Avanti. Qui siamo già nel ‘700 velocemente, questa è una cosa del Valadieu, questa stessa chiesetta che vedete qui accanto appena uscite adesso stanno facendo le impalcature per restaurarla anche questa è dello studio del Valadieu. Avanti. E poi abbiamo il Vespignani un altro architetto abbastanza importante che ha operato negli ultimi trent’anni anni dell’800 ad Orvieto, questo è l’arco onorario fatto per Pio IX, lui era il fratello del vescovo di Orvieto tra parentesi, però rimane in auge anche dopo la caduta dello Stato Pontificio. Avanti. Qui fa la chiesa dei Servi. Avanti. Questo è il teatro comunale che potrete forse anche vedere. Avanti. Eccolo, restaurato pochi anni fa, vale la pena specialmente nell’interno. Avanti. Questo è il palazzo dell’Opera del Duomo che sta qui sulla piazza del Duomo. Avanti. Che sarebbe quello che vedete qua in fondo, ecco quell’angolo là, è sempre del Vespignani completato poi successivamente nella loggetta dal Zampi, che è un altro ingegnere successivo. Avanti. Eccola questa loggia è frutto di un’altra mano veramente. Avanti. E questo è il palazzo Bracci davanti al palazzo del Popolo, Bracci era sindaco di Orvieto è quello che poi ha fatto per primo la funicolare, ha finanziato la funicolare Bracci che è la funicolare che vedete oggi, oggi è stata modificata è stata elettrificata mentre invece era a acqua all’epoca. Si risparmiava abbastanza bastava solo mettere tanta acqua quanto era il peso delle persone da tirar su, un sistema perfetto, ecologico. Avanti. Questo è un palazzo che attualmente è davanti al comune, è di un allievo del Vespignani per dire che l’influenza di questo architetto è stata notevole neoclassico, e quindi il neoclassicismo è penetrato e abbiamo molti esempi di architettura neoclassica. Avanti. Fino ad arrivare a questa che è la chiesa di San Domenico che vi dicevo, che con il suo chiostro è convento che è stata demolita, avanti, tagliata la navata per costruire questo istituto di educazione fisica femminile, era della GIL all’epoca: gioventù italiana del littorio. Avanti. Ecco con il famoso forbice con questi tre archetti che si ritrovano in tutta l’architettura dell’epoca. Qualcuno non so se scherzando o dicendo sul serio dice che siano le emme di Mussolini. Avanti. E poi altra intrusione notevole è la caserma per avieri costruita in continuità quasi con quella precedente con un altro convento trasformato in carcere e poi questa nuova caserma. Avanti. Eccola, vedete anche qui la emme è diventata mmmh… Avanti. altro pezzo della caserma che poi è l’ultima cosa che vi faccio vedere perché poi credo che ci siano. Questa era la palazzina Comando con i giardinetti ecc. Avanti. E questa era invece un’ala della caserma che attualmente sta vicino a un parcheggio. Credo che siano finite. Ecco qui vedete delle foto dall’alto, ho messo queste foto dall’altro perché tutta la zona che vedete laggiù dove passa quel fiume adesso è completamente differente diciamo che non passa va il fiume, c’è tutta l’espansione urbana e quindi la valle è cambiata notevolmente, la caserma è rimasta invece com’era.

Lunedì 28 aprile 2003 Ore 9.00 Udo Schmidt L’insegnamento dell’italiano nei licei bavaresi Permettete che ve lo spieghi, che vi spieghi anche prima di iniziare questo intervento che vi racconta un po’ la sua storia, apro una parentesi, non aver paura, non sarà una storia lunga, la storia […] la relazione sarà lunghissima, due pagine saranno, voi avrete due pagine dentro la storia di introduzione, va bene? Che ha detto lei? Ho detto caro collega, italiano? Un unico italiano […] che dobbiamo parlare in italiano, è arrivato veramente uno che si interessa alla mia storia da relatore […]. Allora sarà una storia breve, meno lunga della relazione che segue, vi ho messo due pagine come ho detto. Distinguerò queste due pagine per permettere così a quelli che di voi non possono avere diritto a un pisolino, a un piccolo pisolino durante la relazione e vi risvegliate dopo la mia presentazione e mi dimostrate dell’interesse risvegliato nella discussione che forse seguirà. Chiude la parentesi. Continua la storia che vi spiega meglio come sono nate queste due pagine. Sono nate da quattro chiacchiere che abbiamo fatto l’anno scorso durante il nostro corso di aggiornamento a Bagnacavallo, chi c’era… avrete il prodotto essenziale di quello che avevamo fatto con quelle quattro chiacchiere. Ma attualità, è in lingua italiana, perché le quattro chiacchiere le avevamo fatte in tedesco e perché in italiano; io rientrato appena a […] l’anno scorso, […] centro dell’attività da […] con i coordinatori per l’insegnamento della lingua italiana a livello dei licei bavaresi, ho ricevuto un e-mail da Massimo Maracci, ricordate Massimo? Che non c’è oggi perché c’è la mia relazione e […] non c’è perché, tornerà domani. Massimo Maracci di Bologna, Bologna centro dell’attività di vita, coordinatore della cultura italiana, lo sapete no, avete capito e in questo momento dunque anche di questa mia attività, perché richiederà certamente di nuovo la relazione in italiano. E pubblicare questi atti e anche voi adesso sarete registrate durante la discussione di oggi. Vi ho fatto allora un riassunto di queste quattro chiacchiere in lingua tedesca, per lui in italiano dunque, gliele ho mandate per e-mail e sembrava contento. Qualche settimana fa un mio ex studente mi ha pregato, l’e-mail è così comoda, di mandare un’e-mail alle undici di sera e poi io ho corretto subito anche prima della sua pubblicazione, un suo contributo […] indovinate tutto di questa pubblicazione, in poche parole l’insegnamento del … a livello dei licei bavaresi, gliel’ho fatto, gliel’ho mandato, l’ho […] anche, e anche lui sembrava contento. Allora io mi son detto, metto insieme due e-mail e presento questa sintesi a Orvieto e l’ho fatto. Le ho messe insieme e sono nate così queste due pagine. Ultima parentesi della storia di introduzione: apro. Durante la mia lettura di queste due pagine, vi raccomando o un pisolino, come ho detto, per la mancanza di interesse o di sottolineare i punti di interesse forse anche, e parentesi fra parentesi, sarà sorpresa anche per il fatto che ci sarà un po’ di terminologia di carattere amministrativo, culturale, scolastico, bavarese. Per questo sarebbe interessante anche per il dottor Piazza, per esempio che mi aveva chiesto di […] in cinque minuti il sistema scolastico della Baviera. Io ho detto che cinque minuti non bastano perché in questo momento non esiste […] perché aspettiamo tanto novità, che per esempio […] non esisterà tra poco, lo sapete sarà sostituito in […] […] per il collega italiano sarebbe un corso di […] significa alta prestazione e […] sarà nominato prossimamente, lo sapete, […]. Vi saranno familiari questi termini tedeschi, bavaresi forse, ma meno interessanti forse i termini italiani, o non li sapete forse li imparerete adesso con me. Allora. Fate passare le due pagine, e leggete con me o no. È un foglio, un solo foglio. Io sono una persona economica. Che la discussione di dopo la mia lettura, sarà la vostra discussione io sarò da moderatore soltanto, non da quello che sa tutto, perché fra di voi, per certi punti, ci sono delle persone di alta competenza proprio anche per questo io farò soltanto da moderatore. Sennò mandatemi un e-mail e io siglerò tutto. Magari non mandate troppe e-mail. Il mio indirizzo c’è anche di e-mail. Posso iniziare i 4 punti aperti saranno essenzialmente, se la discussione non esplode, la situazione attuale dell’insegnamento della lingua italiana nei licei della Baviera, i nuovi programmi, immaginate un punto che incontrerete per una pagina, io […] già alta prestazione […] domande che, so che, che cos’è il proverbio tedesco, come dice: non buttarsi con […]. E io ho fatto veramente un brevissimo riassunto di questi punti; nuovi programmi scolastici in preparazione, di cui siete quasi familiari, ormai; si stanno preparante[…] che vi spiegheranno meglio ancora questi nuovi programmi scolastici. Io ho fatto, la mia attività al centro della commissione all’USB. Poi la formazione degli insegnanti breve accenno, perché lo sapete meglio di me forse. Io appartengo a una generazione dove il seminario […] è il seminario figuravano due persone […]. Quattro, accenno ai libri scolastici o materiale in uso. Dunque leggiamo insieme, prendete una matita. Numero dei licei con l’italiano come terza lingua d’obbligo è cresciuto da 5 licei, alla fine degli anni ottanta a attualmente 23-24 licei bavaresi. Dico 24 o 23 perché non so esattamente la cifra in questo momento perché […] dal ministero i risultati […] dell’anno. Han previsto 24. Che dal nono al tredicesimo anno liceale, spiega agli italiani il sistema scolastico bavarese, capite? Quando io dico dalla scuola media al superiore. Ve lo raccomando veramente, se parlate del sistema tedesco, cioè bavarese meglio, parlate di anni scolastici. E che poi due anni con per ora […] sapete tre ore settimanali un […], sapete forse meno, saranno forse ancora quattro prossimamente. Offrono la possibilità di arrivare all’esame di maturità scritto su internet. Più di venti altri licei, e sono più adesso, offrono l’italiano d’obbligo come terza o quarta lingua a partire dall’undicesimo anno liceale come […] vale a dire lingua straniera che ne sostituisce un’altra già studiata per un certo numero di anni e che […] con quattro ore settimanali continuate nel dodicesimo o tredicesimo anno corsi di tre ore settimanali, obbligatori lo sapete, offrendo la possibilità di dare l’esame di maturità all’orale. Questa recente offerta, che ha portato…, così recente non è, […] lo sappiamo ma è abbastanza recente alle cosiddette piccole lingue, in pratica lo spagnolo e l’italiano, russo è quasi fuori, un successo considerevole. Dà agli studenti delle prime e seconde lingue d’obbligo studiarle generalmente dal quanto […] italiani che […] questo, al settimo anno soprattutto la lingua inglese e francese, latino. L’occasione di sostituire queste con quelle. Il più gran numero di studenti d’italiano, intorno a 4000 e questa cifra varia a seconda delle indicazioni fatte da […] non lo spiego in italiano sarà troppo complicato. Si trovano in corsi facoltativi con la media da 2 a 3 ore settimanali […] fa 3 ore settimanali nei corsi facoltativi. Sinceramente 3 ore. Normalmente si offrono 3 ore, vero? Lo sappiamo perché la […] offre la possibilità […] decisa, undicesima classe di 5 ore settimanali, lo sapete. Dunque. Questi corsi facoltativi offerti in tanti licei bavaresi, corsi che iniziano in genere al decimo anno, continuano magari lo sapete le difficoltà che abbiamo, all’undicesimo questo in compenso si chiama […] questi che poi passano […] a livello della […] anche, questo è interessante, gli ultimi due anni di […] ,corsi di lingua d’obbligo, dunque […] è, saranno più o meno […] undicesimo anno […] corsi facoltativi […]. E anche […] il programma scolastico è noto, è quasi, ne parleremo dopo. Col […] che sta morendo, ve lo dico, purtroppo, devo dire, esiste una […]ve lo chiedo, nessuno vedete, […] una sola persona ancora […] qualcuno conosce? No. […] è un’offerta facoltativa a livello della […] che mette l’accento sulle competenze passive con il […] e con questo […] esiste un’altra possibilità di arrivare ad una conoscenza di una terza, quarta lingua straniera, raramente realizzate, in questo momento, per ragioni di tipo amministrative attuali, interne nei licei a cui con un […] lo sapete meglio di me, che riguarda per esempio la disposizione intorno al corpo insegnante del liceo. Si vuol dare più autonomia nella formazione in classe dei […] che cerca il liceo individualmente. Esistono, ancora, gruppi liberi di conversazione italiana o anche i cosiddetti Pluskurse con temi specialmente scelti […] italiano, per esempio, , che devono ritrovare o difendere il loro posto tramite, cioè all’interno di questa nuova autonomia […]. Finito il punto primo, avete fatto degli appunti, speriamo e potete chiedere dopo. Due. È in programmazione una nuova generazione di programmi scolastici. Così si chiamano in italiano […] che dall’anno 2003 cioè dal prossimo anno scolastico in poi sostituiranno quello degli anni novanta. Gli elementi nuovio per tutte le lingue straniere insegnate, a livello iniziale, sono essenzialmente i seguenti […] di una lingua che rappresentate qui, ne ho già parlato sì o no, sì vuol dire silenzio, no vuol dire protesta… no, meglio. Io vi faccio un riassunto adesso di quello che sono le […] Orientamento a un Comune European […] friends e cioè con i corrispondenti certificati di lingua. Questo sarà un tema per […] prossimamenente ancora, certamente. E ci sono in preparazione anche i moltiplicatori per tutti i […] che spiegheranno ancora meglio prima dell’introduzione […]. Due. I contenuti per la competenza. Cioè questo quadro comune europeo e orientamento di riferimento non so, come si dice veramente in italiano, perché gli italiani usano anche l’inglese. Se sarà accettato veramente e conosciuto anche dall’Europa, una discussione come quella ieri, […] significa accesso generale all’università statale, di questa lingua imparata a scuola. Non sarà più necessario perché lui avrà la competenza con il suo esame di maturità, la competenza tale per arrivare a tale livello all’interno dell’università […]. Questa è un’idea molto teorica. È vero che è entrata e in Inghilterra o in Italia le università hanno autonomia […]. E pian piano si faranno queste cose all’interno dell’Europa. Con un portafoglio, avete sentito, si vuole dare anche una specie di documento per la carriera scolastica allo studente. E voi giovani sarete responsabili di questo portafoglio. Per lo studente dove sarà annotato esattamente il suo livello linguistico. Due. I contenuti per la competenza del campo linguistico continueranno ad essere sulla base della finalità di […]. Torniamo alla pagina, di una competenza comunicativa, lo sviluppo delle quattro attività convenzionali segnate […] scrivere, più un’abilità di mediazione linguistica. Posso dire anche il termine tedesco, Sparachmittlung, cioè cosa significa fare l’interprete, adoperare tecniche di traduzione anche, verso la lingua straniera che possono adoperarsi in situazioni autentiche, non so, […] una lettera per il tuo […] senza partire dall’agenzia turistica del tuo paese. Tre. Restano gli altri campi di apprendimento che conoscete […] questa sarebbe una bella traduzione […] e questo termine non è ancora assicurato per […], l’incontro con ed uso di testi autentici come […] anche letterari, ma questo già lo conoscete […], sarà introdotto l’uso attivo dei mezzi di comunicazione. […] che è veramente un programma scolastico, un piano scolastico. I mezzi di comunicazione devono entrare nell’insegnamento […]. L’apprendimento interculturale accanto allo studio tradizionale della civiltà dei paesi rappresentati […]. Quattro. Sarà rafforzato lo sviluppo di una competenza metodologica degli insegnanti, questo si intende, formazione più aggiornamento continuo, seminario, per esempio. Allora. Aggiornamento continuo, noi offriamo soprattutto […] e anche questi seminari, grazie all’Istituto Italiano di Cultura, e gli studenti, gli apprendenti, […] nell’ottica dell’apprendente, cos’è importante anche l’uso dei mezzi comunicativi, per esempio, anche la presentazione di qualcosa nella condizione, nel ruolo dell’insegnante. Anche, non so, i lavori di gruppo, ecc. Sarà rafforzato lo sviluppo di una competenza metodologica gli insegnanti, questo è chiaro, e gli apprendenti, per fare approfittare allo studente di iniziare lo studio di una nuova lingua, dalle competenze già esistenti, dallo studio di lingue precedenti. Si dice che i […] non può più essere una lingua […] capite, perché sempre uguale, terzo posto, quarto posto, dopo lo studio di certe lingue, è la teoria secondo me, voi siete nella pratica, al fronte, e certamente avrete altre idee. Ma se veramente ha una competenza per spiegarsi in una lingua, troverà la capacità di esprimersi, in non so , parafrasi, perifrasi, metafore anche in altre lingue. Conosce già la tecnica, diciamo. Da questo collegamento di competenze laterali e parziali si vuole arrivare ad un progredire sintetizzante della competenza linguistica in genere. Ok? 4/5) Sarà introdotto il termine conoscenze di base Grundwissen e questo sarà aggiunto a ogni Lehrplan a ogni anno scolastico in un tabellone alla fine del Lehrplan grundwissen e corrisponde a quello che da questo […] rilevato alla fine del programma scolastico di ogni anno. Una specie di estratto del programma dunque, non esisterà per la collection, sarà soltanto messo su nono, decimo, undicesimo anno. Tali conoscenze di base saranno ripetute esercitate e continuamente approfondite nel progredire degli anni. Questa è stata una esigenza dalla parte […] nella traduzione che conoscete. E quello che facciamo all’interno della scuola se abbiamo il tempo. Sapete no! Voi tutti lo fate: esercitate, ripetete ma dipende anche dall’interesse degli studenti. Come andiamo avanti . 6) Sarà rafforzata l’indicazione di contenuti e obbiettivi comuni tra le diverse materie e discipline durante gli anni scolastici. Cioè arte, storia e lingua per esempio anche biologia, forse lingua, anche due lingue forse certamente questo lo facciamo sempre. Questo li abbiamo già fatto […] e saranno promossi progetti comuni e realizzabili in certe materie e discipline, non soltanto a livello dell’undicesima classe, questo lo sapete, project tag l’abbiamo già avuto e lì anche la lingua straniera hanno sempre avuto la loro parte ma soprattutto anche per le lingue straniere verranno anche indicati nei singoli programmi, obbiettivi comuni per una formazione di cultura generale. Queste sigle vi ricordate nel vecchio Lehrplan che stavano marginalmente, saranno forse questo non si sa ancora, per la forma. Potete anche vedere, vi ho indicato l’indirizzo dove potete tirar fuori lo stato attuale del Lehrplan tale, sotto l’indirizzo. Non si sa ancora se si inseriscono queste sigle o allora verso la lingua materna, verso la storia non so l’unità d’Italia una cosa così. 7) Cultura generale e la povera traduzione per Algemeingesund 7) Quanto all’aspetto formale esteriore il nuovo Lehrplan, in questo vale l’avrete certamente sentito da parte del vostro […] un complesso quadro sarà ridotto di volume e comprenderà dopo i 4 livelli del quadro attuale solo i 3 livelli begunsplan cultura generale della pubblica istruzione bavarese. Fachprofile: brevissimi profili delle singole materie e con informazioni e riassunti per un pubblico anche non esperto, per i genitori per esempio. E poi i lehrpläne cioè i fachlehrpläne i programmi scolastici formulati ad indirizzo dell’insegnante e passiamo a 3 questo sarà molto breve come vedete. Dopo la laurea, in genere in due materie, inizia (non dite l’esame di stato o qualcosa così perché in Italia si comprende come esame di stato anche l’esame di maturità) l’esame di stato, dite in Italia la laurea, mi raccomando. Dopo la laurea c’è il nostro esame di stato universitario, primo esame di stato universitario in genere in 2 materie, inizia la seconda fase della fase della formazione del futuro insegnante liceale che sta in […] agli italiani che non hanno un tirocinio. In Baviera esistono 4 seminari all’interno di 4 licei che offrono in collaborazione con altri licei, una forma, i 4 seminari; sono 3 a Monaco, sapete 1 a Franconia a Bairoi. All’interno di 4 licei dunque in collaborazione con altri licei sempre perché è una formazione didattica, anche teorica ma prima di tutto pratica, finisce con un secondo esame statale non so una specie di licenza per l’inserimento superiore dopo i 4. I libri scolastici offerti dalle case editrici in Germania si indirizzano in genere ai partecipanti di corsi serali o delle Volkschule. Io parlo di classi per lingua italiana. […] Vale a dire […] questi libri sono stati utilizzati per i corso per lunghi anni, per decenni nei licei. Con crescente interesse nelle scuole case editrici cominciano a interessarsi al mercato per le piccole lingue all’interno dei diversi tipi di scuola. Concludenza: finora queste case editrici, e non le grandi case è chiaro perché sono le piccole lingue messo tra virgolette piccole lingue perché non è un’importanza culturale della lingua è soltanto il numero, significa piccola. Esiste un solo libro di indirizzo liceale che può essere offerto gratuitamente dalla scuola ai suoi studenti, questa è una specialità che abbiamo noi in Germania, in genere secondo le direttive del Ministero della Pubblica Istruzione Bavarese, nel nostro caso. In uso nella maggioranza delle classi di italiano come terza lingua d’obbligo anche in corsi facoltativi o in certe classi iniziando […] di italiano. Per gli ultimi, è in preparazione un libro che dovrà rispettare meglio l’età e gli interessi degli studenti dell’undicesimo anno scolastico e vi do il titolo ed è “In Piazza” – non è ammesso – come? – non è ammesso – non ancora ma […] per fortuna non faccio parte di nessun gruppo che crea in questo momento un libro scolastico, questo per me appartiene al passato. Allora siamo, anche i corsi facoltativi o incerti […] per gli ultimi è in preparazione l’ho già detto è sottoposto a questa […] Dovrebbe rispettarsi comunque l’interesse degli studenti dell’undicesima classe, circa 17 anni no, mancano gli anni veramente gli anni che si capisce meglio. Materiale per l’insegnamento dell’italiano: è stato anche creato all’interno di un ISB istituzione fondata dal ministero dell’elaborazione dei programmi scolastici e in seguito di materiale che aiuti l’insegnante a realizzare questi, riguardo alla didattica. In commissioni composte da insegnanti come voi. Io non so chi fa parte anche tra di voi di una materia, di una commissione crea Handreichung cioè per esempio materiale di sostegno, di aiuto per l’insegnamento ,per esempio; di cui lascio l’indirizzo elettronico, lì se non lo avete ancora. Per un Lehrplan per esempio […] e l’attuale stato o informazioni quanto a Handreichungen come ho detto cioè sostiene gli altri titoli, chi non lo sa ancora noi abbiamo tre Handreichungen in questo momento all’ISB cioè all’ISB non più ma danno l’indirizzo esatto. Italia Germania, era la parte Landeschulich poi Literatur poi […]che si assesta […] in questo momento sarà a forse a disposizione l’anno prossimo. […] Vi servirà certamente anche per tutti gli altri corsi o classi, sarà una raccolta utile per l’insegnamento dell’italiano, non solo per il […]. Ho quasi finito Mancano, anche i compiti per l’esame di maturità, potete averli dall’ISB questo lo sapete certamente. Due punti che non sono sulla pagina lì, una cosa che mi hanno pregato di comunicarvi adesso durante questo corso di aggiornamento. Scambio scolastico per noi licei bavaresi è abbastanza facile, ogni tanto mi arriva una telefonata e io posso normalmente accontentare, dare gli indirizzi e anche perlomeno dare consigli. E poi possiamo grazie alla vostra attività si fa bene. Ma c’è una domanda molto attuale dal Lazio […] l’interesse di accontentare non so perché, forse è un personaggio importante anche se avete interesse notate il numero del di doctor… all’interno del Ministero. In questo caso R. C. Monaco 08921862250, ripeto Monaco 08921862250 se vi interessa o un cambiamento di scambio o uno scambio uguale, sarà dalla regione Lazio come ho già detto. Seconda informazione: Dillingen che era previsto in autunno il nostro Fortbildunglehrgang il nostro corso di aggiornamento che normalmente si tiene sempre in un arco di un anno e mezzo non si terrà non avrà luogo in autunno, questo autunno come era previsto ma probabilmente lo dico così probabilmente fine gennaio inizio febbraio 2004. Nel 2004 avremo delle cose pratiche come sempre se paragonate ai programmi di questo seminario che ci dà la bellissima possibilità di vivere un’isola di felicità autentica, lì avrete tutte le discussioni e tutte le pratiche della vita quotidiano dell’insegnante. Certi desideri urgenti potete dirmelo io sono coordinatore e animatore di questo programma. Grazie della vostra attenzione. Incontro con lo scrittore Paolo Nori, scrittore Bene, cari colleghi buongiorno, proseguiamo con il programma. Vi ho dato alcune comunicazioni di servizio e adesso presento l’ospite di questo seminario. È uno scrittore, è un giovane scrittore che viene dalla regione che vi ha ospitato lo scorso anno, che ha ospitato il vostro seminario lo scorso anno. Esattamente da Parma, quindi città letteraria per eccellenza basti pensare a Henry Stendhal e verrà a leggere dalla sua opera. È uno scrittore giovane e ha studiato slavistica quindi anche traduttore dal russo, ha tradotto vari racconti, opere dal russo in italiano ed è uno scrittore prolifico; ben 7 romanzi in 3 anni. Ecco lui vi presenterà direi una piccola presentazione della sua opera e poi inizierà a leggere qualche racconto. Io proporrei anche una discussione al termine della lettura, in modo che ognuno di voi o quanti di voi lo ritengano necessario possano porre delle domande al signor Paolo Nori, d’accordo. Grazie. Io leggo per 15 minuti circa e poi parliamo insieme insomma di come sono scritte queste cose di come si scrive in genere in Italia oggi, se riusciamo ad avvicinarci a questo. Allora io ho pubblicato 7 romanzi, il cui protagonista si chiama Learco Ferrari cosa un po’ singolare che pur essendo un personaggio seriale cioè che torna in vari libri non è né un investigatore privato né un poliziotto. È uno che scrive, è uno che è all’inizio della del ciclo è un aspirante scrittore, e all’inizio di uno di questi romanzi che si intitola “Spinoza”. Lui racconta come ha cominciato a scrivere ed è la pagina che vi leggo adesso. «Da piccolo facevo il portiere. Giocavo nella squadra del quartiere dove abitavo, il quartiere Montebello. Portiere degli allievi della Montebello. Allora una volta, ero lì che dovevo rinviare coi piedi, mi sono chiesto improvvisamente Chi me lo fa fare, di rinviare la palla coi piedi? C’erano i miei compagni, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano gli avversari, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi.E io ero lì, la palla in mano, avevo appena fatto una parata, facile, colpo di testa senza forza, dritto tra le mie braccia, ero lì che cercavo di ricordarmi chi me lo faceva fare, a me, di rinviare la palla coi piedi. C’erano i panchinari della mia squadra, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano i panchinari della squadra avversaria, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’allenatore della squadra avversaria, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. C’era il mio allenatore, gridava Che cazzo fai? Muoviti! Io stavo lì, con il pallone in braccio, pensavo, pensavo. C’erano i guardalinee, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’arbitro, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. Poi dopo ha fischiato. Punizione a due in area per la squadra avversaria. Battono, tirano, gol. Ho cominciato a scrivere». Allora, Learco Ferrari all’inizio è un aspirante scrittore e dopo pubblica il primo libro, pubblica il secondo cominciano a invitarlo alle presentazioni, queste cose qui succedono a chi scrive. Una volta lo invitano a una trasmissione radiofonica che si tiene al mare ad Imperia, in un faro, e gli chiedono di scrivere un racconto che duri 3 minuti e che parli del mare, da dire per radio. E il racconto è questo qua: «Dal momento che ho scritto dei libri ogni tanto mi chiedono di scrivere qualcosa su qualche argomento specifico, non so per esempio parlare per radio per tre minuti del tema: “Il mare”; come se io avessi qualcosa da dire del mare. Al mare io sono 20 anni che non ci vado, al mare. E pensarci da quando ho potuto decidere io, io ho sempre deciso di non andare, al mare. A dire il vero ci sono andato quattro anni fa, una settimana a Pescara, al mare. Ma lì non avevo deciso io, aveva deciso la mia morosa di allora, quello non vale. Non ero proprio a Pescara, se può interessare era un paesino prima di arrivare a Pescara, quello dove facevano nel palazzotto il festival estivo di erotica, chissà se lo fanno ancora. E noi con la mia morosa ci passavamo davanti tutte le volte che tornavamo dal mare: stanchi, arrossati, arrabbiati. Dopo due mesi ci siamo lasciati, quello è l’ultimo ricordo che ho del mare. E a parte quello, del mare solo ricordi d’infanzia, del mare. Solo i ricordi d’infanzia io non li sopporto, i ricordi d’infanzia. Io prima di leggere Proust i ricordi d’infanzia già mi piacevano poco, dopo poi ho letto Proust non ne parliamo e dopo Proust ho letto anche tutti gli altri scrittori con la proustite che adesso c’è pieno. Comunque una cosa la dico, dell’infanzia se no veramente non ho niente da dire, del mare. Al mare, io quando da piccolo andavo al mare che mi costringevano, io pativo un caldo; io ero contento quando pioveva, al mare. Che tornavo dalle mie ferie al mare come è andata mi chiedevano, bene gli dicevo è piovuto tutto il tempo. Io proprio di mare se può interessare io non so cosa dire, di mare. Io sono qui che la tiro alla lunga 3 minuti, devo tirare non son neanche 2 ah andiam bene, ah andiam proprio bene andiamo. Non so, proviamo Monte Rosso. Monte Rosso ci sono stato un anno, che ero già adolescente, a trovare mio zio che lui là ha una casa. Le cinque terre. Le cinque terre si possono visitare anche in battello, c’è le invidiano tutti, ci andava anche il poeta anglosassone Byron a nuotare, m’ha detto mio zio che fa il ferroviere. Monte Rosso se può interessare, Monte Rosso c’è una bella stazione, sul primo binario i tavolini del bar; con mio zio andavamo delle volte in stazione a giocare a briscola coi suoi colleghi a parlare del ritardo dei treni, se può interessare. Questo per quel che riguarda, il mare e delle volte vicino ci si trova anche la montagna, in quei casi nel lessico degli indigeni è molto frequente la parola: strapiombo, parola che da noi viceversa in Emilia Romagna è poco comune». Ma per il protagonista Learco, la consapevolezza di essere uno scrittore arriva col romanzo successivo che si intitola si chiama Francesco. Questo romanzo, dove lui comincia a vivere di questo e diventa proprio il suo mestiere vero e proprio e come si trova in questa nuova situazione si desume da queste due pagine che vi leggo adesso. «Che io non lo so bene se sono capace di scrivere i libri ho pensato l’altro giorno sull’autobus. Che quando tutti mi ignoravano, che le case editrici mi rifiutavano i miei romanzi, non ne volevano sapere io ero sicuro d’esser capace di scrivere i libri. Adesso che pubblico mi invitano ai convegni, mi chiamano ai giornali per collaborare con loro, io l’altro giorno per dire ho preso in mano il mio libro, il mio primo romanzo ho provato a rileggerlo, io a rileggere il mio primo romanzo, ci sono tanti di quei maroni sembra un bosco di castagne, ho pensato l’altro giorno sull’autobus. E se a forza di scrivere libri potrei forse anche essere capace, ho pensato io sono sicuro di non essere capace di far quelle cose che normalmente uno dopo che ha scritto un libro le fa naturalmente senza nessuna fatica, queste cose. Tipo le interviste e le presentazioni, io non lo so ho pensato a me mi sembra che uno che mi guardasse mentre faccio un’intervista penserebbe: “ ma cosa lo intervistano a fare quel tipo lì”! Poco tempo fa per esempio c’era un fotografo che mi faceva delle fotografie nel centro di Parma, seduto al tavolino di un bar, che c’era la gente che si fermava, mi guardava, pensava la gente: “chissà cosa lo fotografano a fare quel tipo lì, non sembra mica un tipo interessante da fotografare quel tipo lì” pensava la gente, mi sembra che pensava così, purtroppo non li ho guardati bene bene da essere sicuro di cosa pensavano. Che il fotografo mi chiedeva continuamente di guardare in macchina, dopo quando guardavo in macchina mi diceva: “ mi parli di calcio”, “io di calcio non so cosa dire” gli dicevo e lui intanto scattava. “Allora mi parli di musica” mi diceva “di musica cosa?” gli dicevo e intanto lui scattava “Le piace De André?” Mi chiedeva “tenga alta la testa. “Sì “ gli dicevo “mi piace” “mi parli di De André” mi diceva “tenga alta la testa” “eh è bravo” gli dicevo “ e Orietta Berti le piace?” mi diceva e intanto scherzava “da piccolo” gli dicevo “mi piaceva anche fisicamente” gli dicevo. Non sono mica capace io, queste cose, ho pensato l’altro giorno sull’autobus. Una volta ho fatto un’intervista per un settimanale a un certo punto l’intervistatrice ha fatto un bel respiro, dopo poi mi ha fatto una domanda che si sentiva da quel respiro che aveva fatto che quella era la domanda chiave di tutta l’intervista. La domanda su cui si fondava tutta la nostra chiacchierata di un’ora e mezza, la pietra angolare della nostra simpatica conversazione, che ha respirato la giornalista poi dopo mi ha chiesto: “ma lei, lei cosa sente quando scrive?” “la radio” “ma no” m’ha detto lei “dentro” m’ha detto. Ecco ho pensato, lo sapevo che non ero capace, cosa mi è saltato in mente di mettermi a scrivere, ho pensato l’altro giorno sull’autobus». E arriviamo agli Scacchi che è il settimo di questi romanzi in cui ormai Learco Ferrari ha accettato questo ruolo di scrittore diciamo e comincia a scrivere un romanzo importante, un romanzo con un tono diverso rispetto agli altri, che lui definisce tra il buffo e il sentimentale e vago e spaesato ai limiti del remissivo che si intitola Renditi utile che è un titolo che lui ha preso da perché c’era la sua fidanzata gli dice sempre “renditi utile visto che non sei dilettevole”, che è una frase di Natalia Ginzburg. Però e quindi c’è questo romanzo alto, nella tradizione diciamo anche romantico della letteratura italiana ma lui da un certo scrive 50 cartelle di questo nuovo romanzo e da un certo momento in poi gli succede una cosa che gli fa venire il nervoso e continua a scrivere ma si accorge che tutte le cose che scrive hanno un tono molto perentorio che non entrano nel tono invece un po’ appunto sentimentale di “renditi utile” e allora al mattino rilegge e si accorge che non c’è niente da fare deve buttare via quello che ha scritto e provare a scrivere ancora qualcosa finché un pomeriggio non sente, Learco Ferrari è di Parma e vive a Bologna però e un pomeriggio sente che, per radio, che quella sera ci sono una decina di scrittori parmigiani che si trovano a Parma e leggono dei loro racconti perché, in occasione delle celebrazioni del centenario della morte di Giuseppe Verdi che è parmigiano anche lui, è nato a Busseto in provincia di Parma. Allora lui dice beh io sono parmigiano anche io cosa faccio non la scrivo la mia celebrazione verdiana? E scrive anche lui un pezzo per celebrare il centenario della morte di Verdi. Il giorno dopo lo rilegge, anche quel pezzo lì non c’entra niente con il tono del romanzo quello importante, però gli dispiace buttarlo via, allora decide di scrivere un nuovo romanzo che si chiama “Gli Scarti”. Perché sono gli scarti del romanzo quello importante è il pezzo che dà un po’ il via all’anbaradan è questo qua: «Giuseppe Verdi, nella hall dell’Hotel de Milan di Milano, seduto in poltrona fuma un sigaro e legge un giornale. Non succede mai niente in questo regno piccolo Viva Vittòre Manuele Re d’Italia. dice così ma in realtà significa viva me. Ci vorrebbe un regno più grande. Canterella Sembro un monarchico, sembro un monarchico. Ma non è vero, ma non è vero. Si toglie l’orologio dal panciotto, lo guarda Quando arriva? Viva Vittòre Manuele Re d’Italia. Canterella Son egomaniaco, son egomaniaco. Tralalalà, tralalalà. Si alza in piedi, comincia a andare avanti e indietro per la hall dell’hotel de Milan di Milano Viva Vittòre Manuele Re d’Italia. Io che so tutto che ho letto tutti i libri di mare di terra e di aria ho letto tutte le opere ho letto anche quell’austriaco quel Frund l’ho letto anche le cose che non ha mai scritto, io che so tutto guarda te. Io che conosco tutto tutte le musiche tutti i regni da qui all’avvenire so tutto di tutto son scircondato da jente che non sanno gnente circondato, son. Io cogniosco tutte le mie malattie anche quelle che devono ancora inventare monomanìa, egomanìa, scizofrenìa, gnientemanìa, tuttomanìa, pocomanìa, moltomanìa, polimanìa, destromanìa, sinistromanìa, vivavittoremanuelered’Italiomanìa, tutte. Non solo quelle italiane anche le estere allmanìa, nothingmanìa, alotmanìa, afewmanìa, godsavevictormanuelkingofitalymanìa, beaucoupmanìa, peumanìa, droitemanìa, gauchemanìa, vivevictoiremanuelroid’italiemanìa guarda che roba. Ciò neanche uno spartito. Se no scrivevo due note e mi calmavo. Qui si fa l’Italia, o si muore. Io so tutto so tutte le fresi storiche del futuro del passato io non lo so, come mai proprio a me tutte queste conoscense, non ho fatto aposta, io a forsa di scriver le musiche poi m’è successo ho imparato tutto tutto d’un botto siamo in anticipo, cosa facciamo? Ripassiamo l’alfabeto A, Bi, Ci, Di, E, Effe, Gi, Acca, I, Elle, Emme, Enne, O, Pi, Qu, Erre, Esse, Ti, U, Vi, Zeta. Ics, Doppio vu, Ipsilon. Doppio vu. Vi, Vu. Viva Vittòre Manuele Re d’Italia. Son qui aspetto Goito. Intanto so cosa fare. Quasi quasi torno in camera e scrivo l’Aida. O la deve scriver Puccini, l’Aida? Non mi ricordo. Cio una memoria, sono un po’ disordinato, con la memoria. Che prendo tutto ma faccio fatica a mettere a fuoco siamo in anticipo, cosa facciamo? Non ciò neanche uno spartito. Se avevo uno spartito, almeno. Uno spartitine, scrivevo l’ouverture della Turandot, mi calmavo. Invece, sempre il cervello in movimento sempre Pà Pà, papapapà pà pà, papapapà papà, papapapapà, papapà, papapà, papapà. Questo l’ ho rubato al futuro, l’ho sentito una volta allo stadio mi piaceva da matti gliel’ho fregato l’ho messo nel Falstaff. O era la Turandot? No, la Turandot la devo ancora scrivere. Non succede mai niente, questo regno piccolo, dovevano allearsi con i tedeschi, io gliel’avevo detto Alleatevi con i tedeschi invece. Facciamo da soli facciamo da soli, dopo leggi i giornali non succede mai niente. Eeeeeh, io non lo so. Almeno se c’era Goito ripassavamo insieme. Goito, gli dicevo, Sì maestro. Quante opere scriviamo, Goito? Trentatré, Maestro. Bravo Goito. Grazie Maestro. Goito? Sì? Viva Vittòre Manuele? Re d’Italia. Bravo Goito.Grazie maestro. Goito? Sì? Pà Pà, papapapà pà pà, papapapà papà, papapapapà…Papapà, papapà, papapà. Bravo Goito. Grazie Maestro. Goito? Sì? Cosa scriviamo adesso, Madama? Madama Butterfly, Maestro.Bravo Goito. Grazie Maestro. Goito? Si? Cosa scriviamo dopo, La gazza? Che gazza, Maestro? La gazza Ladra, Goito. No, Maestro, quella la scrive Puccini. Aah, Puccini, aaah. Capito. Proprio una noia proprio una noia. Almeno avevo uno spartito la carta da musica . No no no no no ma io non ci sto qua. No no no no no io adesso ripasso una poesia poi vado via, impazientomanìa. Una volta nella Parma c’era un guardiacaccia, gli abbiamo infilato su per i buchi del naso due noci moscate. Eravam giovani. Dopo abbiam fatto la grigliata, è venuta un po’ bruciata. Tralalalà, tralalalà, allora allora, ripassiamo la poesia. Gli uomini l’arme i cavalieri io canto, no, è troppo lunga. Facciam quell’altra, Comèdia. Otto uomini seduti su una sedia, è finita qui la mia comèdia, inchino. Leggo l’ultima cosa sempre tratta da questo libro che alla fine è una specie di saggio sull’importanza della critica russa del 900. Learco Ferrari è laureato in russo e questo che poi ha a che fare, del resto con la cosa di Verdi, però si può leggere anche separatamente, appunto. Parla di un formalista russo che si chiama Boris Elckenbaum e che conoscete. Boris Elckenbaum era un formalista russo che negli anni 20 del 900 lui studiava moltissimo, gli piaceva da matti la letteratura. Lui Boris Elckenbaum negli anni 20 del 900 lui passava le sue giornate nelle biblioteche a leggere e a scrivere a elaborare teorie sulla letteratura, teorie mica stupide tra l’altro, fatte bene, scritte bene che si capiscono era uno che sapeva il fatto suo Boris Elckenbaum solo aveva un difetto, aveva una malattia segreta Boris Elckenbaum talmente segreta che anche lui fino a un certo punto non lo sospettava neanche di esser malato. Se n’è accorto una sera del 26 che i suoi studi, la sua passione per la letteratura gli avevano fatto contrarre una malattia grave e pericolosa, il primo caso al mondo. Una sera di novembre del 26 Boris Elckenbaum è tornato a casa dalla biblioteca. Come va? Gli ha chiesto sua moglie Tatiana, Cosa hai fatto oggi? Va, bene gli ha risposto Boris Elckenbaum oggi ho letto “I Demoni” di Dostoevskij. Ah! gli ha detto sua moglie Tatiana lo volevo leggere anche io, com’è? Se seguiamo la nota classificazione di Otto Ludwig ha detto Elckenbaum “I Demoni” è un tipico esempio di racconto scenico, se seguiamo la nota classificazione di Otto Ludwig. Cosa? gli ha chiesto a Elckenbaum sua moglie Tatiana. È un tipico esempio di romanzo dell’800 le ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana, sincrepito, in cui la narrazione si orienta verso la forma epistolare, ora verso la forma delle memorie, ora verso la forma del bozzetto descrittivo. Come? Gli ha chiesto la moglie Tatiana a Elckenbaum. È un opera “I Demoni” di Dostoevskij in cui Dostoevskij usa la tecnica del rallentamento, del concatenamento e della saldatura di materiale eterogeneo. Sviluppa e collega gli episodi, crea nuclei diversi, porta avanti intrecci paralleli, ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana. Sì, ma gli ha detto a Elckenbaum sua moglie Tatiana com’è questo romanzo Bello? Brutto? Cosa! Gli ha chiesto Elckenbaum. E’ bello o è brutto “I Demoni” di Dostoevskij. Beh gli ha risposto Elckenbaum è un tipico esempio di romanzo dell’800 e per tanto diversamente dalla novella, che è un problema di impostazione di un’equazione a un’incognita “I Demoni” è un problema su regole diverse risolvibile con l’aiuto di un intero sistema di equazioni a più incognite gli ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana. Ma la moglie Tatiana non era mica tanto contenta di questa risposta. Ma è bello o è brutto? Gli ha chiesto difatti a Elckenbaum sua moglie Tatiana. Ecco ha detto Elckenbaum è un romanzo questo I Demoni di Dostoevskij, il cui momento culminante risiede tipicamente in un punto collocato ben prima della fine, diversamente dalla novella ha detto Elckenbaum, che per la sua stessa essenza accumula tutto il suo peso verso la fine, in cui la fine spinge per così dire tutto il resto. Boris, gli ha chiesto Tatiana a suo marito lo devo leggere questo romanzo di Dostoevskij oppure no! Mi consigli di leggerlo oppure no! Ecco, noi formalisti ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana parliamo e possiamo parlare solamente di alcuni principi retorici che non ci sono stati suggeriti da questo o quel sistema metodologico, estetico bello e pronto ma dallo studio del materiale concreto nelle sue specifiche peculiarità. Ecco ha detto Elckenbaum, un po’ confondendosi, a sua moglie Tatiana; la quale moglie Tatiana ha scosso la testa: “ cosa studi tanto a fare “ ha detto delusa a suo marito, poi si è voltata, si è diretta in cucina “è pronto il Borsch” gli ha detto “vieni che si raffredda”! NO, ma gli ha detto Elckenbaum seguendola in cucina, l’elemento estetico è uno degli approdi futuri del metodo formale. I nostri avversari e molti dei nostri seguaci non tengono conto di questo fatto, Tatiana! Tatiana dal canto suo ha scosso la testa, non gli ha neanche risposto. E’ stato in quella fredda sera di novembre del 26 che la sindrome di Elckenbaum ha fatto la sua prima vittima, il noto critico formalista Boris Elckenbaum che con tutta la sua notorietà e la sua scienza non era neanche capace di dire a sua moglie se il romanzo che aveva appena letto era bello o era brutto, e lui è stato, Boris Elckenbaum, solo la prima di una lunga serie di vittime della sindrome che da lui prende il nome; tra le quali anche io, che per un certo periodo leggevo tutto quello che mi capitava sotto le mani stavo attento solo all’intreccio, alla lingua, allo stile, alla forma, all’unità e alla compattezza, alla discontinuità, alla disgregazione, era così interessante questo carosello di romanzi italiani contemporanei che uno dopo l’altro mi capitavano sotto le mani che la questione se erano belli o se erano brutti i romanzi che leggevo non me la ponevo neanche, non ci badavo neanche, non lo sapevo neanche se erano belli o se erano brutti i romanzi che mi capitavano sotto le mani quando avevo appena cominciato a scrivere e avevo preso la sindrome di Elckenbaum. Era un po’ una complicazione la sindrome di Elckenbaum perché anche le cose che scrivevo io, io stavo attento solo all’intreccio, alla lingua, allo stile, alla forma, all’unità e alla compattezza, alla discontinuità e alla disgregazione, se erano belli o se erano brutti era una cosa che non mi interessava. Dopo poi le ho rilette, non che mi sembrassero brutte, solo ogni volta che le rileggevo io no so come mai mi mettevano sempre di malumore le cose che avevo scritto io i primi tempi quando le rileggevo. Bene Ecco questo è un esempio delle cose che scrivo Adesso per me è abbastanza difficile parlare criticamente – Noi speravamo che ci regalasse … – i pezzetti che ho letto prima sono da cose precedenti -Bassotuba non ce l’hai? – Bassotuba non l’ho preso – […] ho chiesto di poter leggere ancora qualche altro passo, guardavo i vostri volti, ho visto le vostre espressioni, tutti presi da queste letture. Quindi proporrei di continuare ancora con qualche.. e al termine potete anche rivolgere qualche domanda e auspico anche uno scambio. Allora. Poco tempo fa ho letto uno c’è un libro a cura di Enrico De Vivo che si chiama Racconti impensati di ragazzini e sono, Enrico De Vigo insegna alle scuole elementari credo, e ha fatto una scelta dei temi dei suoi allievi dove c’è un uso della lingua molto sorprendente che è un po’ simile alle cose che provo a fare io e che un certo numero di scrittori provano a fare, cioè usare la lingua senza far intervenire il super io che ci hanno messo in testa quando abbiamo studiato a scuola, dove ci hanno insegnato una serie di regole per lo scrivere corretto. Per esempio il fatto che non si devono fare ripetizioni, che non so se anche in Germania Sì Il fatto di non ripetere in prosa la stessa parola ma di cercare dei sinonimi è una cosa che è comprensibile in un contesto scolastico perché è lo strumento attraverso il quale l’insegnante si rende conto del bagaglio lessicale dell’allievo. Però quando la scrittura passa da un contesto scolastico a un contesto narrativo io non capisco perché ci sia ci sono degli editor delle case editrici che sottolineano la ripetizione e chiedono di usare .. allora usando un sinonimo tu dici poi un’altra cosa, va a finire che e rinunci a tutte le possibilità sonore che la ripetizione ha e che vengono accettate in italiano per la poesia; la rima è già di per sé una ripetizione, perché è la stessa sillaba che si ripete alla fine del verso e per la prosa no. C’è uno scrittore che si chiama Buzzi, Aldo Buzzi che è quasi omonimo di Aldo Busi ma è un’altra cosa, che in un suo libretto che si chiama La Lattuga di Boston. Lui dice che quando qualcuno dopo aver detto il BALLONE invece di dire il PALLONE dice la sfera di cuoio lui per quelli lì proporrebbe l’ergastolo. Senza è una cosa […] ed è una cosa che se ci fate caso nei libri italiani di oggi è molto diffusa soprattutto, ecco una spia è il verbo DIRE, quando c’è un dialogo e poi c’è l’intevento di un narratore che scrive DISSE quando poi ribatte non DISSE più cioè o RIBATTE’, INTERVENNE insomma c’è tutta una serie di SOSTENNE, SI INTROMISE. Io sono, per esempio, io ho studiato russo e gli autori russi non hanno questa diffidenza nei confronti della ripetizione in prosa. Cè un autore in particolare che si chiama Daniil Charms del quale mi piacerebbe leggervi qualche .. che forse voi conoscete perché Daniil Charms è scritto come c’erano delle caramelle che si chiamano Charms, in Italia non so, comunque Ci, Acca, A, Erre, Emme, Esse, che è tradotto in tedesco già. La prima edizione delle opere di Charms è stata fatta in Germania perché lui ha una vicenda molto particolare, nel senso che lui da piccolo (da piccolo che stupido) no; lui in vita non è mai riuscito a pubblicare niente per adulti, lui era conosciuto come scrittore per l’infanzia, scrittore per i bambini anche se i bambini non li sopportava. C’è una sua opera dove lui immagina la città ideale e nella piazza principale lui dice che ci vorrebbe un buco dove dentro buttarci i bambini e i pastori tedeschi, anche. Non so perché. – I pastori tedeschi… – No, i cani, i cani – I cani, i cani, il cane pastore tedesco Però lui pubblicava solo, cioè campava di questo, mentre le cose per adulti che scriveva, si era negli anni 30, gli hanno dato un mucchio di problemi. E’ stato arrestato una prima volta, accusato di fare arte antisovietica. Lui è un rappresentante dell’ultima avanguardia quella post futurista. Il suo gruppo si chiamava i Cinari e lavoravano molto su queste, sull’aspetto sia sonoro della parola che sulla ripetizione. Allora vi leggerei qualcuna delle sue cose che sono, da cui minimamente discendono anche le cose che scrivo io. «Adesso racconto come sono nato, come sono cresciuto e come si sono manifestati in me i primi segni del genio. Io sono nato due volte, è successo così. Mio babbo ha sposato mia mamma nel 1902 ma i miei genitori mi hanno messo al mondo solo alla fine del 1905 perché mio babbo voleva assolutamente che suo figlio nascesse il primo gennaio. Il babbo aveva calcolato che il concepimento dovesse aver luogo il primo d’aprile e solo quel giorno si è avvicinato alla mamma al fine di concepire un bambino. La prima volta il babbo s’è avvicinato alla mamma il primo aprile 1903, la mamma aspettava da tempo questo momento e se ne è molto rallegrata, ma il babbo si vede, era proprio in vena di scherzi e non si è trattenuto e ha detto alla mamma Pesce d’Aprile. La mamma si è offesa moltissimo e per quel giorno non ha permesso al babbo di avvicinarsi, è toccato aspettare l’anno successivo. Il primo Aprile 1904 il babbo ha ricominciato ad avvicinarsi alla mamma con lo stesso fine, ma la mamma ricordando il caso precedente ha detto che non voleva fare più la figura della stupida e di nuovo non ha permesso al babbo di avvicinarsi, per quanto il babbo si agitasse non c’è stato niente da fare. E’ stato soltanto l’anno dopo che mio babbo è riuscito a vincere le resistenze di mia mamma e a concepirmi, così il mio concepimento ha avuto luogo il 1° Aprile 1905. Tutti i conti del babbo però sono andati a farsi benedire perché io sono risultato prematuro e sono nato 4 mesi prima del previsto. Il babbo si è infuriato talmente, che la levatrice che m’aveva preso si è spaventata e ha cominciato a rificcarmi nel posto da dove ero uscito.Uno studente dell’accademia medico militare, che assisteva al parto, ha dichiarato che a rificcarmi dentro non ci sarebbero riusciti, tuttavia nonostante le parole dello studente a rificcarmi dentro ci sono riusciti ma per la fretta non nel posto giusto. A questo punto comincia una terribile baraonda. La puerpera grida: “datemi il mio bambino” e le rispondono “il suo bambino” le dicono “si trova dentro di lei”. “ma come!” grida la puerpera “come sarebbe dentro di me se lo ho appena partorito!” “E se si sbagliasse!” Dicono alla puerpera. “ma come!” grida la puerpera “come faccio a sbagliarmi, come se potessi sbagliarmi, ma se un attimo fa ho visto il bambino qui sul lenzuolo” “ è vero” dicono alla puerpera, “però forse si è infilato da qualche parte”. In poche parole non sapevano neanche loro cosa dire alla puerpera e la puerpera strepita e chiede che le diano il suo bambino. E’ toccato chiamare un medico esperto, un medico esperto ha visitato la puerpera e ha allargato le braccia, poi ha capito la situazione a ha dato alla puerpera una buona dose di sale inglese. Alla puerpera è venuta la diarrea e in questo modo io sono venuto al mondo per la seconda volta. A questo punto il babbo ha ricominciato a dare in escandescenze, che secondo lui questo diceva non si poteva ancora chiamare una nascita, che questo diceva non era ancora un uomo ma piuttosto un mezzo embrione e che bisognava rificcarlo dentro, oppure metterlo nell’incubatrice. Allora m’hanno messo nell’incubatrice». E finisce qui. Questo è anche un pezzo abbastanza lungo rispetto alla misura di Charms, che scrive di solito delle cose ancora più brevi , come questa che si intitola Vecchie che si ribaltano. «Una vecchia per la troppa curiosità si è ribaltata dalla finestra, è caduta e si è sfracellata. Dalla finestra si è sporta un’altra vecchia e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata, ma per la troppa curiosità si è ribaltata anche lei dalla finestra è caduta e si è sfracellata. Poi dalla finestra si è ribaltata una terza vecchia poi una quarta poi una quinta, quando si è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Malzieschi, dove dicevano a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano». Ha scritto anche, è abbastanza varia come tipologia la produzione di Charms per adulti, per esempio c’è un’opera che si chiama Gli Spudorati e che è questa qua: «La scena è deserta, sul fondo sono dipinte delle montagne è dipinto anche un uomo che scende dalle montagne con un samovar sottobraccio. Sulla scena ci sono due sedie, Bogolubo sta in piedi sulla scena e tiene in mano un bastone. Di fronte a Bogolubo c’è Parascon. Bogolubo canta “ ecco che adesso ti picchio” Parascon canta “no, tu non mi picchi” Bogolubo “no, ti picchio!” Parascon “e invece non mi picchi”, Bogolubo “ ti picchio”, Parascon “non mi picchi”. Entrambi si siedono su una sedia. 1° coro: “ lui lo picchia”, 2° coro: no, non lo picchia”. Bogolubo alzandosi “io adesso ti picchio” colpisce Parascon col bastone ma Parascon scansa il colpo». E finisce così. L’ultima cosa di Charms che vorrei leggervi è una lettera dove, che secondo me, e uno dei suoi pezzi che a me piace. «Caro Mikanda Andreviic ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un poco che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quello che voleva vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera, ho pensato subito che era tua poi ho pensato che sembrava che non fosse tua. L’ho aperta, ho guardato era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi, prima non mi scrivevi poi tutto d’un tratto mi hai scritto anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’ tu m’avevi scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera ho deciso subito che era tua e poi sono molto contento che ti sei già sposato perché se uno ha voglia di sposarsi bisogna che si sposi senza […]; per questo sono molto contento che tu alla fine ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. Hai fatto proprio bene a scrivermi, sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera e ho perfino ho perfino subito pensato che era tua. A dire la verità mentre la aprivo ho pensato che magari non fosse tua ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse non sai spiegarti perché sono così contento per te. Te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E’ proprio bene sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare perché così si ottiene quello che si vuole, ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che m’hai scritto una lettera, fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua. L’ho presa in mano e ho pensato “ e se per caso non è tua?” poi ho pensato: “ ma no certo che è tua” apro la lettera e intanto penso: “e tua o non è tua, è tua o non è tua” beh come l’ho aperta ho visto subito che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso subito di scriverti una lettera. Ho molte cose da raccontarti ma non ho proprio tempo, quello che ho potuto te l’ho scritto in questa lettera il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto è un bene che m’hai scritto una lettera, adesso so che è già un po’ che ti sei sposato, anche dalle lettere precedenti sapevo che ti eri sposato e adesso lo vedo ancora, è proprio vero ti sei sposato! Sono molto contento che ti sei sposato e che m’hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera ho deciso che t’eri sposato un’altra volta, beh ho pensato è un bene che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso come è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie. Daniil Charms 25 settembre e Ottobre 1933». Ecco qui l’uso della ripetizione si giustifica da solo. Adesso io intanto ho pensato che non ho finito i due discorsi che avevo cominciato. Su Charms brevemente dicevo non è mai stato pubblicato in vita, nel 1942 è scomparso e sembra che sia finito in un manicomio però per molto tempo non si sapeva proprio, c’era in giro la voce che fosse uscito di casa dicendo:” Vado a comprare le sigarette” e che non fosse più tornato. Tant’è vero che negli anni 60 un cantautore Russo che si chiama Galic ha scritto una canzone che si chiama Canzone del tabacco dove si diceva che Charms per 20 anni aveva trovato tutte le tabaccherie chiuse e stava ancora girando per l’Unione Sovietica a cercar da fumare. Difatti ogni tanto qualcuno lo avvistava nei vari abladivos piuttosto che gulag. Però sembra che sia morto proprio nel 42 e un suo, un filosofo Jakob Truskin quando ha salvato la valigia che conteneva tutti questi manoscritti inediti e l’ha portata con sé per 20 anni fino a quando nel 68 c’è stata la prima edizione delle sue opere credo a Francoforte ma non sono sicuro, comunque in Germania, credo in Russo. Da quel momento negli ultimi 15 anni Charms è uno degli autori più pubblicati e più letti in Russia. L’altro discorso che non avevo finito era quello su questo libro di bambini di De Vivo in cui c’è un’introduzione di Gianni Celati che racconta che una volta lui è andata in una scuola media a fare un incontro con la scolaresca e che l’ha accolto il responsabile della biblioteca e l’ha portato in biblioteca a fargli vedere la biblioteca in allestimento. Allora c’erano delle pile di libri e il bibliotecario gli faceva vedere le novità della narrativa italiana contemporanea. Gli diceva” ecco questo è un romanzo sul problema del turismo sessuale, questo è un romanzo sul problema della condizione della donna, questo è un romanzo sul problema della tossicodipendenza” e Celati gli ha chiesto “ma senza problemi non ne avete?” Allora questo era per dire che queste cose, le cose che scrivo io sono proprio romanzi senza problemi, nel senso non è, non sono centrati, difatti una delle domande più difficili che mi si può rivolgere è di che cosa parla il tuo romanzo quando esce. Perché non è che parli di una cosa, cioè si fa un po’ prendere dalla lingua e poi ci sono naturalmente diversi temi. Però per esempio fare il riassunto di che ne so Del buon soldato Swain che per me è uno dei capolavori del 900 di Eishek è difficile da riassumere cioè ci sono, c’è dentro un po’ di tutto oppure di Mosca alla vodka di Erofeev, o della Banda dei sospiri di Celati. Cioè sono romanzi che non sono sul problema dell’uomo piuttosto che della donna, ma sul si, sono un po’ portato dalla lingua e vanno dove devono andare. Cioè molto spesso non vanno da nessuna parte però è un bell’andare, credo almeno per me. Se credete io leggo ancora qualcos’altro se non avete una. Sempre su questo tema della ripetizione, diciamo c’è un racconto di Ermanno Cavazzoni in Vite Brevi di idioti che è tradotto in tedesco credo da Wagenbach, che parla del poeta Dino Campana, voi conoscete. «Un tale Melegari era nato a Marradi, paese di Dino Campana, il famoso poeta; questo tale Melegari frequentava l’università di Bologna negli anni tra il 1970 e il 1974. Negli esami riusciva sempre a nominare o a far cadere il discorso sopra Marradi, di modo che il professore alzava immediatamente le orecchie e diceva: “Marrani, il paese di Dino Campana”. Dopo di che il professore esponeva alcune notizie su Dino Campana; in genere citava la perdita del manoscritto dei Canti Orfici, oppure i suoi viaggi a piedi, o il fatto che a scuola Campana era ancora poco studiato. Se si trattava di una professoressa il discorso era sulla natura dei rapporti tra Campana e Sibilla Aleramo, la famosa poetessa. A questo punto Melegari, quando il professore o la professoressa si erano già un po’ sfogati, introduceva il fatto che essendo lui nato a Marrani, possedeva un prozio che aveva visto davvero Dino Campana, anzi lo vedeva ogni tanto per strada e sapeva dire in che via aveva abitato. A queste parole il professore (o la professoressa) si entusiasmava e diceva che Campana era un poeta misantropo molto difficile da avvicinare. In genere evitava la gente, diceva il professore (o la professoressa), e anche al caffè delle Giubbe Rosse a Firenze, dove ci stavano sia i Futuristi che i poeti Vociani, lui stava invece in un angolo. Questo era un punto che piaceva moltissimo a tutti i professori indistintamente, che cioè Campana se ne stesse in un angolo e qualche volta non si sedesse neppure. Alle professoresse piaceva dire che Campana sembrava in apparenza un barbone, e nonostante questo Sibilla Aleramo l’aveva amato tempestosamente. Così già a questo punto l’esame era molto avanzato, era già almeno a metà, e il professore o la professoressa erano più che soddisfatti di sé e di Melegari. Era la parola Marradi che esercitava un potere irresistibile sui professori, e non c’è mai stato nessuno che non abbia ceduto a tale attrazione; alla fine dopo averne parlato c’era un’aria di originalità su tutto l’esame, tanto che il resto della materia non contava più niente, ossia il resto diventava banale e accademico, cioè da sorvolare, sia che si trattasse di letteratura o ad esempio di geografia. Una caratteristica delle professoresse, non di tutte, ma di quelle che non si eran sposate, era di dire che Sibilla Aleramo si chiamava in realtà Rina Faccio. Con questo volevano dire probabilmente che come poetessa valeva un po’ meno di quel che si pensa, e che nominandola eran loro a farle un piacere e non viceversa. Ugualmente era Dino Campana ad aver fatto un piacere a Sibilla Aleramo con la faccenda dei loro amori tempestosi. Dunque con queste professoresse bisognava dare poca importanza a Sibilla Aleramo e fare la faccia scettica di fronte sia al nome che al soprannome. Mentre ce n’erano altre che di importanza gliene davan moltissima; bisognava quindi avere gli occhi vividi e interessati, perché quanto a parlare ci pensavano loro. Queste ultime professoresse anzi non aspettavano altro che il nome di Sibilla Aleramo per potere parlare, e Dino Campana era solo un preambolo, così come era un preambolo il paese di Marrani. Ma in un modo o nell’altro Marradi faceva drizzare le orecchie a tutto il corpo insegnante. Questa era la verità. E Melegari la sfruttava per la sua carriera scolastica, senza aver mai bisogno di leggere in prima persona le poesie del poeta Dino Campana. Mentre era ancora studente, Melegari veniva chiamato di tanto in tanto nelle scuole medie inferiori a fare delle supplenze. Queste supplenze duravano in genere una settimana, e poiché c’era sempre una poesia di Dino Campana nell’antologia scolastica, lui faceva fare in classe il riassunto, poi diceva che suo zio era stato amico di Dino Campana, il quale però poi era morto; mentre suo zio era vivo ed era quindi un testimone vivente. E diceva che si vedeva fin da piccolo che Dino Campana era un poeta, fin dalle medie inferiori, quando lo prendevano tutti a sassate. Suo zio invece lo difendeva, perché era un grande poeta. E da adulto era molto barbuto, lo si riconosceva per questo, dalla barba; e anche dai capelli, come è dimostrato in fotografia. Non tirava fuori Sibilla Aleramo perché a quell’età i ragazzi non sono ancora maturi. Poi faceva leggere la vita di Dino Campana sull’antologia; questo il secondo o il terzo giorno della supplenza. La vita in genere era di 10 righe; lui la integrava con qualche notizia appresa agli esami, ad esempio che gli avevano preso tutte le sue poesie: erano stati i futuristi, diceva alla classe. Lui le aveva però tutte riscritte, identiche. Poi all’improvviso faceva chiudere i libri e chiedeva: “Dove è nato Dino Campana?” Dava otto a chi rispondeva. Chi rispondeva sbagliato doveva copiare a casa la vita e fare una ricerca di geografia su Marradi. I colleghi che lo incontravano nella sala insegnanti dicevano: “Bravo stai facendo Dino Campana” Nessuno ne sapeva molto, ma sapevano che era nato a Marrani; anche i professori di matematica o di ginnastica, e il prete di religione. Era una nozione universale nell’ambiente scolastico. Lui diceva a questo punto: “Anch’io sono di Marrani,” e constatava che tutta la sala insegnanti drizzava le orecchie, e che le professoresse di lettere avevano già sulla lingua il nome di Sibilla Aleramo, alcune per svelare che si chiamava in realtà Rina Faccio, le altre per alludere agli amori tempestosi che intercorrevano tra la poetessa e il poeta. Questo Melegari si è poi laureato nel 1974 su Dino Campana; ma aveva comprato la tesi già fatta da uno studente che viveva facendo le tesi per gli altri. Questo altro studente si chiamava Pignedoli e non si era mai laureato perché ogni volta che faceva la propria tesi di laurea succedeva a un certo punto che la vendeva. O perché aveva bisogno di soldi; o perché cedeva alle richieste dei laureandi che sapendolo debole lo tormentavano finché lui non aveva venduto la tesi. Quando Melegari si presentò alla commissione di laurea, ci fu un professore che immediatamente parlò del manoscritto perduto dei Canti Orfici e un altro aggiunse che i futuristi stavano sempre seduti al caffè delle Giubbe Rosse e soprattutto ci stava Papini, il famoso critico, mentre Campana stava in disparte. Poi essendoci tra i presenti una professoressa, subito era saltata fuori Sibilla Aleramo; al che si è sentita all’estremità opposta della commissione una seconda professoressa che chiamava Sibilla Aleramo col vero nome di Rina Faccio; questa era una professoressa che non si era sposata, al contrario dall’altra che infatti ricordò gli amori tempestosi dei i due. Era venuto il momento di nominare Marrani; infatti Melegari lo nominò e, per la lunga esperienza che aveva, aggiunse di esserci nato. Questo fatto dispose favorevolmente la commissione, di modo che quando saltò fuori lo zio come testimone oculare, la tesi fu molto lodata e il presidente disse che a suo giudizio poteva bastare. I professori e le professoresse si dichiararono tutti d’accordo; quindi Melegari fu laureato. Questa tesi fu poi rivenduta da Melegari, e fu ridiscussa parecchie altre volte come tesi di laurea, anche in altre città, dove fioriva un mercato molto fitto di tesi di laurea. Anche se ormai più nessuno sapeva che l’aveva originariamente scritta Pignedoli, questa tesi su Dino Campana divenne assai rinomata tra i laureandi, perché suscitava l’unanime approvazione dei professori e divideva in due partiti le professoresse, di modo che il candidato poteva non aprire quasi mai bocca e lasciare che a discutere fossero i membri della commissione; cosa che immancabilmente avveniva quando si nominava Sibilla Aleramo col vero nome di Rina Faccio. Ogni tanto si incontra in Italia qualcuno laureato su Dino Campana; il quale se stimolato, parla del caffè delle Giubbe Rosse e del fatto che Campana era un poeta misantropo. Anche Melegari rientra in questa categoria di persone, con in più il fatto di essere nato Marradi e di aver avuto lo zio testimone oculare. Queste due caratteristiche lo rendono un personaggio particolare, tra tutti i laureati su Dino Campana». Ecco anche questo è giocato completamente sulla ripetizione – Ermanno Cavazzoni – Questo qui Vite brevi di idioti è il suo, il primo libro di Cavazzoni si chiama Il Problema dei Lunatici ed è il libro da cui Fellini ha tratto “La Voce della Luna”. – L’ultimo film di Fellini è stato tratto , è molto interessante se vi capita […] – Questo qui Vite brevi di idioti – ancora prego – Il titolo è Vite brevi di Idioti – […]posso leggere i titoli, cominciamo con la produzione di Paolo Nori. Sono gli ultimi quattro libri di Paolo Nori – Il primo libro come si chiama? – Il primo libro si chiama Grandi ustionati, ustionati significa bruciati e grandi ustionati è un reparto ospedaliero dove ci sono quelli che si sono bruciati molto.[…] – Perché non è tanto importante? – io canto, c’è un gruppo musicale facciamo delle cose -[…] Va bene. Il libro di Charms è stato tradotto da Paolo Nori dal russo in italiano. Sarebbe utile confrontare, prendere, trovare il testo tradotto in tedesco, chi lo ha tradotto in tedesco, considerato che Paolo Nori ci dice che la prima edizione è stata in Germania a Francoforte – Nel 68 in russo però poi ci sono state delle successive edizioni – quindi sarebbe interessante sapere chi ha tradotto in tedesco – e come e come, esattamente. Poter trovare il testo sicuramente si può, a Francoforte c’è la […] e poi abbiamo Ermanno Cavazioni, il primo libro di Ermanno Cavazioni è Il poema dei lunatici al quale Federico Fellini si è ispirato per l’ultimo film della sua carriera, La voce della Luna nel 1990. Il prossimo anno farò senz’altro anche una retrospettiva in istituto su Federico Fellini, quindi eventualmente,[…] certamente questo film anche perché è iniziata ed è finita perché Fellini è morto due anni dopo. L’ultimo suo film dove ha scoperto due attori che sicuramente andavano bene per lui e che avrebbe sicuramente E’ chiaro, va bene, riuscite a trascrivere? Prego – Permette una domanda? – Certo -Domanda: Perché adesso a lei mi sembra un po’un piccolo ribelle uno che da anni adempie alle regole, giusto?, non soltanto stilistiche. Adesso quello che ci ha presentato con tutte le ripetizioni, ma anche secondo me ha letto quel brano su Verdi, detronizza anche le cose care alla nazione, fatto o conseguenza da riflusso subito, studiato [Slavistico, russo] Secondo me anche un po’ anglosassone o è così uno stile che è nato così senza, improvvisamente non so come ci è arrivato? Risposta: Dunque per la questione di infrangere le regole letterarie di stilistica, direi che mi piace molto e credo che sia uno dei mezzi o il mezzo che ho presente come possibilità di andare avanti, c’è un lavoro di Tignano sull’evoluzione letteraria, che dice proprio questo, che all’interno cioè i romanzi le opere che all’interno di un genere segnano un passo avanti sono quelle che infrangono le regole precedenti. E questo comporta delle conseguenze, per esempio il fatto che alcuni mi dicono che i miei romanzi non sono romanzi e insomma cose che non si capiscono bene, non si capisce bene cos’è e di cosa si tratti, però io credo che noi quando ragioniamo sul concetto romanzo, oggi abbiamo ancora un’idea ottocentesca. L’archetipo del romanzo per noi è ancora “Guerra e Pace”; narrazione ed è per me molto interessante il fatto che quando uscì “Guerra e Pace” la principale critica era che non era un romanzo, perché mischiava insieme le teorie e quindi di distruggere delle icone. A me Giuseppe Verdi tra l’altro come viene fuori dagli scatti a me è molto simpatico, mi fa, però, viene naturale perché io sono nato a Parma e ho vissuto a Parma per circa 30 anni. E Parma poi è una città che cura molto i propri, le proprie eredità va molto fiera della propria eredità culturale diciamo, quindi anche se Verdi in vita aveva con Parma e con Maria Luisa dei rapporti, diciamo adesso cioè io per 30 anni ho sentito parlare di Giuseppe Verdi, ho visto le sue immagini e quindi poi in quel periodo in cui c’era il centenario ancora di più ma continuamente insomma noi come si diceva prima. Per noi, Stendal che ha scritto “La Certosa di Parma” è praticamente un autore parmigiano a Parma, addirittura è quasi parmigiano Proust perché una volta ha scritto che lui non è mai stato a Parma però ha scritto che questo nome, Parma, gli dà l’idea del coloro malva. Dalla sonorità del nome lui ricavava un’idea della città di color malva e diceva : “mi piacerebbe andare” e poi non è mai andato, però viene, questa cosa viene sempre citata. A Parma c’è una rivista letteraria che si chiama “Color Malva” o c’era. Quindi in un ambiente ecco provinciale in fondo come la città di Parma questo continua, questo continuo battere su delle presunte superiorità di Parma, Parma vien da dire una cosa. Io tempo fa sono andato a un convegno era, che si chiamava “Under 40 di fronte al 2000” ed era nel 1999 proprio alla fine dell’anno e c’erano 40 autori, scrittori, piuttosto che pittori che venivano chiamati a parlare del nuovo millennio. In ordine alfabetico salivano sul palco. Il primo era un autore parmigiano, si chiama Barilli, che aveva una che è il discendente di un’antica dinastia di artisti: c’è un pittore molto famoso, c’è uno scrittore che paese del melodramma di Barilli e lui ha detto che più che al futuro era interessato al passato perché lui viveva in questa grande casa sul torrente. Un torrente che divide in due la città come la Senna a Parigi. Questa idea che il torrente Parma, che è secco quasi tutto l’anno, sia come la Senna a Parigi a Parma è molto diffusa. Però Parma è molto fiera del fatto anche che è stata capitale e quindi è una reazione abbastanza naturale mi sembra. Almeno io la vivo in questo senso. C’era anche un pezzetto che magari perché a un certo punto del ciclo di Learco, Learco si trasferisce appunto da Parma a Bologna e scrive una cosa piccola che è il capitolo 29 questo è l’unico romanzo che io ho scritto che è diviso in capitoli, sono 33 capitoli preceduti da un breve prologo che è il capitolo zero e seguiti da un breve epilogo che è il capitolo radice quadrata di meno due. Il capitolo 29 si intitola “Il Futurismo a Parma”. «Io, a me, non mi sembra vero ho pensato io l’altro giorno che tra una settimana vado a Bologna che non sto più a Parma io è da quando sono nato che se non ero all’estero ero a Parma. A Parma o in provincia di Parma. Io è una vita che fin da piccolo in casa al mattino si trova la “Gazzetta di Parma”, che si legge la cronaca della città, la città di Parma, si sa tutto quello che è successo in città; a Parma. Io non lo so come farò che sono abituato a vedermi intorno tutte queste cose di Parma: al mattino per dire di solito io faccio colazione con il prosciutto di Parma, secondo me mi mancheranno queste cose di Parma. Il prosciutto di Parma, il formaggio di Parma: il parmigiano, tutta la stampa di Parma: la Gazzetta di Parma, il Giornale di Parma, il Corriere di Parma, la Tribuna di Parma, la Tribuna non l’ho mai letta, non ha fatto in tempo a aprire è fallita subito, immediatamente. E Tv Parma si vedrà a Bologna? E Radio Parma ci arriva col ripetitore? Radio Parma mi mancherà. Radio Parma, una volta su Radio Parma ho sentito un servizio bellissimo, dicevano che avevano scoperto dei documenti antichissimi che dimostravano che l’università più antica del mondo non era, come si credeva erroneamente fino ad allora Bologna o Parigi, No era Parma l’università più antica del mondo. Mi mancherà questa città. Magari ogni tanto ci torno, magari vengo a vedere una mostra che qui a Parma fan sempre delle mostre bellissime: “Parma e il neoclassicismo”; “Parma e la rivoluzione francese”; “Parma è il Liberty”; “Il Futurismo a Parma”». Intervento: Il parmigiano però non ce l’ha messo? Risposta: Sì, sì, il formaggio di Parma no ma ce ne sono tanti, c’è il parmigianino di cui c’è una mostra adesso, per esempio. Però Parma per me è una città molto bella è molto è un posto bellissimo e poi la lingua che uso io è proprio la lingua di quei posti lì. Però si sfiora il ridicolo in questo e allora mi diverto. Intervento: grazie Prego Qualche altra domanda? Prego Domanda: Traducendo dal russo come fa, perché il russo è una lingua così diversa dall’italiano. Risposta: Nei testi di Carbs c’è questo aspetto musicale che è molto importante, come è evidente c’è questa ripetizione e quindi io cerco la il criterio che uso e di attenermi cioè di provocare nel lettore italiano gli stessi effetti che suppongo il testo abbia sul lettore russo, questa è la via maestra diciamo poi le cose un po’ si aggiustano così, e cerco di essere il più aderente possibile però non un aderenza ecco diciamo formale ma proprio di effetto e Carbs io lo conosco da un po’ di tempo. E’ tanto tempo che traduco, che lo traduco, dura da qualche anno. Fra l’altro io suono anche in un gruppo musicale dove però è un finto gruppo musicale, perché non siamo capaci di suonare e facciamo dei concerti che non sono dei veri concerti e andiamo e leggiamo delle cose e uno degli autori che leggiamo più spesso è Carbs. Quindi questi testi hanno avuto anche una prova. Sono stati letti diverse volte di fronte a un pubblico e quindi ho verificato, insomma le cose sono state un po’ limate. Intervento :fingendo di suonare? Si noi in realtà suoniamo, non siamo capaci Però fingete Risposta: No, suoniamo davvero però suoniamo Senza emettere suoni No, no emettiamo dei suoni però facciamo magari due pezzi e poi diventa evidente che non siamo capaci, allora c’è uno di noi Come è evidente? Eh non sappiamo suonare Comunque c’è una tribuna, c’è un pubblico, c’è un teatro, c’è un palco noi giochiamo sul fatto che la gente si aspetta un concerto e che arriva lì e si accorge che non sappiamo suonare Domanda: poi come finisce Risposta: no, finisce bene perché all’inizio uno pensa, mah guarda questi cretini qua dopo però in realtà non è un concerto è una serie di letture con una storia anche interna e quindi è una specie di rappresentazione teatrale e quindi di solito finisce bene. Intervento: quali sono gli strumenti sono? R: abbiamo degli strumenti: tromba, fisarmonica, piano. Intervento: Invece di emettere delle armonie emettete delle cacofonie, non so come dire, qualcosa di simile. Pensavo che vi limitaste a fingere di suonare. R: No, no… stavo facendo un collegamento con Antonioni, con Michelangelo Antonioni, dove i giocatori di tennis fingono di giocare senza avere niente in mano Intervento:Ho visto qualcosa giù in fondo Domanda: nessuna domanda, se ho capito bene all’inizio lei accennava al fatto di discutere […] sul come è e cosa significa scrivere in Italia Giusto, Sì, sì – scusi scrivere o pubblicare D: Quello che avevo inteso era scrivere in Italia come è, cosa significa scrivere qui in Italia R: Questo nasce da un mio fraintendimento, perché io credevo di dover tenere una specie di lezione, allora mi ero preparato, avevo studiato, avevo preso un libro sull’italiano, l’italiano contemporaneo che è stato anche molto interessante. Poi ieri Maracci mi ha detto che invece era un’altra cosa, però questo lavoro è stato molto interessante. Per me, io ho trovato in questo libro di Luca Lorenzetti che si chiama “L’italiano contemporaneo” c’è una mappa dell’italiano parlato, non dell’italiano parlato ma dell’italiano proprio e a secondo del grado di formalità e della vicinanza o della distanza dal dialetto vengono collocati su un piano ecco le varie modalità dell’italiano e in alto qui a destra c’è l’italiano massimamente formalizzato e in basso quello più vicino al dialetto. Insomma quello sgrammaticato e con una connotazione più regionale possibile indipendentemente poi dalla regione. Ecco l’italiano letterario viene collocato più o meno a, non a metà ma più e questo poi mi ha fatto pensare al fatto che effettivamente c’è una cioè è chiaro che Lorenzetti non dice che l’italiano dei libri è quello lì perché poi nei libri ci va dentro ci sono dei personaggi che parlano, entrano le lingue dei personaggi, dipende c’è la polivocità di cui parlava Bachtin no! E quindi uno che scrive deve essere padrone un po’ di tutto lo spettro. Un lettore quando comincia a leggere un romanzo è preparato a leggere una cosa scritta come si scrive per esempio il fatto di cui parlavamo prima che quando si trova “Disse” poi c’è “ribatté” poi quella lì è una convenzione e quindi c’è questa convenzione diciamo dell’italiano letterario. Ci sono dei grandi modelli come “ I promessi sposi” oppure nel novecento la lezione di Calvino. Poi c’è tutto un altro modo invece di scrivere, per esempio ci sono dei libri scritti come si parla e sono un po’ questi libri che non hanno una tradizione, anche perché l’italiano parlato è una lingua recentissima cioè non l’italiano parlato vero e proprio leggevo appunto, nel Lorenzetti, è una lingua che non esiste, perché l’italiano essendo parlato da poco tempo come lingua nazionale, neanche un secolo e mezzo. Per esempio, allora il modello è quello dell’italiano fiorentino, però i fiorentini pronunciano in un modo che è sbagliato e che per esempio la “gorgia” toscana la C quindi di persone che parlano l’italiano sono quelle che hanno studiato dizione. E’ vero sono pochissimi, e l’italiano parlato è per forza di cose un italiano regionale e infatti tutti quelli che scrivono romanzi e racconti con una forte vocazione orale hanno per forza di cose una ricaduta regionale. Come mi viene in mente Gadda “Quel pasticciaccio..” che è fortemente connotato in modo romanesco anche se un romanesco finto e inventato e ricostruito. Ma anche in area veneta c’è per esempio Meneghello. Intervento: Perché Gadda non era romano era milanese R: Sì, si certo inventato, perché lui non era romano. Però ha dovuto fare questo. Quando io ho cominciato a scrivere io puntavo proprio a questa cosa che non esiste, a un italiano standard, mi sono accorto dopo un po’ di tempo che una delle mie preoccupazioni nelle cose che scrivevo i primi tempi era che si vedesse che io avevo studiato, e quindi c’erano delle parole anche desuete e dopo mi sono accorto che era una cosa che anziché aggiungere qualcosa al testo lo impoveriva, che era un’aspirazione che nuoceva a quello che scrivevo, allora avevo preparato un po’, una serie di queste scritture un po’ marginali perché il 90% dei libri credo grossomodo sono scritti proprio così come si scrive. Dalla nostre parti, si dice ”parla come un libro stampato” ecco generalmente lo si dice di una cosa che non si è capita, per dire. Io francamente ci sono molti autori italiani contemporanei che devo leggere col dizionario perché usano dei termini che faccio molta fatica a capire, mentre invece ecco la tradizione adesso, mi viene in mente. Siccome non c’è una storia lunga io avevo portato una cosa di Puskin che forse eccola qua , che agli inizi dell’800 scrive: “ma che cosa dire dei nostri scrittori che ritenendo cosa meschina lo spiegare con semplicità le cose più normali pensano di ravvivare una prosa infantile con aggiunte e logore metafore, costoro non diranno mai AMICIZIA senza aggiungere codesto sentimento sacro la cui nobile fiamma ecc. bisogna dire LA MATTINA PRESTO e loro scrivono non appena i primi raggi del sole che sorgeva rischiaravano le contrade orientali dell’azzurro cielo. Leggo la recensione di un amatore del teatro: questa giovane allieva di Talia e Melpomene generosamente notata da Apollo, ma scrivi questo brava giovane attrice, questo era un po’ nella, nella .., e Puskin ha poi tirato fuori “L’Evgenij Onegin” che è un romanzo in versi che sconvolge tutti i canoni precedenti e dal quale nasce poi in effetti la letteratura russa moderna. Ecco io credo che oggi in Italia, non so come sia la situazione in Germania ma penso che sia un po’ migliore presumo ma in Italia c’è ancora questa tendenza a scrivere: “questa giovane allieva..” ho questa impressione e che di fronte e quindi dei testi come questi come i miei o come quelli di Ugo Cornio o come quelli di Ermanno Cavazzoni provocano nei lettori di solito un certo, cioè subito non capiscono perché si aspettano una cosa scritta come si scrive e si trovano invece di fronte a delle cose scritte come si parla; e non sembra neanche un libro, fra l’altro. Le tradizioni a cui si collegano è la tradizione dei semicolti, cioè di quelli che parlavano come lingua madre il dialetto e che sono stati poi per qualche ragione portati a esprimersi in italiano, o con la scuola…Allora c’è un bellissimo libro a cura di Montalti che si intitola “Autobiografia della leggera” ed è un libro in cui alcuni malviventi , ma la leggera era la erano i diciamo i malfattori, le bande organizzate ma che non usavano le pistole. Leggere perché erano ladri ma un po’ da poco che usavano la destrezza e Montalti ha raccolto queste autobiografie, che sono scritte in una lingua assolutamente non scolastica. Dove ci sono delle pagine intere senza una virgola. Quando trovi un punto è un caso rarissimo, ma sono molto belle, c’è una lingua quasi epica. Recentemente è uscito un altro libro a cura di Alfredo Zanoglio che si chiama “Vite sbobinate” in cui sono raccolte le autobiografie di alcuni pittori naif della zona di Luzzara, che era la zona dove viveva Zavattini che aveva fondato lì un premio. Intervento: i poveri sono tutti matti Risposta: i poveri sono matti oppure io sono il diavolo che era tra l’altro l’autore di insieme a De Sica di “Miracolo a Milano”. Intervento: e di tutti i film di Vittorio De Sica, fino alla morte di De Sica perché Zavattini è morto molto dopo, è morto 15 anni fa. Ecco in questo libro Zanoglio raccoglie una serie di ricordi dei pittori Naif di quella zona, dove, secondo me, c’è una felicità linguistica notevole e questi sono un’altra delle fonti a cui uno può riferirsi se vuole provare a scrivere in questo modo qua, mi vien da dire. Se non avete altre domande, magari mi piacerebbe chiudere proprio con una lettura da “Vite sbobinate”. Int: sentiamo qualche domanda eventualmente qualcuno vuole saperne di più su Learco Ferrari, su questo personaggio da cui abbiamo preso parecchie cose. Ha un passato da sportivo, portiere, tutti lo guardano ma lui non si decide a rinviare questo pallone, questa sfera di cuoio, non so come chiamarla. Come la chiamiamo Sfera di cuoio e lui non si decide a rinviarlo, tutti lo guardano e poi questa ambizione di diventare scrittore e poi questo trasferimento da Parma a Bologna. Poi lo studio del Russo quindi anche lui slavista chissà cosa ricorda questo personaggio Learco Ferrari. Qualcuno vuol saperne di più? Domanda: Forse, mi interessa ancora qualcosa non sul personaggio ma più sui romanzi, cioè è vero che per lei e più importante cioè i pensieri dei personaggi e poi c’è anche la coscienza, la loro psicoanalisi, forse in qualche modo forse anche in una direzione di non so, romanzo di coscienza, come la letteratura inglese, Joyce ecc.. R: No, io non direi Joyce. No a me in realtà quello che mi interessa è la lingua, le parole e dopo viene il resto. Se dovessi indicare un modello però modello, cioè inarrivabile poi è anche inimitabile. Ce ne sono diversi, ma quello che mi viene in mente è Thomas Bernard con per esempio “Antichi maestri”, “A colpi d’ascia” dove c’è , a me sembrano dei concetti, concetti di una testa che fa girare continuamente dei pensieri. Più che Joyce, che io trovo troppo difficile per me, perlomeno adesso, magari tra qualche anno. Ma l’Ulisse per me è estremamente complicato, faccio molta fatica, anche perché non conosco bene l’Irlanda. Ma in Russia è probabilmente il libro più importante degli ultimi 50 anni del secolo scorso, e si intitola “Moskva Petuški”, l’ha scritto un autore che si chiama Venedikt Erofeev e in italiano è stato tradotto come “Mosca sulla vodka” e lì il personaggio si chiama Edichka, e quello è anche un altro esempio. Devo dirle che io non ho un progetto e non l’avevo quando ho cominciato a scrivere, io provo a andar dietro alle cose, dopo anche queste parentele delle quali così confusamente ho provato a parlare, sono cose delle quali io mi sono accorto a posteriori. Per esempio, non quando ho cominciato a scrivere non avevo mai letto Cavazzoni o Celati e dopo oppure Luigi Malerba che è un altro autore del quale si parlava anche ieri sera i cui primi romanzi sono proprio in questa direzione. “Salto mortale” “Il serpente” sono, c’è un protagonista come dire strampalato che è e chi legge va dietro i pensieri, le avventure un po’ surreali di questo protagonista, ma tutto si risolve nella lingua, non c’è infatti per quello la domanda di che cosa parla ? è una domanda difficile, anche il serpente di Malerba di che cosa parla? E chi lo sa! È difficile da dire, perché ogni riga è, ha una propria giustificazione che salta fuori nel momento in cui legge ad alta voce queste cose. Pubblico: A voce alta questo è importante R: sì è importante Pubblico: Ho sentito veramente come un ritmo anche questo tremare che deve esser proprio letto a voce alta. R: si, si quello poi nasce come lettura alla radio e Pubblico: si ho pensato R: Io tutte le volte che cambio editore mi chiedono, mah facciamo un Cd e io gli dico sì e poi non sento più niente. Allora ho pensato che il prossimo che me lo chiede gli dico no! Così lo facciamo, però voi abitate tutti in Germania suppongo. Io sono stato in Germania un paio di anni fa e ho visto che i Cd in Germania si vendono, si ascoltano, in Italia purtroppo qualcuno ci ha provato ma per il momento è ancora molto difficile. Intervento: Per ora se mi ricordo bene De Crescenzo ha fatto cassette, audio cassette Risposta: Ci sono alcuni, anche dell’ultimo libro di Susanna Tamaro è stata fatta una versione su Cd oppure di De Carlo. Ma sono soltanto autori che hanno una vasta popolarità, e quindi si prova anche questa cosa. Però Int: Ma lei avrà la vasta popolarità R: No, ma però questo, la ringrazio dell’augurio. Ma questo però comunque anche con questi autori di grande nome diciamo sono esperimenti che falliscono, perché non c’è l’abitudine all’uso del Cd come strumento letterario, oppure della cassetta. Int: Purtroppo la lingua poi costituisce una barriera, per cui anche all’estero non riescono ad essere diciamo così promosse, divulgate. R: Ma io credo, per il mercato italiano diceva? Int: Sì per il mercato italiano perché all’estero c’è, in Germania… R: Ma noi adesso forse lo proveremo Int: Poi secondo me anche[…] R: ma anche per chi sta in casa a me piace moltissimo Int: bene vogliamo non so qualche altra domanda, abbiamo ancora un po’ di tempo, dopo siete liberi, magari possiamo vederci poco dopo l’una, le 13.00 per andare al ristorante alle 13 e un quarto possiamo partire da qui oppure dall’albergo, come ritenete più opportuno, ecco. Lei viene a pranzo con noi vero? Sì,si Lui viene con noi a pranzo quindi potete continuare anche a scambiare qualche parola, magari qualche domanda che si ritiene opportuno non rivolgere così in pubblico. Allora potete aprire un dialogo con Paolo Nori che non è escluso che venga di nuovo in Germania. Questo ve lo dico Nori: Sì però il romanzo per Wagenbach che nella versione tedesca credo che si chiami “Weg is Sie” “Lei è andata via” Weg is sie, il titolo italiano è “Bassotuba non c’è”, il titolo tedesco è Weg is sie. D: mi scusi una domanda Nori: prego D: è un po’ più autobiografico lei che ha cominciato come calciatore, portiere… Nori: No, io non giocavo in porta, dunque le cose che succedono a Learco più o meno sono quelle che succedono a me. Però è tutto trasposto su un piano, cioè lui ha anche proprio un’altra voce, un altro modo di parlare e utilizza, magari c’è qualche personaggio che prende lo spunto dai miei conoscenti ma poi continua sulla pagina si deforma e assume delle caratteristiche che nella realtà non, quindi non è assolutamente dal mio punto di vista prosa autobiografica. Int: Queste continue ripetizioni al mare al mare, verbi che sono così sono dettate da sono caratterizzanti per il personaggio oppure è una cosa stilistica. Nori: a me piace proprio l’aspetto sonoro, allora posso leggere quell’ultima cosa, facciamo quest’ultima lettura da “Vite sbobinate”. E’ la vita di Achille Incerti, il pezzo si intitola: “Ero su un sanatorio”. «Non sono stato solo in sanatorio a Garbagnate ma anche due volte in montagna, dove mi piaceva andare perché era un sanatorio col parlatorio. C’erano anche ricoverate delle donne e c’era affiatamento. La donna era per me qualcosa di utile perché se c’era la donna mi facevo la barba e mi mettevo la cravatta. Là in montagna eravamo vestiti da esterni, mentre a Garbagnate indossavamo la divisa. A Garbagnate c’era l’ossessione di mangiare alle 6.00, di giocare alle carte, di andare a letto alle 8.00. Io non ero un giocatore di carte preferivo andare a dipingere al gabinetto, perché in camerata non potevo. C’era anche molta ignoranza, tanti non sapevano né leggere né scrivere. Alla domenica prendevano di quelle sbornie, tra di essi c’era anche un facchino, un giovane che aveva fatto la guerra; robustissimo, un po’ miope, innamorato della moglie. Lei gli portava le torte e gli diceva in milanese “Te, te sei mia gunde scrive pensar che sul ballatoio, tutte le mie amiche mi leggono le lettere dei loro mariti che sono all’ospedale a mi anca nessun che mi scrive anca mi è un tuo amico che scrive par tie e die che me la macno e cos’ posso dire anca mi guarda cosa me mandato mi mari”. Quel facchino, un giorno viene da me e mi dice: “vuoi un pacchetto di sigarette? Grazie ma un pacchetto intero è troppo! Prendi! Prendi! Achille sei un amico è uno di quei pacchetti che mi ha portato mia moglie e te lo regalo. Pian piano mi è venuto sotto e poi mi ha detto: “ so che sei un intellettuale” no, non sono un intellettuale, leggo molti giornali e libri, ma con questo non voglio dire di essere un intellettuale. “Io sono un analfabeta, non sono capace né di leggere né di scrivere e allora m’ha raccontato la storia della moglie che aveva grande desiderio di ricevere lettere da suo marito, così lei le faceva leggere alle sue amiche sul ballatoio di casa. Io m’ero immedesimato nella parte e scrivevo lettere come se scrivessi da innamorato a una mia ragazza. Avevo prima chiesto al marito che mi fornisse gli elementi del carattere e dei sentimenti e i requisiti speciali di sua moglie e poi mi misi a scrivere. Alla domenica è venuta questa donna con una gran torta: “ tol tuo to co a mis mi ha scritto proprio bene l’è bravo”, l’ho fatta vedere a tante mie amiche e m’hanno detto che la lettera è veramente ben scritta, diceva tutta contenta. Poi lui mi chiese di scriverne due la settimana, va bene ne scriverò due la settimana: il lunedì e il giovedì. Alla domenica quella donna tornò tutta vestita di nuovo, si vede che andava a far dei servizi e guadagnava, aveva un’altra torta “questa qui te la dai al tuo amis” disse. Andai avanti sei mesi a scrivere le lettere finché un bel giorno ho avuto il trasferimento. Quel mio amico era disperato, allora ho pensato di scrivergliene una ventina, tutte in una volta invece di dargliene due alla settimana perché avesse una scorta di lettere da spedire quando credeva. Le lettere le scrivevo pensando ad altre mie donne, ma poi dopo un anno lui è stato dimesso dal sanatorio. Mi avevano messo in un reparto di ammalati di una certa età e ogni tanto ne moriva uno. Finalmente sono andato in una camerata dove erano tutti giovani. Era un altro mondo perché di sera tenevano accesa la luce e si poteva leggere e scrivere. Dall’altra parte c’erano le donne e noi aperta la finestra le chiamavamo. Eravamo in cinque tra i quali un marinaio che era stato nell’acqua del mare per due giorni. Poi c’era uno che durante la guerra era scappato in Svizzera, e uno che era claudicante molto ammalato che poi è morto. Al suo posto era subentrato un vecchio che fumava la pipa e l’ispettore, un uomo molto arcigno gliela portava via, mentre la suora si era dimostrata molto umana: “Deve morire poveretto dateci la sua pipa, che fumi quel che vuole” diceva. Verso sera, era d’estate quando erano le otto le suore andavano in chiesa a pregare e allora noi con un chiavistello aprivamo una finestra tutta smerigliata e chiamavamo le donne. “Donne siamo qui”, finché una sera abbiamo visto tre ragazze bellissime e abbiamo chiesto “Tirate su la sottana”. “Fino a qui”? “No, più in alto, ancora più in alto”. Noi eravamo pieni di ansia e di desiderio vedendo quelle ragazze col desabille che usava allora in rosa. Erano rosa loro o più rosa sotto, boh! morale a un certo punto loro ci dissero di far vedere qualche cosa anche noi. Ma noi che cosa potevamo far vedere? Eh, eh, solo quella roba che avevamo all’interno dei pantaloni, ma non potevamo arrivare a tanto. Allora ideammo una cosa molto simpatica, naturalmente l’ideatore ero io. Avevamo fatto un pene di carta, un pene lungo almeno 30 centimetri. Avevo indossato un paltò che tenevo nell’armadietto, il mio amico ha gridato “tirate su le sottane, tirate su” e loro le hanno tirate su. Ma poi loro hanno detto: “anche voi fateci vedere qualcosa”. Io come uomo dovevo fare bella figura, ero montato su una seggiola per far più teatro e un mio amico sotto mi slacciò il paltò mentre un altro mi estrasse quell’affare di cartone e un altro ancora con una cordicella che andò dietro pian piano lo alzava. Quelle donne facevano dei versi di desiderio: Uh, uh uh, allora io lo rimisi dentro i pantaloni e chiedevo che alzassero ancora le sottane e loro le tiravano ancora più su e io risalivo sulla seggiola e ripetevo la scena, tiravo fuori quell’affare e glielo facevo vedere un’altra volta e così per diverse sere di seguito. Fatto sta che la prima sera erano in 3 poi in 12 e dopo dieci sere le abbiamo contate erano 72. Quel vecchio che era stato dato per spacciato disse: “io sono arrivato a 72 anni ma non ho mai visto una cosa così bella. Posso morire tranquillo perché mi avete fatto veramente ridere.”» Pubblico: risate, applausi Bene ringraziamo Paolo Nori per l’interessante lettura così piacevole. Volevo ricordarvi l’appuntamento alle 13.00 /13.15 direi nella hall della casa della Mercede e andremo in questo ristorante per il pranzo.

Conferenza-Visita: Il tempio del Belvedere e la necropoli etrusca di “Crocifisso del Tufo” Claudio Bizzarri, Archeologo Visita guidata al Pozzo di San Patrizio ed alla Rocca dell’Albornoz C’è un po’ di vento, cercherò di alzare la voce in maniera tale che anche chi è nelle retrovie sia in grado di sentirmi. Buongiorno, innanzitutto allora siamo finalmente alla necropoli di Crocifisso nel tufo, così chiamato perché solo in alto nella rupe c’è una piccola cappella nella quale è intagliato un crocefisso. Per cui l’area nella quale ci troviamo prende questo nome dalla cappella. La cosa interessante è che siamo però di fronte a strutture di ben altra cronologia, di ben altro periodo. Prima di scendere e di vederli un pochino da vicino questi monumenti funerari, siamo appunto in una necropoli, direi che è estremamente interessante riuscire a capire quali sono le informazioni che riusciamo a estrapolare solo guardando. Dimenticando che sono etrusche, dimenticando appunto la cronologia, dimenticando qualsiasi altra cosa. Siamo di fronte a una struttura, a un complesso nel quale sono disposti dei monumenti che come vedete chiaramente sono tutti uguali, cioè non c’è una differenziazione nelle strutture. Il massimo che viene concesso è qualche diversità nelle cornici della modanatura, ma per il resto più o meno sono tutte lo stesso, tutte con le stesse caratteristiche architettoniche. Sono disposte su vie che si intersecano ad angoli retti, quindi un sistema ortogonale preciso, urbanistico in quel senso, e che se torniamo a porre questi monumenti nel loro corretto momento storico, sono di una incredibile attualità. Siamo di fronte a una necropoli che va datata nella 2° metà del VI secolo Avanti Cristo, pertinente chiaramente alla città che stava sopra: cioè la necropoli fuori, Orvieto dei vivi sopra e costruita secondo una organizzazione che ci da netta la percezione di quale era lo schema sociale dei vivi. Cioè praticamente sopra la società era composta da uguali, non c’erano quelle grosse differenze che magari vediamo nelle necropoli di Cerveteri, dove abbiamo dei tunghi principeschi di straordinaria dimensione attorno ai quali sorgono quasi a macchia d’olio più piccole strutture tombali, più vicine ai tumuli più importanti e più importanti erano anche i proprietari delle stesse tombe. Qui c’è un piano che, e siamo ripeto nel VI secolo A. C., è dettato da qualcuno che deteneva il potere nella città, che poteva sedere attorno a un tavolino e decidere su una planimetria le vie, le differenti famiglie di appartenenza dei lotti. Perché qui tutto era diviso in maniera esattamente identica. Alla famiglia veniva dato un appezzamento di terra, su quell’appezzamento di terra e non oltre poteva costruire il proprio edificio funerario. Spostando tutto questo nel VI secolo AC già intanto l’organizzazione ipodamea, come si dice appunto l’organizzazione urbanistica che avviene in Grecia o nelle colonie Magno Greche del sud Italia del 400 circa AC e qui ce lo abbiamo già presente nel 600 non solo è assai probabile che la necropoli assomigli alla città dei vivi. Quindi come è organizzata la parte bassa probabilmente, altrettanto bene, era organizzata la parte alta. Terzo stadio: erano, altrettanto, bene organizzate le campagne. Uno dei nomi che la città di Orvieto ci hanno tramandato nella letteratura antica è Oinarea, “dove il vino scorre”. Se una città merita un nome del genere vuol dire che la produzione è buona, la qualità è buona e l’organizzazione è altrettanto buona. E l’organizzazione si ha se gli appezzamenti sono giustamente divisi e sfruttati in maniera organica. Scenderei sotto passando da quella parte alla mia sinistra, così vediamo un po’ come sono fatte e quali sono le caratteristiche di queste tombe. Questa necropoli fra l’altro sembra quasi un gioco di parole però è la più loquace di Etruria cioè quella che ha concesso la possibilità di analizzare il maggior numero di iscrizioni di ogni altra necropoli etrusca. Quindi gli orvietani di Orvieto dell’epoca, gli Etruschi di Orvieto sapevano bene come utilizzare questo grande supporto che appunto in questo caso è la pietra ma soprattutto quella grande chiave che è la scrittura. Poi vedremo che cosa significa, sotto. Qua date un’occhiata a quella struttura verticale che è la classica cosiddetta falsa volta, l’arco non era conosciuto ma si utilizzavano strutture come quelle nelle quali era il peso della terra che riusciva a tenere in posizione le grandi pietre della copertura. Praticamente su questa struttura non abbiamo la chiave di volta, non esiste. Se nell’arco togliamo la parte centrale, l’arco con l’assa qui, se togliessimo la parte sopra ora collasserebbe, ma se la tomba fosse come era, come queste, coperta, la struttura rimarrebbe in posto. E questa è detta struttura a falsa volta e chiaramente è un precursore dell’arco. Int: L’arco non è stato imitato o almeno gli Etruschi lo avevano a Roma la Cloaca Massima. Uno dei primi però. La Cloaca Massima però come la vediamo oggi è un rifacimento molto più tardo. Int: cioè… D: Lì siamo come la vediamo da fuori e quello è Augusteo forse come arco come impostazione della Cloaca Massima siamo nel VI secolo. R: Sì D: perché sono i Tarquini praticamente R: infatti che erano etruschi Esatto. Sicuramente. Oh qui vediamo come erano chiuse le nostre tombe che seguivano un sistema abbastanza complicato, non c’era solo un lastrone, c’erano una serie di apprestamenti funzionali al riutilizzo se vogliamo così dire. Chiaramente sono tombe per il nucleo familiare. Cioè qui abbiamo due banchine all’interno e normalmente era una deposizione di inumati cioè non incinerati anche se il rito qui a Orvieto era doppio. Cioè inumazione e incinerazione nel tempo stesso. Le banchine sono chiaramente per la coppia maritale, il pater familias e la mater familias che vanno inseriti nella speranza loro chiaramente in momenti diversi. Cioè se la tomba fosse stata utilizzata nello stesso momento erano veramente sfortunati, perché vuol dire che erano morti tutti e due esattamente nello stesso momento. Per cui bisognava ideare un sistema di riapertura. Questo lastrone che vedete così spostato è probabilmente come veniva riutilizzato, cioè in origine questa era immaginato verticale appoggiato a quel primo architrave, poi c’era un’intercapedine di terra e all’esterno un piccolo muro a blocchetti, come questi, che dava più o meno l’idea della struttura generale della tomba stessa. Il dato archeologico estremamente importante qual è? Che né la terra che stava fra le due strutture, gli archeologi, questa è stata scavata in massima parte attorno agli anni 60, 1960 quindi abbastanza recentemente. In questa intercapedine sono stati recuperati moltissimi frammenti ceramici di epoca villanoviana. Quindi precedente agli Etruschi, che significa? Significa che o venivano da sopra questi frammenti, quindi l’insediamento villanoviano stava sopra e man mano sono caduti dei pezzi o e la cosa assai più probabile che qui fosse la necropoli precedente a questa e il terrazzamento, la struttura a terrazze artificiale così ha distrutto in parte la necropoli precedente. Fino ad un certo punto perché lì vedete che già compare la roccia naturale cioè quell’enorme gradone è del tutto naturale. O meglio è naturale fino ad un certo punto. Perché? Perché è assai probabile che proprio quella zona lì sia la zona della cava cioè prendevano il tufo dalla rupe e costruivano qui. Probabilmente loro hanno fatto poi questo enorme gradone in maniera tale che ci fosse sempre e comunque una difficile accessibilità alla città stessa. Perché qual era, e le fonti stesse ci danno Orvieto come utilizzo il greco avere una via esodos cioè un’unica via d’accesso. Porto maggiore, via della cava che sta in quella direzione, tutto il resto era diciamo così, naturalmente fortificato. E questa era una delle poche caratteristiche che pone Orvieto un po’ come una mosca bianca all’interno dell’Etruria meridionale, del paesaggio del tufo tutte le altre città che sono sul tufo hanno comunque un collegamento, una sella che le collega al sistema collinare circostante. Per Orvieto questo manca e chiaramente ne faceva ancora più appetibile la parte alta del resto in effetti. Se possiamo andare avanti in tanto magari che camminiamo vedete questo sistema ortogonale a cui facevo riferimento prima. E’ perfetto è preciso. Gli Etruschi hanno mutuato molto delle loro conoscenze nel dividere gli spazi dalla disciplina religiosa, in pratica era assai importante suddividere il cielo in settori attraverso i quali l’esame degli eventi che avvenivano in quei settori davano indicazioni per non predirre il futuro ma per vedere se alcune delle loro domande fossero o meno accettate positivamente agli dei. Cioè io debbo andare a fondare la città di Chiusi, prendo un auspicio e infatti e questo che avviene; guardo il volo degli uccelli, però per sapere questi uccelli da dove vengono devo essere in grado di avere già suddiviso la parte alta. Se ho suddiviso bene il cielo chiaramente posso altrettanto bene suddividere la terra. E qui ne abbiamo uno dei pochi chiari chiarissimi esempi, che è per quanto riguarda l’Etruria forse è veramente una delle organizzazioni più chiare. Da dove viene il tipo di tomba? Da Cerveteri., alla fine appunto del VI cambia il suo sistema anche per problemi di spazio e pone delle strutture come queste, quindi a schiera, sulle vie sepolcrali. Chi va oggi a Cerveteri vedrà che esistono entrambe le situazioni, il grande tumulo ma anche la disposizione così estremamente organizzata e corretta. Mentre camminiamo controllate sempre questa unica variante che sta per esempio, qui abbiamo una sorta di listello lì c’è un becco di civetta c’è un toro questo è il massimo che veniva concesso. Perché vedete che in effetti altrimenti le tombe sono veramente più o meno tutte uguali senza grosse diversificazioni e ogni architrave, qui ci fermeremo poi magari scendendo su una più chiara come vedete su quasi ogni architrave lì è di restauro c’è l’iscrizione. Un’iscrizione che ci riporta al proprietario, normalmente e di norma è un padronimico cioè è il maschio che lascia la tomba come firma sulla tomba diciamo talora è un matronimico e questo ci da anche l’idea dell’importanza che già il ruolo della donna nella società Etrusca era notevole. E che era visto dai greci in maniera estremamente negativa. Greci e Latini dicono che gli Etruschi, la donna Etrusca era forte nel bere, facile di costumi, una visione estremamente negativa della donna Etrusca. – per invidia -Probabilmente sì – Ma mi dica la pietra tombale è un po’ come quella di Crespo, NO? Che usava allora anche magari pericoli già nella tomba -spesso e volentieri Una delle caratteristiche delle nostre iscrizioni, perlomeno quel crocefisso nel tufo è la presenza delle prime due lettere che di norma sono sempre uguali. Qui ce n’è abbiamo una appunto, silistroza e inizia con una M ed una I perché è il monumento che parla, cioè è la tomba che dice io sono la tomba di e poi segue la parte in genitivo. Facciamo il giro di là. Qui abbiamo una delle poche tombe come dire diversa rispetto alla norma perché a doppia camera, quindi di un elemento probabilmente della società piuttosto rilevante. Il restauro come vedete è da alcuni punti di vista discutibile però da altri devo dire che staccando nettamente fra 30 anni non avremo grossi problemi a riconoscere quale è la pietra vecchia e quella nuova, per cui io utilizzerei anche il mio punto di vista: cemento, brutalizzando. Spesso e volentieri fare le cose troppo simili all’antico fra breve con i licheni i muschi perdiamo completamente quella che è la cognizione di ciò che era vecchio e di ciò che è nuovo. E lì vedrete alcuni degli elementi che vengono dai corredi di queste tombe. In massima parte fra l’altro ceramica Attica cioè di importazione direttamente da Atene in Etruria tanto che nell’etruscologia del passato c’era stato un grosso dibattito riguardo al fatto che alcuni dei vasi di provenienza ateniese erano stati identificati come vasi etruschi. Proprio perché c’abbiamo in Etruria il maggior numero assoluto di produzione, di rinvenimento. Perché, perché erano beni suntuari estremamente ricercati che venivano poi tesaurizzati nelle tombe. E’ chiaro che una struttura come questa protegge, se il pezzo invece utilizzato in ambito urbano cittadino normalmente viene spezzato e viene perso perlomeno frammentato. Le tombe da questo punto di vista sono estremamente come dire protettrici ed è anche questo uno dei motivi per i quali fino all’800 ma direi fino alla metà del ‘900 anche dal punto di vista degli archeologi professionisti si è sempre preferito scavare tombe piuttosto che abitati. Perché? Perché davano dei vasi belli ecco. Dal punto di vista del bello, dal punto di vista invece storico chiaramente scavato un settore della necropoli più o meno l’informazione che ne dovevamo prendere si conoscono. Da questa, da questa situazione possiamo trarre altri elementi piuttosto interessanti se guardiamo questa iscrizione per esempio che possiamo leggere tranquillamente, dice AISIAS vediamo che c’ha delle caratteristiche diverse rispetto a quelle che vediamo per esempio in quella di fronte per quanto è frammentaria, lì manca il MI, su quella porzione no che c’abbiamo e poi AVELES FLUSENAS. “Io sono la tomba di Aulo Flusenas”. Qui il MI non c’è, qui la pietra è integra il MI è sparito. L’iscrizione è estremamente più corta, non è bimembre come quella, cioè non c’ha il gentilizio e il prae nomen ma non solo le lettere sono più alte rispetto a quelle, sono leggermente più incavate. Da un punto di vista archeologico però c’è un altro elemento che potremo raggiungere. Io quasi, quasi vi farei lavorare anche a voi e vi chiederei quale è l’elemento che a noi ci può far pensare che qualcosa sia accaduta? C’è si vede, è netto. Uno dice grazie tu lo sai. No, AI è sempre sinistrosa quindi va bene, come va bene quella. C’è un elemento fisico è al limite dell’architrave, non al centro però anche quello è abbastanza alto però li dipendeva dal tipo di modulo che utilizzavano, nel momento stesso in cui andavano a erigere il monumento. Se confrontiamo questo spazio da qui fino a laggiù ecco che più o meno c’abbiamo la formula bimembre. Quindi qui che cosa è accaduto assai probabilmente, che il proprietario di questa tomba, questa è una delle ipotesi, è caduto in disgrazia rispetto alla comunità per cui è in corso in quella che noi chiamiamo una damnazio memorie, praticamente ciò che ricordava lui, addirittura il nome che lo riguarda va cancellato e va cancellato e sostituito, come in questo caso, con una formula nella quale troviamo Ais Dio la divinità in genere.. […] prima della cottura quindi un foro volontariamente portato su un vaso, ora l’unico momento in cui noi vogliamo un vaso con un foro sul fondo è un tipo di vaso che utilizziamo per le libagioni alle divinità infere, quindi probabilmente chi stava sepolto qui dentro, o almeno uno dei proprietari era in qualche maniera correlato al mondo della religione, quindi forse un prete, traducendo e brutalizzando, o sicuramente un sacerdote, che forse proprio per le sue caratteristiche sarà andato in contrasto con quelli che erano i dettami della città e per questo cancellato. Qui accanto però c’è un’altra cosa estremamente interessante; è questa piccola tomba a pozzetto, cioè qui sotto c’era la deposizione del cinerato, coperta con un semplicissimo grosso blocco in nenfro, che è questo, che è da datare a qualche decennio prima del monumento che sta lì, all’interno. Che cosa è accaduto possiamo anche ricostruito abbastanza facilmente;:la famiglia alla quale premuore una donna, forse la nonna se è giusto il discorso del decennio, ha già lo spazio destinato per la sua tomba, chiaramente la nonna, muore prima la nonna… l’ava, del momento in cui sono in grado di costruire la tomba, e la deposizione in questa tomba a pozzetto, chiaramente facendo questo sfruttano una parte dello spazio a loro disposizione, non hanno potuto mutare il progetto perché ogni lotto è dato in maniera estremamente precisa. Allora che hanno fatto, di là dove c’è l’accesso della tomba è regolare da questa parte ne manca una fetta perché è già stato utilizzato lo spazio, questo da anche l’idea di come fossero estremamente precisi, talora. Adesso non lo vediamo perché credo siamo in una delle vie sbagliate, ci sono dei piccoli blocchetti in tufo in basso,probabilmente erano quelli su qui venivano piazzati i marcapiani e le praline che davano poi la regolarizzazione all’impianto che rimangono ancora ben visibili. Questo ci da appunto un’ idea di estrema precisione che è stata adottata nello stendere i monumenti funerari, nel permettere determinanti varianti, e quindi nell’organizzazione sociale che troviamo sopra. I cippi che vedete, eccoli là per esempio, sopra gli architravi e sopra le tombe, e che spesso e volentieri trovate in basso sono correttamente posti se li guardate sopra, se li trovate in basso chiaramente sono crollati abbasso e all’interno. Passando vedremo il settore di necropoli che è stato lasciato visibile degli scavi dell’800, e lì vedete che c’è un diversità netta, qui le tombe come ben vedete sono ben coperte in piano, le tombe dell’800 hanno il tumulo, perché nell’800 non poteva esistere secondo l’erudizione dell’epoca tomba etrusca che non avesse un tumulo, quindi anche se in realtà non c’era ce l’hanno costruito, quindi a questo punto diventa un elemento che va protetto anche quello perché si è storicizzato nel tempo chiaramente, per cui questa zona di necropoli resterà così com’è mentre queste sono state filologicamente e correttamente ricostruite a tetto piano, perché? Perché forse la parte alta poteva servire anche per una serie di cerimonie da destinare al defunto che avvenivano a scadenze ben precise. Forse ci conviene ripassare di là. Pubblico: Io ho una domanda. Se una persona era tanto invisa, a quanto pare questa qui, perché non la si portava fuori, giacché scarseggiava lo spazio e non sapevano dove mettere… Bizzarri: Questa è una buona domanda, sarebbe stato bello esserci nel VI° a.C. Forse era una questione di proprietà privata, cioè la tomba era comunque proprietà sua, potrebbe anche essere accaduto, questo non l’ho detto, che la tomba fosse stata riempita da un tumulo, in quel caso andiamo di fronte ad un altro tipo di rituale che è quello del fulgor conditum, che è il seppellimento rituale del fulmine, che di norma avviene se una statua è stata colpita, va sepolta la statua, in questo caso la tomba dovrebbe essere stata colpita e, in qualche modo, ne va bloccato l’uscio. Chiaramente siamo sempre e comunque sull’ipotesi. Da quella parte era l’unico acceso monumentale alla città, quindi si scendeva da là e si percorrevano le balze di tufo, forse proprio anche sopra quel grosso dente e poi si scendeva alla necropoli stessa che come dicevo prima esiste anche sotto i nostri piedi, non sappiamo esattamente quanto si sviluppi verso valle, sappiamo sicuramente che sono stati trovati altri tre lotti tutto attorno alla rupe, sia a sud sia in altre aree più limitate. Quindi ci dà anche l’indicazione che per quanto riguarda questo già siamo intorno al centinaio di gentilizi. Quindi un centinaio nella zona, non solo quella visibile ma anche quella che è stata scavata nel 800 e poi ricoperta, quindi un centinaio di famiglie, se il dato lo aumentiamo per quella che è la reale estensione della metropoli arriviamo a qualche migliaio probabilmente. Diamo un’occhiata a questa famosa necropoli dell’800, poi ci dirigiamo di nuovo verso l’autobus, se no ci lasciano a piedi. P. : Per tutto il tempo etrusco è stata utilizzata questa necropoli? B.: Sì, diciamo fino al 264 a.C. P. : E già dall’inizio? B. : Sicuramente c’è già nell’epoca villanoviana, e la reale consistenza purtroppo, della necropoli villanoviana non l’abbiamo perché in parte è stata distrutta da questo terrazzamento. P. :Venivano sepolti tutti gli etruschi o dipendeva anche dal ceto? B.: Esclusivamente dal ceto, noi qui abbiamo solo una fascia: la più alta. P.: E il ceto minore, diciamo? B.: Di quello abbiamo pochissima visibilità, c’è in qualche caso… I.: C’era un serpente. C’è una bellissima tomba che è conservata al Museo Archeologico Nazionale del IV° secolo, quindi duecento anni dopo questa necropoli, del territorio una tomba dipinta nella quale c’è tutta la serie di schiavi che stanno lavorando per la preparazione di un banchetto ed ogni figura di questi… lavoranti ha accanto un’iscrizione con il nome e questo ci da anche il livello di familiarità che c’era con le classi subalterne all’epoca e questo è un grosso problema per Orvieto, cioè Roma interviene nel 264 a.C. chiamata dalla classe aristocratica orsiniese perché secondo la loro ottica i servi, o meglio i keta utilizzano il termine greco, si stavano organizzando per prendere il potere, avevano già ottenuto una serie di vantaggi, che era la possibilità di matrimoni misti per esempio, e arrivavano a raggiungere cariche sociali che mettevano in pericolo quello che era l’ordine stesso. Per quanto riguarda la classe aristocratica che in quel caso era filoromana già, quindi nel 264 a.C. arrivano i Romani stringono d’assedio la città, due anni è durato l’assedio, possiamo ben immaginare che cosa abbiano fatto i romani durante questi due anni. Beh, innanzi tutto depredare le tombe che erano visibili, alla base, quindi è assai probabile che molto dei corredi sia già sparito in antico, anche perché di norma abbiamo purtroppo questa scala: prima spariscono i metalli, che sono la cosa più importante; poi le ceramiche di importazione, quindi ceramiche attiche, corinzie ecc. ecc. ; e a noi un po’ rimane lo scarto, brutalizzando, o le tombe cosiddette vergini, nel senso che non sono state visitate né in antico, e né dai tombaroli, i nostri clandestini che purtroppo avevano scoperto molto presto, che queste tombe fatte così a schiera sono facilissime da depredare perché basta fare un pozzo verticale in corrispondenza di una di queste tombe, scendere nella camera e poi bucare le pareti, che sono sempre in tufo e si smontano addirittura, proprio ed è possibile passare dalla camera iniziale a tutte le altre in fila riutilizzando un unico accesso verticale. Questo che cosa comporta, dal punto di vista archeologico è un incubo perché si spostano materiali dalle camere, man mano e quindi si mischiano i corredi, c’è una vera baraonda. Dal punto di vista archeologico è proprio ripeto, un incubo. Spesso è volentieri magari lasciando o spezzando alcune delle parti del corredo perché magari non passano per il condotto verticale. Più volte si sono trovate all’interno di una camera delle vere montagne di cocci portati appunto dalle altre camere, e questo l’hanno capito benissimo i tombaroli. Ma lo stesso metodo purtroppo è stato utilizzato dagli “archeologi” della fine dell’800, stesso identico metodo perché costava poco e soprattutto perché era volto all’acquisizione di materiali da vendere, e così che moltissime delle collezioni all’estero sono state regolarmente acquistate, cioè lo stato dava il permesso di esplorare per vendere, quindi questa era una pratica non clandestina ma regolare, il problema ripeto era che avveniva in una maniera del tutto caotica, spesso e volentieri se abbiamo tombe magari come quella che vedete lì che ha sembra una posizione ribassata rispetto alle altre è accaduto qualche volta che il tunnel di collegamento sia passato sopra la tomba e non abbia intercettato la camera o che la camera avesse già la volta crollata, chiaramente quel crollo se era avvenuto in antico aveva protetto tutto ciò che era all’interno e in quel caso con lo scavo moderno è stato possibile recuperare una gran massa di informazioni soprattutto perché ci da un idea di una società. Tutti avevano lo stesso tipo di corredo, più o meno, le armi erano quasi tutte relative all’organizzazione politica, non era più l’idea del guerriero omerico che andava in battaglia e combatteva contro il suo pari magari arrivava con il suo carro scendeva faceva il duello e poi se ne tornava via, ma era la schiera politica, la schiera di cittadini della città cha avanzava scudo sulla sinistra e lancia sulla destra. Chiaramente se io ho lo scudo a sinistra e la lancia sulla destra ho il mio fianco destro che è aperto e scoperto ma c’era il mio collega accanto che con il suo scudo copriva anche la parte mia e questa organizzazione profondamente politica, da quel punto di vista, che è possibile riscontrare all’interno di questi sepolcri, la cosa interessante è che c’è anche tutto un armamentario per la cottura delle carni, dalle gratelle agli spiedi, alle molle per muovere i tizzoni ardenti che normalmente è stato sempre interpretato come un elemento pertinente al mondo femminile, invece è assolutamente il contrario era proprio pertinente al mondo maschile, cioè era l’uomo che faceva ritualmente la ridistribuzione della dieta carnea, quindi estremamente importante, in quel momento, che fosse il pater familias questo tipo di azione come il discorso della grattugia, sono presenti delle grattugie in bronzo che finché si erano trovate si è sempre detto: grattugia, tomba femminile; contrario, grattugia tomba maschile. Perché la preparazione del vino, cosa che presumo nessuno di noi vorrebbe provare oggi, era di un complesso eccezionale. Omero stesso ci riporta per esempio che per Macaone si prepara un vino, il vino di Bramnos, estremamente ricercato mischiando il vino stesso, farina di miglio e formaggio di capra che veniva appunto grattato all’interno del vino stesso, per cui la funzione anche di colini che troviamo in tanti corredi dà bene l’idea. Questo era un vino estremamente pesante, vischioso che andava necessariamente colato perché era semiliquido e anche estremamente potente; la miscelazione nei grossi crateri avveniva sempre con vino ed acqua, vino puro assoluto non veniva mai bevuto. I.: Mi scusi farina di cosa? B.: Di miglio, è una pianta. Immagino che bontà che fosse. Allora abbiamo visto l’esterno della città, con la necropoli siamo rientrati dentro ma non siamo entrati nella città ancora perché il santuario del Belvedere, questo tempio, assai probabilmente è da collocare ai margini esterni della città stessa, cioè non siamo dentro l’abitato, questa è una cosa che va ricordata, la struttura che vedete qui scavata tra l’altro di nuovo attorno agli inizi, a più riprese, dell’800 primi inizi dell’900 riporta un tipo di struttura templare che è quella canonica vitruviana. Vitruvio scrive nel I° secolo a.C. ci dice come doveva essere fatto un tempio etrusco e qui troviamo esattamente tutti i suoi canoni, devo dire che forse li troviamo anche troppo esatti, cioè c’è forte sospetto che chi ha curato il restauro delle struttura rinvenute, abbia un po’ mosso a seconda di quello che necessitava. Se guardate la planimetria che avete nella fotocopia e orientandola l’abbiamo il gorgoneio, la grossa faccia della Gorgone, verso il tempio, vedete che in realtà alcune delle strutture che sono i dati di scavo, sono ben diverse da quelle che abbiamo qui davanti ai nostri occhi. È comunque un tempio di tipo etrusco italico, cioè rispetto alle strutture templari greche questo si pone con una frontalità incredibile, cioè qui l’accesso, che tra l’altro non era consentito ai fedeli ma solamente alla classe sacerdotale, avveniva da qui, da questa scalinata. È difficile leggerlo sulla planimetria e lo vedremo magari poi sulle rovine stesse, le colonne solo davanti, nel tempio greco, la peristasi corre tutta intorno, qui abbiamo colonne sulla fronte, scalata d’accesso sulla fronte, celle per le divinità sul retro e sul retro si trova anche un muro che chiudeva, faceva da sfondo, quindi non c’era quella assolutamente quella idea di perforazione degli spazi che invece abbiamo con una bella selva di colonne alla greca, colonne che qui probabilmente erano in legno come in quasi tutti i templi etrusco italici rivestiti di stucco estremamente colorato, questo è immaginato come un tempio molto, molto colorato. Gli etruschi utilizzavano la terra cotta in maniera incredibile e ne avete qui due esemplari e erano arrivati ad un livello che non ha nulla da invidiare alla realizzazione in marmo. I.: Che colori usavano? B.:Che tipo di colori? I.:Naturali… B.: Son tutti naturali, meno uno che è l’azzurro. I.: Lapislazzulo. B.:E’ detto lapislazzulo in realtà è una fritta egiziana, praticamente è il risultato di una semicottura del cobalto che poi vira sull’azzurro. Si era pensato al lapislazulo, magari sarebbe stato un dispendio incredibile costosissimo, in realtà è la cosiddetta fritta egiziana che è la stessa più o meno che serve per fare la faillance, come tipo di materiale. Il gorgoneion che avete qui in lato nella fotocopia dovete immaginare disposto alla parte più alta della travatura del tetto cioè dove le due falde si congiungevano, il tempio etrusco italico ha la massima parte della struttura in legno e quindi ha bisogno assoluto di copertura, di protezione. La terra cotta è perfetta, perché intanto uno la fa e la plasma a dimensione a poi con dei semplici chiodi la fissa al legno che sta dietro, quindi avevamo tutta una serie di decorazioni e che quindi vedremo dopo una serie di questi esemplari, se andrete tra l’altro alla fondazione lo vedrete dal vivo. Ma quello che mi premeva sottolineare è che questo gorgoneoin, cioè questo viso di Medusa… I.: E’ quello che si trova presso la… fondazione? B.: Esattamente, esattamente però bisogna vedere se la fondazione ha quello di Coenicella. B.: Vale la pena da quel punto di vista perché… I::Possiamo ritornare perché è molto bello e perché gli etruschi, non so chi di voi è stato a Villa Giulia, a Roma, ecco c’è tutta una bacheca, anzi una stanza molto grande che è dedicata alla ritrattistica. B.: Basta pensare al Bruto Capitolino, quella testa in bronzo che è stata attribuita a Bruto uno dei fondatori della repubblica romana, che assai probabilmente in realtà è un’opera etrusca e ha dei caratteri ricollegabili a quello che è l’assetto fisiognomico proprio del personaggio. Per quanto riguarda la testa di Medusa invece, dobbiamo andare a pescare il prototipo in un ambiente estremamente elitario, qui siamo assai probabilmente in una temperie di produzione attica, cioè pensate addirittura a Fibia per quanto riguarda il gorgoneion che sta sullo scudo o sull’egida di Atena Partenos, quindi siamo alla fine del V° secolo grosso modo e difatti la massima parte della regolazione di questo tempio proprio a quel momento va riferita. Se guardate, tra l’altro credetemi sulla parola, questo è un tipo di gorgoneion così definito bello, per quanto capisco che possa sembrare strano, gorgoneion è praticamente la faccia della Gorgone, di Medusa, che sta, immaginate la punta, nella parte più alta del tempio con questo grosso valore apotropaico. Qual è la caratteristica della Gorgone, è quella di tramutare in pietra chiunque avesse avuto la sventura di guardarla dritta negli occhi, quindi quale migliore protezione contro la sfortuna o contro qualsiasi tipo di influsso malefico a chi si avvicinava ala tempio. Ce l’avevano lì, come dicevo prima, estremamente colorata, per esempio se guardate le zanne già si capisce che c’hanno una colorazione diversa anche se qui chiaramente è in bianco e nero, le zanne e i denti sono bianchi candidi, la lingua e le labbra sono rosso fuoco, c’è proprio questo stacco cromatico notevole. Ci rimangono purtroppo pochi dei serpenti che aveva attorno alla testa, ma quello che è interessante è che è opera che si ispira alla Grecia, ma l’artista estrusco qui qualcosa di suo ce l’ha messo. Se guardate il modellato della carne vedete che è abbastanza gonfio, con dei piani che sono così smussati, gentili passano in maniera quasi impercettibile dall’uno all’altro, sulla fronte c’è un colpo di stecca che non dico rovina il tutto ma che sicuramente da una cifra negativa a questa impostazione, questo è il colpo di stecca di cui chiaramente dopo aver utilizzato il pezzo come i greci lo avevano pensato, dà una sorta di firma etrusca, questo colpo di stecca da ancora di più, se vogliamo, dà questo aspetto infero alla stessa gorgone. La testa di vecchio che vedete più in basso, ritengo uno dei pezzi più belli che sono stati trovati qui ad Orvieto, molto… tra l’altro credo al Museo Archeologico Nazionale non alla collezione Faina, sono conservate le terracotte di via San Leonardo. P.: Accanto al Duomo. B.: Accanto… guardando il Duomo a destra, c’è una testa di Zeus Tinia, se vogliamo utilizzare il nome etrusco, che è veramente fibica, bellissima, un pezzo estremamente elevato. Qui però, per quanto quella di Zeus da San Leonardo sia impassibile, qui abbiamo esattamente il contrario, faceva parte della decorazione del frontone, quindi probabilmente di una scena figurata che faceva riferimento al mito greco, quale mito purtroppo non lo sappiamo, perché purtroppo, ripeto, i pezzi sono stati trovati in maniera confusa, non ce li abbiamo tutti, ma solo dall’esame di questo pezzo è evidente che il pezzo sia estremamente elevato, guardate le dita che arricciolano la barba, o anche la stressa idea delle labbra appena socchiuse che lasciano intravedere i due incisivi spaziati addirittura, e gli occhi sono leggermente strabici se li guardate a distanza, e il fatto che sia appunto una persona anziana è dato dalla calvizie, dalle rughe che sono molto attentamente riportate è un pezzo estremamente elevato e probabilmente se vi immaginate in questo contesto abbiamo quindi un mito greco in un tempio che si pone nelle immediate vicinanze della rupe, visibile probabilmente anche da sotto, questo chiaramente è tutto moderno purtroppo, e tutto il grande ammasso di terreno che si è venuto a depositare nei secoli, e che con la sua decorazione estremamente variopinta era facilmente visibile a distanza, era quasi un invito, l’orientamento è quello canonico, giusto, ed è contraddistinto, come dicevamo prima, da questa grossa rampa che dovrebbe essere tra l’altro in gradini dispari perché anche qui l’etrusca disciplina dava una serie di indicazioni molto attente, il tempio va affrontato nella maniera giusta, cioè chi sale parte con il destro e deve finire con il sinistro sulla piattaforma stessa del podio. Qui il podio si legge male, purtroppo perché è molto restaurata però il podio stesso divide chiaramente gli spazi, cioè c’è lo spazio pubblico, quello in cui ci troviamo noi e dove si trovavano di norma i fedeli, e lo spazio sacro che è quello all’interno di quella struttura, cioè proprio il fatto che il podio sia così verticale non permetta l’accesso altro che per la scalinata, divide in maniera netta ciò che è pubblico da ciò che è sacro, e ciò che è sacro sta lì all’interno e tra l’altro si legge male. Ma sono tre le celle che abbiamo nella parte finale del tempio, tre celle che tra l’altro hanno quella centrale di maggiori dimensioni, secondo quello che appunto era il canone vitruviano, sono i rapporti di 3-4-3 come moduli utilizzati, cioè tre misurava la cella di sinistra, quattro quella centrale e tre di nuovo quella laterale, il tutto finiva con questo muro dietro di sbarramento visivo in pratica. A chi era destinato questo tempio, un po’ difficile dirlo purtroppo come dato perché non abbiamo proprio le statue, immaginiamo che all’interno delle singole celle fossero disposte delle statue di culto. Abbiamo però qui all’esterno qualche elemento perché è stato recuperato per esempio delle ciotole con un’indicazione a Tinia, o Zeus etrusco di cui abbiamo parlato prima: il Tinia, un po’ speciale perché è un Tinia Colusna, cioè un Tinia degli inferi che è quasi Plutone per tradurla alla romana, praticamente è un Dioniso del sotterraneo che qui ha avuto molta fortuna ad Orvieto, un po’ per la conformazione stessa e un po’ perché Orvieto si è sempre, come dicevamo prima, contraddistinta per la sua produzione agricola, è chiaro che a chi fa riferimento l’agricoltore, alle divinità del sottosuolo perché sono quelle le divinità che generano poi. E quindi oltre ad essere oinarea era una grossa regione che produceva frumento se guardate poi dopo da sotto vedrete queste enormi pianure con molta argilla e tutta la zona verso Bolzena con molto detrito vulcanico che è altrettanto fertile. Sappiamo che nel V° secolo a.C. Roma riceve grano durante una carestia lungo il Tevere. Il Tevere scorre un chilometro e mezzo in quella direzione, riceve grano via fiume e le fonti sono precise, dicono triticum cioè un grano di elevata qualità. Due erano le città che nel V° secolo potevano fornire cereali a Roma via fiume: Orvieto e Chiusi. Chiusi nel V° secolo a.C. è famosa per il farro, quindi loro sì producevano un cereale ma di qualità inferiore, quindi è assai probabile che ci dobbiamo rifare a tutta questa zona con quello che nel V° a.C. ha dato frumentazione a Roma e ahimè nel 264 viene distrutta dai romani, quindi c’è questa sorta di incongruenza che va spaziata nel tempo, quindi siamo comunque a distanza. Tutta l’area è sicuramente interessata da strutture sacre. Quando hanno fatto l’impianto fognario sulla strada che corre lì alle nostre spalle, alla stessa altezza delle fondamenta del tempio si ha una serie di strade, pozzi e altre strutture murarie mentre quel muro che vedete e che scorre e che poi torna in parte qui e il muro di Tenelos cioè quello che circondava l’area sacra per i fedeli, quindi era estremamente complessa la zona, da qui in quella direzione c’era la città, circa un due – trecento metri in quella direzione c’era la cinta muraria interna di Orvieto, mentre quella esterna ovviamente era parecchio più in là. Poi dopo so che andrete al pozzo di San Patrizio, che sta esattamente qui sotto, va detto che come monumento è estremamente interessante, sia per quello che riguarda l’architettura, non so se lo conoscete o meno, con questa doppia elica… P.: Ieri ci hanno fatto vedere… B.: Alberto Satolli, quindi saprete tutto de pozzo di San Patrizio, saprete anche che non è in collegamento con San Patrizio, questo ve l’avrà spiegato. La cosa interessante per gli archeologi classici è che nel 1537 quando scavano il pozzo, a sessanta piedi di profondità, gli scavatori toccarono una cavità preesistente evidentemente nel quale recuperarono o vaga cum ossa quindi una deposizione, c’erano ossa umane e quello che loro chiamarono parva navicula ramis, cioè una piccola navicella di bronzo, ora questa parva navicula ramis se noi la guardiamo come è una piccola navicella di bronzo per l’appunto, ma se noi la giriamo come probabilmente andava utilizzata, non è altro che una grossa fibula sanguisuga dell’epoca villanoviana, quindi è assai probabile che loro abbiano beccato una delle poche tombe pre periodo arcaico , che stava proprio in corrispondenza della parete verticale. Quindi da questo punto di vista c’è questo ulteriore elemento. Tutto ciò che abbiamo visto sia qua: sia la necropoli, sia il tempio del Belvedere sarà tra breve, speriamo, organizzato in quello che è il Parco archeologico dell’orvietano che dovrebbe prendere tutta le emergenze archeologiche del territorio e metterle a rete e permettere magari quello che abbiamo fatto oggi, di andare in giro assieme e visitare alcuni di questi posti. Domande? P.: La gente comune non poteva assistere ai culti se ho capito bene… B.: Più che assistere, avere accesso al tempio stesso. P.: E allora le divinità non erano invisibili, sì o no… B.: Questa… dato che c’è l’assialità totale tra l’intercolumnia e la cella principale e assai probabile che la statua principale fosse visibile, anche dall’esterno, se immaginiamo che siamo in asse è assai probabile, se ci spostiamo sulle zone laterali probabilmente abbiamo lo stesso effetto è possibile vedere non è possibile arrivare, che è diverso, questo per esempio nel tempio etrusco italico che è poi sarà quello utilizzato anche dai romani perché è esattamente la stessa identica struttura nella fase arcaica. P.: Ci sono forse processioni nelle quali venivano portati in giro… B.:Che venissero spostati i simulacri è anche probabile, che vi fossero processioni sicuramente sì, quello abbiamo i calendari, per esempio, di Roma arcaica che ci danno un’informazione molto articolata al riguardo di questo. Diciamo che la religione come la intendiamo noi oggi è cosa molto differente da come era in antico, in antico permeava tutto l’arco della giornata era quella che scandiva, il calendario nasce non tanto per organizzare il tempo ma per poter, in qualche maniera, organizzare le cerimonie e quindi tra l’altro uno dei pochi libri che noi abbiamo etruschi è un libro in lino, il liber virteus, che è arrivato a noi in maniera piuttosto rocambolesca. Perché appunto probabilmente portato in Egitto attorno al II° secolo a.C. gli egiziani ben pensarono, visto che era lino, di farne delle bende per una mummia; viene poi acquistato dal museo di Zagabria che nel momento in cui iniziò a srotolare si rese conto che c’erano questi strani caratteri, che non erano esattamente… ed uno dei calendari per le operazioni religiose. E così le tavole di Gubbio, che è un altro documento importantissimo, sono sempre calendari per operazione religiosa, quindi immaginate, qualsiasi momento del giorno aveva il suo referente religioso, quindi sappiamo perfettamente come loro riuscissero ad organizzare la loro giornata attorno a questi che erano Dei pubblici e Dei privati, pensiamo ai Lari e ai Penati della repubblica arcaica, quindi sicuramente una organizzazione religiosa estremamente attenta. Gli etruschi erano detti dagli antichi il popolo più religioso di tutti in assoluto proprio perché si erano organizzati in maniera tale da riuscire ad avere sempre sotto controllo, lo speravano quando avveniva, erano addirittura arrivati secondo la loro etrusca disciplina a stabilire che la durata del ciclo del popolo etrusco sarebbe stata di otto secoli, come lo intendevano loro, e più o meno non sono andati troppo lontano dal vero, perché se possiamo dire attorno al II°-I° secolo a.C. l’etnos etrusco è assorbito completamente da quello romano. P.: Questa è una domanda ipotetica, praticamente non si saprà niente se il potere civile e religioso era diviso nettamente o c’era… B.: Sicuramente no. P.: Nelle mani del sacerdote era anche il potere civile. B.: Soprattutto se noi mettiamo in rapporto quanto conosciamo per Roma, la monarchia è chiaramente il momento stesso in cui anche nelle fasi finali è vissuta a Roma è vissuta come una carica completa, e guarda caso quello che accade nella repubblica è che la reggia quindi la casa del re, diventa solo ed esclusivamente l’abitazione del regulus o rex sacrorum quindi cioè solo della parte religiosa, lì c’è la scissione siamo quindi alla fine del secolo, siamo nel 509 a.C. P.: Questo qui sarà caduto in disgrazia verso i suoi colleghi. B.: Contro i suoi colleghi, che praticamente non faceva grossa differenza tra colleghi e stessi sacerdoti. Se vogliamo, se pure lo fate nel momento in cui passate la rocca da sopra si ha una bella visione delle strutture più che andarci di sopra da qui è molto meglio vederlo lateralmente uno si rende conto, vi ripeto purtroppo quanto si vede ora in massima parte è in restauro, dà l’idea anche di come sia stata individuato è chiaro che la strada statale, la Cassia, la taglia nell’angolo ovest perché facendo proprio l’arteria stradale trovano parte delle terrecotte e parte delle strutture e da lì si è allargato un po’ il materiale. Arriviamo sotto al pozzo. Martedì 29 aprile 2003 Conferenza: “La trasformazione della Città dall’ Ottocento ai giorni nostri” Ferruccio Della Fina, Architetto Io sono di Orvieto è ho il compito di raccontavi le vicende urbane degli ultimi due secoli, dell’800 e del ‘900. Chiaramente quando ci si riferisce a centri storici come Orvieto, come Assisi, come Spoleto, come Siena, come Firenze l’immagine che comunemente si ha è quella della città medievale, oppure nel caso di Roma: le grandi rovine romane, però trovo interessante parlare anche di questi ultimi due secoli, vale a dire l’800 e il 900, perché città come Orvieto, e come Orvieto molti centri storici ad esempio dell’Italia centrale, hanno subito notevoli trasformazioni. Vi dirò una cosa che per il turista può essere pericolosa, gran parte dei monumenti che vediamo percorrendo le strade, le piazze dei centri storici della Toscana e dell’Umbria in realtà hanno poco più di cento anni. Cioè l’aspetto degli edifici, seppure ha questo alone medievale: merli, bifore e trifore; in realtà molte di queste configurazioni derivano da degli interventi degli ultimi decenni dell’800 i primi del 900, vuol dire tutta la stagione dei restauri interpretativi. Con questo non voglio dire che tutto in Italia sia falso, non è questo il motivo, però ecco soltanto un occhio esperto e attento a volte può riconoscere, discernere ciò che è antico e quello che è stato… Con questo non si vuole dare un giudizio negativo su quella stagione dei restauri che ha trasformato in modo così significativo l’aspetto di molte città, penso anche alla Piazza di Volterra o quant’altro, però bisogna sapere che è un momento della storia del restauro che ha operato nella città in un certo modo. Quindi si può dire che mentre nell’800, ora torniamo al caso di Orvieto, il tema che ha percorso tutto il secolo era quello di dare una nuova rappresentatività alla città, attingendo ideologicamente al grande passato medievale, al gotico, al Duomo, all’età in cui politicamente l’Italia centrale era organizzata in piccoli centri, in piccoli comuni autonomi. Quindi l’800 una riscoperta di questi valori medievali che erano stati la grandezza di queste città, invece il ‘900 forse come filo conduttore ha il tema della possibile trasformazione di una città antica e questo tema è stato sviluppato con vicende a volte molto contrastanti, a volte non condivisibili, comunque è stato il tema della salvaguardia del patrimonio storico e architettonico e negli ultimi decenni dell’aspetto naturalistico, paesaggistico di questi centri. Ma torniamo ai primi anni dell’800, dopo l’espansione edilizia, edificatoria del pianoro tufaceo. Questa espressione forse avete iniziato ad averla sentita, vale a dire il terreno che c’è al di sopra della rupe, cioè al di sopra di questa collina dove ci troviamo, questo grosso basamento di tufo al di sopra il terreno è abbastanza pianeggiante tranne nel quartiere della Cava, e nel medioevo la città di Orvieto si è ricostruita in questa situazione. Allora all’inizio del secolo due terzi del pianoro tufaceo, diciamo di questa collina di questo piccolo altipiano dove ci troviamo, era occupato da abitazioni, quindi un terzo della collina era ancora ad attività agricola, ad orti, dei grandi orti che fornivano le derrate alimentari per l’intera popolazione; chiaramente parliamo di ortaggi, frutta, quello che poteva servire; dei due terzi che diciamo così, erano la città, Anche questo la metà presentava un tessuto edilizio molto diradato vale a dire esisteva il percorso, la strada maggiore, esisteva il fronte degli edifici sulle strade, ma alle spalle di nuovo erano orti; quindi ci troviamo con una densità abitativa estremamente bassa al di sopra della collina che corrispondeva in qualche modo alla città del ‘300, non solo ma mentre nel 1300 i residenti superavano i 20.000 all’inizio dell’800 si hanno soltanto 5.000 abitanti al di sopra della rupe, quindi con un decremento notevolissimo, dato comune per altro a molti altri centri. Se pensate a Firenze, alla grande cerchia muraria del 1300 di Arnolfo di Cambio tra l’edificato: Piazza della Signoria e quant’altro e il borgo, il limite di queste mura, c’era anche lì orti fino agli ultimi decenni del 1800, cioè lo spazio è stato saturato soltanto dall’unità d’Italia in poi o anche successivamente. Quindi per molti secoli l’aspetto di Orvieto, ma come di Firenze, era ancora caratterizzato da un limite esterno, che per Orvieto era la rupe e per Firenze erano le mura, dico Firenze ma potrei dire Siena o un’altra di queste città, dietro le mura c’erano ancora orti, c’era ancora campagna e poi si arrivava al centro cittadino, perché appunto l’incremento demografico che si era avuto nei secoli fino al 1300, 1400, ma già l’espansione edilizia nel 1400 ha grosse limitazioni e poi non ne ha più, quindi il ‘600, il ‘700 hanno lasciato la città così come era salvo alcuni edifici che sono stati trasformati. Non c’era stata appunto una diffusione dell’edificato fino, diciamo così orientativamente, alle vicende legate alla nascita dello stato unitario, quindi un grosso incremento nell’attività edilizia e via dicendo. Ad Orvieto figurano 5.000 abitanti soltanto 200 proprietari di abitazioni, e un terzo della proprietà edilizia era controllato dal potere ecclesiastico. Orvieto, il territorio, è sempre appartenuta alla sfera di influenza di Roma, in particolare del papato, quindi anche questo giustifica la grande quantità di conventi, o comunque di proprietà, che facevano riferimento in qualche modo al mondo ecclesiastico che poi siano il clero più direttamente controllato dal vescovo e dal papa, oppure siano degli ordini mendicanti: francescani e domenicani e via dicendo, questa poi è una suddivisione ulteriore, ma possiamo dire appunto che un terzo del patrimonio edilizio era controllato dal potere ecclesiastico. Dopo due secoli, il ‘600 e il ‘700, di notevole stasi dal punto di vista politico, dal punto di vista economico, degli elementi di innovazione avvengono ad Orvieto con i primi decenni del 1800, nel 1831 Orvieto diventa sede di delegazione apostolica e in effetti in questi primi anni vediamo che si inizia a trasformare il volto della città. Una prima cosa che viene fatta è la costruzione di due nuovi accessi, due nuove porte della città. È del ’22 Porta Romana, una porta ancora esistente è quella che conduce al centro abitato dal versante di mezzogiorno dove c’è Viterbo, dove c’è la strada per Roma. Possiamo dire che la città di Orvieto aveva due volti vista dall’esterno: una faccia bella, la faccia importante che era quella che guardava a mezzogiorno ed è il panorama che avete visto raffigurato nelle cartoline o nei poster, quello che si vede scendendo da questa strada che si chiama: Buon Viaggio, al pomeriggio il sole che batte contro i bastioni di tufo, illumina la facciata della rupe. Quello era storicamente il volto della città perché quello è anche il percorso principale quello che collega Orvieto a Roma e a Viterbo, poi il retro è occupato anche lì da Orti, cioè era il fronte a nord, fronte a nord a orti, vi era qualche convento che appunto si era insediato in periferia e vi era la fortezza, il potere militare con accanto il pozzo della fortezza, vale a dire il ben noto Pozzo di San Patrizio. Non a caso in prossimità della fortezza perché controllare il pozzo voleva dire controllare la vita della città, la fortezza dell’Albanos. Una parola anche sulla posizione delle fortezza, quando le fortezze, penso ad esempio a Firenze, si trovano su una collina al di sopra della città verosimilmente erano state costruite per difendere la città stessa perché il nemico, ma stiamo parlando del 1300-1400, quando ancora si andava a fare la guerra a piedi o con il cavallo, il nemico conquistando quella sommità avrebbe potuto dominare, magari bombardare, la città stessa, quindi conquistare quella collina voleva dire avere il dominio sulla città. A Firenze c’è la fortezza su a San Miniato, però a Firenze c’è un’altra fortezza, e stiamo al 1500, la Fortezza da Basso quindi in pianura, accanto al centro storico. C’era stato un cambiamento politico era la fortezza legata a una signoria, in qualche modo, ad un potere dispotico sulla città che doveva tenere i soldati vicino al centro cittadino proprio per controllarlo. Quindi le fortezze hanno questo duplice valore: da un lato difendono verso i possibili invasori, dall’altro servono come controllo di un potere politico già esistente rispetto ai possibili sconvolgimenti. E questa è stata anche un po’ la fisionomia della fortezza Albanos, non so se l’ avete veduta. Inizio del secolo, 1822-1833, i due nuovi accessi alla città, la porta Romana diciamo a sud, e la porta Cassia, che adesso è stata distrutta, a nord; un altro intervento la distruzione degli edifici all’interno della fortezza, appunto non servivano più come presidi militari e quindi le case, le costruzioni che stavano all’interno vengono demolite e inizia un riuso cittadino di questo spazio pubblico, anche attualmente sono i giardini comunali, nell’800 viene realizzato dove c’erano, invece non so, le munizioni, gli edifici dove dormivano i soldati, viene realizzato un piccolo anfiteatro dove si svolgevano delle corse di cavalli cose di questo genere, quindi la fortezza è dismessa come struttura militare e diventa qualcosa al servizio della città. Nei decenni a cavallo della metà dell’800 si costruisce anche il nuovo teatro. Esisteva già un teatro dell’600 all’interno del Palazzo del Popolo al primo piano, nel salone, quello grande del ‘400, esisteva già un teatro in legno con dei palchetti addossati lungo le pareti, però non era più affidabile. Allora si costituisce un consorzio di cittadini per costruire un vero e proprio teatro all’italiana, un teatro ottocentesco. I lavori iniziano nel 1841, viene chiamato l’architetto Santini di Perugia e i lavori proseguono fino al ’46 poi hanno dieci anni di interruzione e riprendono per poi completarsi dal ’56 al ’63, su un progetto diverso, dell’architetto Vespignani invece orvietano e si costruisce il teatro attualmente utilizzato dalla città. Nella seconda parte della mattinata so che è previsto un giro vediamo se possiamo entrare. All’interno ci sono molte decorazioni, un apparato decorativo ottocentesco però molto colorito, molto ricco, direi un fronte scenico… questa opera di decorazione viene fatta da due pittori: Cesare Fracassini e Pietro Agelini. Questo Pietro Angelici all’epoca era abbastanza famoso, lavora anche a Perugia, anche a Roma ad esempio affresca qua in Piazza del Duomo, la pareti i soffitti del palazzo Faina che attualmente è la sede del Museo Archeologico Faina. Questa famiglia Faina di Perugia con grandi proprietà nella zona dell’orvietano, ad un certo punto dona il proprio palazzo sulla piazza del duomo, compresa la collezione archeologica, alla città ed è il museo che possiamo vedere. Volevo dire che il palazzo è affrescato da questo stesso Angelini autore delle decorazioni del teatro. Sempre negli anni a cavallo della metà del secolo 1857, in occasione della visita del papa Pio IX, viene realizzato un arco sul fronte sud del palazzo comunale. Il palazzo comunale ha una fronte verso la Piazza della Repubblica, comunemente chiamata Piazza di Sant’Andrea per la presenza della chiesa di Sant’Andrea, l’aspetto attuale del fronte della facciata è dovuto a Ippolito Scalza del ‘500, sempre l’architetto Vespignani realizza questa sorta di piccolo arco trionfale d’ingresso, per ricordare l’arrivo ad Orvieto di questo papa: Pio IX. Poi dopo vediamo anche l’immagine. Questo stesso architetto, Vespignani, lascia un’altra opera forse una di quelle meglio riuscite di questo architetto in Piazza del Popolo proprio di fronte al palazzo del Capitano del Popolo, quindi interviene in punti strategici della città con un palazzo di grandi dimensioni che si chiama Bracci-Testasecca che poi forse visiteremo. Questo è un episodio di una progettazione un po’ eclettica, ottocentesca comunque complessivamente riuscita considerando anche la delicatezza del luogo dove andava ad essere realizzato. Ancora viene trasformata una delle chiese degli ordini mendicanti, la chiesa de “I Servi di Maria”, appunto nella zona degli orti, nella zona della fortezza, una chiesa trecentesca viene trasformata sia all’interno che nella facciata, verso la fortezza mentre i fronti laterali conservano l’aspetto medievale. Ancora si fanno studi per rettificare il Corso, la strada principale di Orvieto. Avete visto Orvieto è una sorta di ellisse e al centro è tagliata da un percorso, questo percorso era chiamato la Strada Maggiore, quella delle Mercanzie, quella più importante; attualmente dopo l’unificazione sono stati cambiati i nomi delle strade, delle piazze è diventata Corso Cavour. Ma in quell’epoca, nell’800, si pensa di dare un aspetto più moderno, più rappresentativo perché questa strada come avete visto è tutte curve, non c’è nessun motivo di fare tutte curve per congiungere due punti, ma questa è l’urbanistica medievale che non congiungeva due punti con una linea retta ma, si dice anche per motivi difensivi, venivano create comunque delle curve, dico motivi difensivi perché ogni tratto poteva essere eventualmente sbarrato o chiuso o via dicendo. Ecco ad un certo punto invece si pensa di rettificarlo, quindi di fare delle demolizioni di fronti degli edifici per un aspetto scenograficamente più convincente, però per fortuna non se ne fa nulla. Così come si fa un’altra operazione che è quella della privatizzazione degli orti che stanno sul margine della rupe. La possibilità di controllare il margine della rupe dal punto di vista difensivo, per tutto il medioevo, era stato un elemento estremamente importante perché le famose truppe difensive potevano correre da un capo all’altro della rupe e andare là dove c’era bisogno. Siamo nell’800 non ci sarebbe stato più nessuno che voleva assaltare Orvieto salendo sulla rupe, per cui si può tranquillamente privatizzare tutta queste porzioni di orti che hanno l’affaccio direttamente sulla rupe. Questo però impedisce la creazione, e sono state fatte poi delle ipotesi successive, di un percorso anulare che avrebbe effettivamente togliere del traffico veicolare all’interno del centro antico. Poi avviene un fatto invece importante nel 1875: passa la ferrovia. Orvieto aveva rappresentato un territorio storicamente povero, uno dei territori più poveri dello Stato Pontificio, e che già non era dire un gran che di ricchezza questa povertà era dovuta anche a una sorta di isolamento. Il passaggio della ferrovia, prima c’era già stato un tratto di ferrovia nell’area toscana che avvivava fino a Chiusi – Empoli – Chiusi, però passa la nuova linea ferroviaria quella che collega Roma a Firenze, un asse ferroviario di straordinaria importanza che è attualmente quello che utilizziamo e questo cambia molto per questo piccolo centro arroccato su una rupe che per andarlo a cercare bisognava proprio mettersi di buona intenzione. 1875 quindi, stazione della ferrovia a valle, anche lì vengono fatte più proposte, una prima proposta era di far passare la ferrovia, e quindi gli edifici della stazione, sul fronte sud quello che se vogliamo vedete se vi affacciate da questa parte, quello è un ambito dal punto di vista paesaggistico estremamente delicato.Poi è la zona degli insediamenti monastici del medioevo, è una zona di conventi, ce n’erano molti, alcuni erano anche di eremiti donne e eremiti, è una zona che ha una sua sacralità se così possiamo dire. Fortunatamente la linea ferroviaria non viene fatta passare sul fronte sud, che avrebbe rovinato per sempre quell’ambiente, ma invece si sceglie il fronte nord quindi con un asse che è più o meno parallelo al corso del fiume Paglia. Questa decisione fortunatamente è stata poi riconfermata sia dall’autostrada, naturalmente molto più recente, oppure della seconda linea ferroviaria: la Direttissima quella che adesso si percorre quando si vuole andare da Roma a Firenze in modo più veloce. Perché un fatto importante è questo della presenza della ferrovia? Innanzitutto perché si viene a creare un primo nucleo di abitazioni a valle, fino a quel momento non c’era stato nessun bisogno di spostare delle abitazioni al di sotto della rupe, invece nasce allora la stazione ferroviaria e nel 1888 viene collegata la stazione ferroviaria con la collina attraverso una funicolare, si buca, si fa un tunnel sotto la rocca, si fa un tunnel all’interno del masso tufaceo e si collega con una funicolare ad acqua la parte a valle con la parte a monte. Il sistema di trazione della funicolare è ad acqua, vale a dire la vettura che sta in alto viene riempita d’acqua, c’è un cassone, quindi naturalmente tende a scivolare a valle e dato che è collegata con una fune trascina in alto quella che è libera dal peso; questo sistema semplice ha funzionato molti decenni senza dare nessun problema fini agli anni 1950-60 quando poi sembrava che non fosse più moderna si iniziò ad andare con il pullman normale, però adesso è stata da alcuni decenni, sin dagli anni ’70, ripristinata come percorso. Allora Orvieto si trova, come tempi di percorrenza, ad essere poco più di due ore, anche con il vecchio treno, quello che doveva essere del 1800 primi del ‘900 a poco più di due ore di viaggio da Roma; questo vuol dire che la crescita demografica, di importanza della capitale ha assorbito moltissime delle energie lavorative, cioè ha dato anche un’opportunità di lavoro a gran parte delle persone, degli abitanti del territorio orvietano. Il progressivo spopolamento di persone che magari lavoravano nelle campagne, oppure non lavoravano nelle campagne di Orvieto, verso la città di Roma, così come anche si è iniziato a sviluppare la potenzialità turistica. Non è che Orvieto fosse sconosciuta ai viaggiatori dell’800 che venivano in Italia a vedere le bellezze artistiche, però si trattava chiaramente di un turismo d’èlite, dai pellegrinaggi poi, chiaramente, Orvieto veniva toccata come sede di un viaggio colto, ma il turismo di massa non poteva arrivare; con l’apertura della ferrovia, con la presenza di una stazione ferroviaria anche Orvieto può diventare oggetto di una vacanza anche giornaliera, di uno o due giorni perché il treno porta esattamente qua sotto. Che cosa facevano gli orvietani o gli abitanti del territorio? Anche i residenti della città erano molto legati all’attività agricola, vale a dire, quotidianamente si recavano a valle, nella pianura, a lavorare nei campi o negli orti e poi la sera tornavano in città, era un’agricoltura poco evoluta o per nulla evoluta. In questo il territorio del Lazio, del patrimonio di San Pietro, era diverso rispetto alla vicina Toscana dove al contrario vi erano state delle riforme e quindi l’attività agricola era stata al passo con i tempi, con le scoperte tecnologiche e via dicendo. Appunto nell’agricoltura del territorio orvietano questi fenomeni non si erano verificati. Un altro problema che si originato nell’800 e che in un certo senso ancora persiste: è quello dell’integrazione amministrativa. Orvieto è presentata negli stemmi del turismo come Umbria, come cuore verde d’Italia, in realtà Orvieto non è Umbria è alto Lazio, dal punto di vista del linguaggio, del dialetto, delle tradizioni etniche culturali e via dicendo appartiene a questo lembo del Lazio sicuramente vicino alla Toscana forse più che all’Umbria. Orvieto è diventata Umbria nelle vicende concitate dell’unità d’Italia, adesso lo possiamo anche dire, c’erano degli accordi tra Napoleone III e Cavour che volevano dire che il territorio del patrimonio di San Pietro, grosso modo diciamo il Lazio, non poteva essere occupato, non poteva essere liberato, invece delle formazioni di volontari insorgono e scacciano le truppe papali da Orvieto, da Viterbo, da Montefiascone. Quindi diciamo che c’è una specie di incidente diplomatico, ma Filippo Antonio Gualterio, che era una personalità diplomatica legata a Cavour e che poi diventerà anche ministro dell’interno della nazione, dice che Orvieto non era territorio del patrimonio di San Pietro nei documenti di archivio, non so se veri o falsi. Il Papa era stato chiamato in città per pacificare gli animi ma il territorio non apparteneva allo stato di San Pietro. Così Orvieto viene restituita allo stato italiano ed annessa alla regione dell’Umbria, quindi diciamo Orvieto è in Umbria da poco più di cento anni. Poi anche come modo di parlare, come dialetto, è molto più vicino il dialetto orvietano a quello che potete trovare sulla costa del Lazio, cioè lungo il mare se andate a Capalbio, che è anche Toscana, oppure a Tarquinia o a Montaldo di Castro piuttosto che a Chiusi che sono pochi chilometri ma già si parla toscano, perché questo era un territorio di confine con, se vogliamo, i pregi e difetti di una zona di confine. Il difetto di essere periferia per tutti, però forse anche avendo la capacità di recepire caratteri diversi, cioè una cultura contaminata da diverse aree. L’esempio più classico se vogliamo è il duomo, il duomo è un esempio di contaminazione in stile spaventoso: lo scatolone, il volume, quello bianco e nero è romanico; romanico però già le forme romaniche ma con una spazialità gotica, gotica – italiana, mi riferisco alla dimensione, alla luminosità non gotica chiaramente d’oltralpe, al quale è stata appiccicata una facciata che ha invece elementi più chiaramente gotici, gotici in senso formale non dal punto di vista strutturale costruttivo. Autore è un senese, e quindi area culturale toscana, anche quindi se vogliamo nel duomo abbiamo presenti le due configurazioni: quella del Lazio, perché l’impianto basilicale tipico ad esempio di Tuscanica, quindi di tutta una zone dell’alto Lazio; più una facciata che invece dallo stile senese. Quindi forse questo può anche essere un carattere di questi territori di confine che riescono in qualche modo ad attingere, sbagliando o non sbagliando, ad identità culturali diverse. Bene arriviamo agli ultimi decenni del secolo e i decenni a cavallo tra i due secoli, inizia questa grande stagione di restauri, quello che vi dicevo all’inizio. Possiamo dire che quasi tutti gli edifici medievali che vedete a Orvieto derivano il loro aspetto attuale da questi interventi che hanno trasformato in modo significativo il loro aspetto; si tratta dei restauri interpretativi, vale a dire: si trovavano questi edifici in una condizione che forse ci può lasciare un po’ perplessi, vale a dire nel corso degli anni erano stati notevolmente trasformati, erano state fatte delle aggiunte, chiuse delle finestre, tolti i merli, oppure delle scalinate erano state coperte, indubbiamente si può dire che erano stati deturpati nel loro aspetto originario. Allora i restauri interpretativi avendo una visione positivista dicono: portiamo l’edificio al primitivo splendore, riportiamolo all’aspetto che doveva avere nel momento in cui è nato, togliamo tutte le perpetrazioni che appartengono a epoche diverse. C’è da dire anche che, in alcuni casi, queste perpetrazioni erano a loro volta opere d’arte, testimonianza di periodi successivi, magari quello barocco; in altri casi erano semplicemente delle trasformazioni nate per motivi utilitaristici senza nessun valore estetico. Allora il giudizio su questi restauri attualmente nel campo dell’architettura e del restauro è negativo perché al contrario si dice che ogni epoca lascia una sua traccia. Nello stesso tempo va anche riconosciuto che anche questa non può essere messa come una norma unica, sta al progettista, al restauratore di volta in volta capire quanto l’edificio nella sua trasformazione storica ha assorbito in senso positivo o meno alcuni cambiamenti. Comunque nel caso di Orvieto, poi vedremo qualche immagine, questi interventi sono stati considerevoli e in alcuni casi, come i restauri all’interno del duomo, in quel caso possiamo rimanere molto perplessi. L’interno del duomo, che adesso vediamo in stile medievale, era completamente diverso, esistono ancora delle foto di inizio secolo, vale a dire le absidine che si vedono adesso così spoglie con la monofora sul fondo, invece erano tutti altari con stucchi, marmi a via dicendo; davanti a ciascun pilastro della navata erano presenti delle grandi statue degli apostoli; e la cosa un pochino più grave è che sul presbiterio era presente un’annunciazione in due pezzi, da una parte l’angelo e da una parte la Vergine, che è presentata come uno dei capolavori del barocco italiano, quindi togliere tutto perché non era originario del periodo a volte è una grandissima fesseria, perché si distruggono testimonianze anche di un alto o altissimo valore artistico. Ecco questi interventi hanno riguardato quasi tutti gli edifici della città, gli edifici antichi, non solo ma si sono confrontati questi interventi edilizi con le nuove esigenze che la città moderna cominciava ad avere, si parlaun discorso di uso della città antica in rapporto ai tempi moderni. Questo è un tema che ha interessato gli storici dell’urbanistica e che in un certo senso ancora ci interessa. Nell’800 non esisteva il centro storico, il centro storico è un’altra invenzione moderna; in che senso? L’idea che una parte della città possa essere definita in modo distinto da altre parti, cioè la parte antica, quella costruita nel medioevo è un qualcosa di concettualmente diverso, all’interno della quale dobbiamo intervenire con strumenti operativi diversi rispetto ad altre parti della città, anche questa è un’invenzione contemporanea, moderna. La città del medioevo ancora era la città e basta, cioè luogo di residenza, luogo rappresentativo, luogo del centro amministrativo – politico, luogo di produzione, luogo di trasformazione. Potevano esistere sì alcune strade dove si concentravano magari gli artigiani del legno, oppure quelli che conciavano le pelli; sempre a Firenze questa lavorazione delle pelli portava puzze notevolissime, allora c’era il problema di mettere sempre questi edifici magari controvento in modo che non dessero fastidi alla popolazione, ma la città era unica: attività di residenza, attività di rappresentazione della propria grandezza, centro religioso, centro di trasformazione e commercio. Soltanto con una visione parziale della totalità dello spazio urbano, vale a dire quando si è iniziato a dire: le industri devono andare nella zona A, la residenza deve andare nella zona B, il centro storico è un problema a parte. Ancora nell’800 le manifatture venivano ospitate dentro la città, noi ci troviamo in un luogo che fino a qualche hanno fa è stato l’ospedale, non a caso vicino al duomo. L’ospedale è una… normalmente adesso significa soltanto il ricovero di chi sta male, del malato, nel medioevo “ospedale” era legato con l’ospitalità… alla capacità di ospitare i pellegrini; quindi di solito gli ospedali erano legati non alla malattia, anche, ma soprattutto all’accoglienza dei pellegrini, pellegrini che a volte erano anche mal messi visto che poi facevano la strada a piedi e d’estate non era confortevole. In molti casi vicino agli edifici religiosi, come poteva essere il duomo, ma anche a Siena l’ospedale proprio di fronte al duomo è testimonianza di questo, nascevano soprattutto come ospitalità dei pellegrini. Allora l’ospedale è stato qui il luogo della malattia, il luogo della guarigione nel migliore dei casi, era dentro il centro storico, era a due passi dal duomo, a quattro passi dal palazzo comunale, è l’urbanistica novecentesca che ha pensato di allontanare l’edificio dell’ospedale dal centro, infatti anche adesso Orvieto ha un Ospedale Nuovo giù a valle, situazione comune a tutti i centri storici. Certamente questa zonizzazione ha avuto come motivazione principale quella dello sviluppo della grande industria, e la grande industria non è compatibile con gli spazi angusti dei centri storici. Allora l’intervento che viene svolto nell’800 sulla città ha molteplici significati, uno quello di trasformare il volto della città, di dare alla città una nuova rappresentatività, di metterla in bello, di togliere quanto secoli di abbandono, di ignoranza hanno aggiunto deturpando l’aspetto, la faccia di questi grandi edifici; l’altro senso di questi interventi è quello di rendere la città abituata a alle trasformazioni, appunto l’arrivo dell’energia elettrica e quant’altro. Cioè si ritiene che il centro storico, la città può ancora ospitare tutte le funzioni che la società moderna impone. Adesso possiamo vedere qualche immagine e poi passiamo al ‘900. Ecco questo è l’aspetto della città come poteva essere percepito dai viaggiatori dell’800, questa peraltro è un’immagine recente. Si vedono in taglio, qua nella collina, questa linea qua, ed è la Porta Urbana, quello che si diceva prima, questi nuovi accessi alla città, chiaramente le carrozze non potevano entrare in città, salire in modo troppo ripido su del selciato sconnesso, allora vengono realizzati questi viali che consentono un accesso più comodo, più rappresentativo alla città stessa. Andiamo avanti. Mentre la prima era un’immagine da sud, il volto bello, questa è l’immagine da nord. Comunque questa è l’immagine che dovevano avere grosso modo i primi turisti di primo ‘800 scendendo dal treno. Questa è la fotografia presa da quella parte, si vede ancora il verde della collina, il tufo, il masso tufaceo e questi sono i bastioni della fortezza, appunto era il lato posteriore della città. Andiamo avanti. Ecco questo è invece l’asse principale, quello che diciamo la Strada Maggiore, il Corso Cavour, questa è la parta che guarda verso sud, sud – ovest, quello è il centro civile – politico della città. Forse vi hanno parlato dell’urbanistica medievale, non so se l’architetto Satolli ve ne ha parlato,ma di tre poli che caratterizzano la città di Orvieto, tre poli stabiliti nei decenni tra il 1200 – 1300, la città di Orvieto come molti centri dell’Italia centrale, sono stati determinati dalle scelte urbanistiche fatte in quel periodo, quella era la piazza… per molto tempo è stata la piazza principale di Orvieto, prima che nascesse la Piazza del Capitano del Popolo, del palazzo del Capitano de Popolo, oppure l’altro polo che è quello chiamiamolo religioso, che è quello del duomo della Piazza del Duomo, infatti qui si ha la chiesa di Sant’Andrea che per molto tempo è stata la chiesa più rappresentativa, e soprattutto il palazzo comunale che nel medioevo non aveva questo aspetto che è quello cinquecentesco, questa facciata di Ippolito Scalza però era ugualmente lì, questo connubio se volete tra potere religioso e potere politico è simboleggiato dalla presenza della torre campanaria che è proprio una cerniera tra questi due palazzi, tutti e due possono avere una via d’accesso alla stessa. Ecco questo è guardando verso sud ed è il percorso termina poi in questo punto, si dirama, qua c’è il quartiere più antico, il quartiere della Cava. Andiamo avanti. Questo è invece guardando dalla parte opposta quindi guardando verso nord, nord – est come vedete è comunque curvilineo. Ecco nella zona, questa superiore, potete immaginare che fino alla fine dell’800 erano ancora tutti arti, c’erano soltanto delle strade lungo tutto il percorso e poi alle spalle orti. Questo è il volume del teatro Mancinelli. Si vedono le torri, ve ne hanno parlato forse delle torri medievali, tutte le città medievali di Orvieto vi era una grande abbondanza di torri. Ci sono tante città tutte dicono: tante torri c’erano a San Gimignano non ce n’erano da nessuna parte. Comunque indubbiamente nelle città medievali uno degli aspetti caratteristici era la presenza di queste torri che rappresentava il potere della famiglia, era il forziere della famiglia perché le derrate alimentari, grano e quant’altro veniva messo all’interno delle torri, avevano anche una funzione difensiva, perché noi consideriamo la città in un modo molto democratico, naturalmente per il nostro trascorsi; cioè pensiamo che la città sia di tutti. La città fin dal 1100 e anche oltre non è che tutte le strade fossero pubbliche, neanche per idea, la città era divisa in clan, in famiglie che si consorziavano tra di loro, che avevano il controllo di una parte della città e le torri servivano proprio a definire lo spazio urbano controllato da queste famiglie consorziate, amiche. Perciò era una città molto battagliera all’interno, tanto battagliera che, come vedete, quasi tutte le torri poi sono state abbattute, perché anche ad Orvieto le lotte intestine, quelle se volete anche ricordate da Dante, guelfi e ghibellini, erano lotte interne estremamente cruenti che portavano quindi alla distruzione della famiglia avversaria e il simbolo dell’avvenuta conquista dello spazio avverso era la distruzione della torre, così di volta in volta si sono distrutte tutte le torri… ma poi anche qualche terremoto ha aggiunto. Andiamo avanti. Pubblico: E a San Gimignano regnava la pace? Della Fina: Quello è un caso, infatti è vero è stata la loro fortuna anche turistica ed economica. Bisogna sempre fare la pace! Ecco questo invece è il fronte verso sud. Ecco vedete lo stretto rapporto con il verde, con la collina, centri come Orvieto ma, se volete andate a Spoleto avete la facciata del duomo e dietro la collina, andate a Pienza ci sono questi scorci verso la natura, era un rapporto inscindibile fra ambiente costruito e ambiente naturale sembra che l’uno faccia da sfondo all’altro. Questa è la chiesa di San Procopio molto recente. Ecco questa è la collina dei conventi, non a caso c’erano qui quello dei cappuccini, poi ce n’erano altri, c’è tutto un fronte di questa collina disseminato di conventi, non solo conventi recenti, come potevano essere quelli del 1200 – 1300, ma anche precedenti. Qui guarda caso stanno cercando il centro religioso etrusco qua sotto, un pochino più in qua. Anche qua c’è un altro principio che è un po’ quello della persistenza storica di alcuni significati, all’interno dei centri urbani parliamo di legge della persistenza dei tracciati, vale a dire… torno a Firenze e faccio un esempio, la zona di Santa Croce, c’è la piazza, poi c’è una famosa gelateria che vi consiglio di frequentare per raggiungere questa gelateria la strada fa uno strano giro, cioè Firenze di impostazione romana, quindi il centro a maglie quadrate, la centuriazione, il castrum, il cardo e decumano; un ordinamento urbano molto preciso a maglie quadrate e rettangolari, invece lì la strada fa uno strano giro, quello strano giro cos’era, era ancora il segno dell’anfiteatro romano, allora le case si sono costruite, forse anche in modo utilitaristico, utilizzando le fondazioni dell’anfiteatro, e la strada fa esattamente questa semiellisse perché di sotto c’è il teatro romano, ci sono i resti del teatro romano, sicuramente trasformato, mille altri esempi potrebbero farsi. All’interno dei tessuti urbani, quando si vedono delle situazioni un pochino curiose, derivano da un assetto precedente che poi, magari, in epoca medievale si è tranquillamente posto lì, non è che si sia fatto lo scavo archeologico per trovare il capitello romano, ma si utilizzano quelle fondazioni poderose per costruirsi la propria casa, anzi probabilmente utilizzando il materiale per realizzare le pareti. Però c’è anche una persistenza simbolica a mio avviso, di certi luoghi, non a caso stanno cercando adesso il Fanum in quell’area dove per secoli erano presenti insediamenti comunque legati alla sfera del sacro. Io in modo molto utilitaristico, ritengo anche che le pietre di questi conventi, di questi monasteri utilizzino, se ancora ce n’era la disponibilità, le pietre dei precedenti templi già sono dei conci tagliati, preparati, predisposti, non c’era motivo di andare a cavare da un’altra parte, e questo è un atteggiamento comune. Se vedete anche Roma, quanti edifici romani sono stati trasformati e sono diventati residenza; una cosa che a noi ci sembra una bestialità, ma in epoche in cui le disponibilità economiche erano relative, trovare dei materiali edilizi già pronti era una forma di riuso. Andiamo avanti. Sempre l’altro fronte verso sud, questa è la chiesa di San Francesco. Diciamo prima come noi sentiamo la città, mi riferisco a quello che può essere l’esperienza italiana, al massimo noi concepiamo la città come divisa in quartieri, in zone, però il quartiere è ugualmente un’entità che va al di sopra del potere di una singola famiglia o di un insieme di famiglie, questo cambiamento culturale è avvenuto proprio nel ‘200 e in parte si deve anche all’intervento degli ordini mendicanti nei centri urbani. Se andiamo negli ultimi decenni del ‘200 inizi del ‘300 va di gran moda San Francesco, San Domenico e via dicendo, risulta una presenza estremamente vitale all’interno della città, si costruiscono degli edifici che fino ad allora la città non se li era mai sognati come dimensioni. Una chiesa medievale poteva avere queste dimensioni grosso modo, si passa a questo cambiamento di scala, davanti a questo grande fienile, che era l’edificio, la chiesa; la chiesa è sala, la chiesa degli ordini mendicanti c’era la piazza perché questi ordini mendicanti: domenicani e francescani in particolare, soprattutto dedicati alla predicazione, allora nella piazza del mercato loro facevano, svolgevano anche la predicazione. Non solo, questi ordini finiscono per acquisire attraverso donazioni, dei terreni intorno alla chiesa, terreni che erano in periferia, ma erano in periferia rispetto al centro medievale antico. Allora questi ordini iniziano un’attività, come dire, di pianificazione urbanistica, vale a dire tracciano una strada, si offre la possibilità di costruire una strada a chi lo volesse fare, danno un lotto a condizione che costruisca la casa, entro un certo numero di anni; non è che io ti do la terra e poi tu la speculi e fai la speculazione edilizia, se entro poniamo dieci anni, riesci a costruire la casa ti do questo lotto, e così si sono sviluppati molti quartieri. Penso sempre a Firenze, alla zona intorno a Santa Maria Novella, la zona della stazione, e come dire il riferimento per tutto un ambito urbano è diventato il quartiere di Santa Maria Novella non più il quartiere dei Macci, il quartiere dei Peruzzi mentre altre strade a Firenze ancora portano: via dei Macci, Via dei Peruzzi e via dicendo. Quindi il tema dello spazio aperto, della piazza collegata in qualche modo a un edificio super partes. Questi edifici non erano costruiti dalla chiesa, dagli ordini mendicanti, erano costruiti dal comune, dalla cittadinanza, quindi c’era la compresenza di interessi in quanto gli edifici stessi rappresentavano anche la grandezza della città, come anche il duomo, l’Opere del duomo che è quella che sovrintende prima alla costruzione e poi alla manutenzione dell’opera non è un ente religioso è un ente che dipende dal comune, è un ente civile. Quindi l’idea di quartiere come si ha nelle città italiane, qui siamo a Roma, il quartiere di San Lorenzo si è formato esattamente in questa trasformazione dalla città altomedievale alla città del ‘300 – ‘400, negli anni in cui le periferie, quelle che erano periferie urbane venivano interessate dalla costruzione di grandi edifici religiosi che intorno a sé costruivano lo spazio di una piazza ed a volte intieri quartieri. Andiamo avanti. Questo è invece guardando verso nord, è la valle in cui poi passa l’autostrada, la ferrovia. Questa è la piazza del Capitano del Popolo, la piazza del mercato, una piazza centralissima ma vedete come anche seppure con una prospettiva fotografica così, il verde sia immediatamente dietro, cioè c’è il dislivello della rupe, ma questo rapporto tra costruito e natura è veramente inscindibile in questi centri storici minori quanto meno dell’Italia centrale. Qua davanti c’è il Palazzo del Capitano del Popolo: palazzo medievale. Facendo il restauro di questi edifici, in particolare della piazza, sono emerse le tracce di questa finestre bifore, che prima non si vedevano, erano completamente sotto l’intonaco, che riprendono il tema delle bifore presenti nel Palazzo del Capitano del Popolo, non solo ma questo disegno a scacchi estremamente delicato, estremamente interessante, non solo ma al di sopra delle colonnine in questo punto, vi sono delle tracce di intonaco colorato, vale a dire originariamente non era lasciato il tufo così ma venivano affrescati, cioè dobbiamo immaginare questa città medievale con questa finestre e poi al di sopra, all’interno tra l’arco e le due colonnine, gli archetti che stanno sotto dei motivi, delle decorazioni colorate. Quindi una città medievale molto più a colori di quanto noi immaginiamo. Se vogliamo da questa facciata si può fare un discorso sulla trasformazione della città. L’aspetto medievale era quello di una città in tufo con cortina e tutto, il tufo è quello che proviene dal basamento, tutta la città di Orvieto nasce su questo basamento di tufo, il tufo viene tagliato e usato per costruire la città, c’è un’uniformità di materiali considerevole. Quasi unicamente tufo, tufo poi laterizi per i tetti e legno, e solo con questi tre materiali hanno costruito per millecinquecento anni. Questa è una facciata cinquecentesca, poco prima già alla fine del ‘400 c’è un cambiamento di gusto, se vogliamo Brunelleschi, Alberti , addirittura Michelangelo trasformano completamente il gusto architettonico, cosa fanno le famiglie bene che nel frattempo sono diventate proprietarie di non solo una casetta con una torre, perché questa è una torre, anche qui davanti ci sarà stata una torre, qua erano due torri; le famiglie avevano oramai acquisito la proprietà di più unità edilizie, ma ogni proprietà edilizia ex medievale conservava un proprio aspetto, questo aspetto della città era estremamente fuori moda, uso questo termine in un modo un pochino scherzoso nella nuova cultura cinquecentesca pensate appunto a Michelangelo, a San Pietro a quello che volete voi. Allora rifanno i palazzi, in particolare rifanno le facciate della città, allora coprono la cortina muraria in tufo, uniformano l’altezza delle finestre, nei fianchi uno qui, uno qui, uniformano la forma delle finestre, queste sono delle cornici marcapiano e danno un aspetto, trasformano in modo e secondo forme cinquecentesche l’aspetto della città medievale. Questo non è un esempio di quelli più tipici, ma eventualmente camminando per Orvieto lo vedremo. Dove vedete un bel palazzo cinquecentesco sicuramente non è stato costruito così come noi lo vediamo, nasce dalla trasformazione di più unità edilizie di epoca medievale e anche in questo Ippolito Scalza, questo architetto del ‘500 che ha fatto la facciata del Palazzo Comunale, ha un ruolo predominante, è stata una figura ma che in un certo modo ha trasformato la figura della città. Andiamo avanti. Questo è invece l’altro asse, chiamiamolo il polo religioso, eco il duomo, noi ci troviamo qua sotto, questa si chiama Chiesa di San Giacomo, San Giacomo è un santo legato al pellegrinaggio anzi è il santo del pellegrinaggio insieme a San Rocco per antonomasia anche nell’immagine, nell’iconografia ha la conchiglia di San Giacomo di Compostela, qua il pellegrinaggio a Compostela ha come simbolo la conchiglia quindi sicuramente doveva esistere prima della trasformazione trecentesca che noi vediamo, una struttura legata all’accoglienza dei pellegrini. Prima di questa doppiezza, questa contaminazione di stili, qua ce n’è almeno tre, comunque diciamo due perché questo qui rappresenta una sensibilità plastica romanica, da Roma fino a poi tutta la zona dell’alto Lazio. Questa facciata che è stata appiccicata prende elementi gotici, ad esempio la famosa guglia, ma la guglia, come sapete meglio di noi, ha una funzione statica ben precisa, la guglia è un peso, è una zavorra, che viene messa in un punto particolare per fare sì che le spinte provenienti dagli archi rampanti vengano trasformate in una componente orizzontale, quindi non far aprire il tetto. Per dire se questo è uno schema gotico allora cosa fanno, qua c’è la copertura, il peso della copertura del tetto tende chiaramente ad andare in questa direzione e quindi il pilastro tenderebbe a spostarsi in questa direzione. Allora ecco qua si fa un arco rampante e sopra una, ma se l’arco rampante non è sufficiente per impedire, per puntellare, per impedire la rotazione di questo muro ci si fa sopra una bella guglia, interessante dal punto di vista architettonico, plastico, figurativo, ma in realtà è una vera e propria zavorra, sono chili, tonnellate che si mettono in questo punto per far sì che la risultante cada all’interno della base. C’è una sapienza costruttiva, statica nel gotico che è straordinaria. In questo caso sì c’è la compresenza di una motivazione statica e poi un esito formale straordinario perché la guglia viene scolpita, e qua ci si mettono tutti gli animali, le sculture a quello che si vuole. Il gotico arriva in Italia in un modo molto annacquato, o meglio ci si innamora delle forme, di questo… linearismo, di questo verticalismo, della luce ma non si capisce la realtà statica di questi elementi, per qui queste guglie qua non reggono assolutamente niente, reggono soltanto se stesse, sono dei missili che vengono messi a decorazione della facciata, che ci va benissimo, il risultato è apprezzabile, sono molti secoli che le persone vengono ad Orvieto per vedere la facciata e siamo ben contenti di questo. Anche ad Assisi nella chiesa di Santa Chiara ci sono presenti degli archi rampanti messi in modo del tutto improprio. Degli archi rampanti messi in modo del tutto improprio. La visita. Questa sera è alla cappella del Signorelli. Allora diciamo che la cappella del Signorelli può essere ammirata grazie ad un meraviglioso sbaglio, meraviglioso sbaglio di Lorenzo Mantaini, vale a dire l’architetto che ha progettato la facciata, oggettivamente un pezzo straordinario. Si può dire allora non è architettura e scultura, va bene, diciamo che è scultura, però è bella scultura. Appunto questo architetto straordinario voleva inserire questi elementi del nuovo gusto gotico, l’inizio del Duomo è del 1290, quindi praticamente era di qualche anno prima l’impostazione generale della pianta che era quella basilicale normale. Il duomo doveva essere una grande abside per tutta la serie di cappelline. Oggi ci sarebbe dovuta essere la visita guidata. Mah, come i tempi qua sono un po’ come in Messico, sono un pochino orientativi. Allora, magari se cercheremo di chiudere rapidamente le vicende relative al 1900, all’ultimo secolo, e poi faremo, questa gita per Orvieto, anche perché, appunto, ho chiesto e forse non avete avuto tempo di girare per la città e quindi la cosa migliore poi è camminare e rendersi conto delle cose come sono, degli spazi come sono, delle architetture come sono. Allora per quanto riguarda il ‘900 vado proprio di corsa cerco di chiudere il prima possibile. Allora situazione sociale del primo ‘900: il 50% della popolazione era analfabeta; più del 50% della campagna, dell’attività agricola, era relativa a pascoli e boschi; quindi attività industriali praticamente nulle, poco artigianato, poco turismo. Come si diceva anche prima vi erano non più di dieci esercizi tra ristoranti e alberghi. Un’altra figura tipica era quella dell’artigiano povero, quella, se conoscete la favola di Pinocchio, Geppetto. Ecco, diciamo le strade intorno al duomo, anche la via del Duomo, era piena di artigiani tipo Geppetto, quindi o che facevano il calzolaio o il falegname. Appunto l’artigiano povero perché non aveva maestranze con sé, magari abitava nel piano superiore dell’edificio e al piano terra c’era il piccolo laboratorio artigiano dove si assestavano: sedie, tavoli scarpe e quello che capitava. Anche la condizione della donna, era, non aveva diritti politici e veniva retribuita, come paga, giornaliera comunque di meno rispetto all’uomo; questo non solo nelle attività legate all’agricoltura, ma anche, ad esempio un maestro percepiva una paga di 2 euro e 50, una paga giornaliera di 2 euro e 50, mentre invece, una maestra percepiva 1 euro e 80, 1 euro… una lira e 80, ormai abbiamo fatto la conversione! Un altro elemento importante è quello dell’emigrazione, nel 1911 figurano emigrate circa 2000 persone, 1900 e di queste il 40% all’estero, l’altro 60% era un’emigrazione temporanea per andare a lavorare in Maremma. La Maremma è questa zona pianeggiante con un’agricoltura molto fiorente. Allora durante l’estate buona parte della popolazione si trasferiva in Maremma per la raccolta del grano. Maremma dove esisteva ancora la malaria, la malaria che per altro era anche più vicina, qua nella zona di Chiusi, zona di acquitrini. Quindi zanzare portatrici di malaria che, all’inizio del secolo, anche da queste parti si moriva facilmente di malaria, tranquillamente! Dicevamo, ecco il 40%… il 50% della popolazione era analfabeta, nonostante che ci fossero nel territorio quattordici scuole primarie, diciamo le scuole elementari, e qui nel centro cittadino esisteva già il Liceo… il Ginnasio quindi per gli studi classici, e invece un istituto tecnico per la parte scientifico-tecnica. Un altro ruolo importante per l’educazione della gioventù era anche svolto dal seminario vescovile, quindi gli strati meno abbienti della popolazione potevano studiare all’interno di questo istituto ecclesiastico, poi arrivati alla scelta se diventare preti o meno, lasciavano il seminario però, comunque avevano fatto tutto il precorso scolastico. Poteva essere dalla scuola elementare fino al liceo. Dal punto di vista della città allora fino al 1800, abbiamo visto che la città mantiene in qualche modo il suo aspetto medievale caratterizzato da un continuum di edifici. Avete visto questi percorsi così ricurvi, così compatti, i fronti edilizi sono uno accanto all’altro, le strade, le stradine sono… quasi faticano a farsi strada in mezzo a tutto quel tessuto edilizio estremamente compatto. Con il 1931 il nuovo regolamento edilizio ad Orvieto compare il tipo, la tipologia della casa isolata, la palazzina, la casetta con intorno il giardino. Sono le nuove idee dell’architettura che privilegiano il rapporto con il verde, quindi l’abitazione deve avere intorno del verde. Ecco, quindi, in questo momento insomma, nei primi decenni del 1900 che c’è un cambiamento, una trasformazione del modo di costruire la città. Quindi non si prosegue più organizzando le strade, aggiungendo una casetta attaccata all’altra, ma si definiscono dei lotti, dei piccoli giardini all’interno di questo lotto figura l’edificio singolo. Nascono le prime villette nella zona che in precedenza era occupata dagli orti, diciamo quella verso nord, ed anche le prime, gli istituti scolastici, un primo asilo: il Regina Margherita in nome della regina d’Italia, per i bambini ovviamente più piccoli e poi anche l’edificio delle scuole elementari. La scuola elementare diventa obbligatoria, quindi l’edificio delle scuole elementari è più grande rispetto a quello dell’asilo e la realizzazione di questi edifici scolastici realizzano l’ultima piazza, che si può chiamare con questo termine, della città che è quella, forse ci siete passati, cinquanta metri qua dietro il Duomo, da un lato c’è il palazzo di Daniolo Crispo, un palazzo del ‘500 del Sangallo, e poi davanti questa piazza e dalla parte opposta della piazza c’è l’edificio delle scuole elementari, alle spalle c’è l’asilo Regina Margherita, di fianco poi sono stati costruiti le scuole medie, quindi è diventano il polo scolastico di Orvieto. Questo è particolarmente importante nel momento in cui, chiaramente, lo stato italiano doveva, innanzitutto insegnare l’italiano agli italiani. Perché l’ultima cosa che si poteva immaginare in Italia era di insegnare italiano e delle popolazioni che avevano ognuno un proprio dialetto. Nel giro di trenta, quaranta chilometri vi erano lingue notevolmente diverse l’una dall’altra. Uno dei primi compiti che si è dato lo stato italiano è quello di insegnare questa lingua, che era quella dei toscani, era quella di Dante, ma che non era così diffusa nella popolazione, soprattutto negli strati più comuni della popolazione. Certamente le elite già conoscevano il latino, conoscevano Dante e tutto quanto, ma la popolazione normale si relazionava con il proprio prossimo nel dialetto locale. Ecco, come arriviamo al ventennio fascista. Il ventennio fascista ha lasciato un impronta estremamente pesante sulla città. Allora, abbiamo sempre detto di questo terzo della… della collina lasciato ad orti, dopo il fascismo questo non esiste più. Allora c’è una lettura della storia della città che fa il fascismo, di fronte ad Orvieto, città d’arte, città del Duomo, degli affreschi del Signorelli e via dicendo quale interpretazione, quale ruolo dare a questa città per il secolo nascente? Siamo nei primi decenni del ’900 e il fasciamo dice, quello di città fortezza. E’ vero anche che storicamente Orvieto per come è collocata, per la rupe, era stata una città dove il Papa si era rifugiato in periodi di particolari problemi politici; scappava da Roma e si rifugiava qui ad Orvieto. E’ vero che c’era stata questa funzione di città fortezza, però questa, la militarizzazione di Orvieto diventa la carta che il fascismo gioca per dare un futuro alla città. Allora si costruisce nell’altipiano qua vicino, nell’altopiano della Alpina, un aeroporto e all’interno di Orvieto una grande, una grande caserma che poteva ospitare 5.000-8.000 persone, quindi con un rapporto tra cittadini residenti e militari, quasi di uno a uno, o poco più. Quindi vengono distrutti questi orti, questi giardini preesistenti. Viene realizzata nel ’31, l’architetto è il Marino, una grande caserma e quindi viene occupata l’ultima parte, gli ultimi spazi verdi presenti al di sopra della collina. Oltre a questo c’è anche, come dire, una militarizzazione della città, viene costruito un nuovo carcere all’interno di un ex convento, la caserma dei carabinieri. Viene requisita la chiesa… il convento adiacente alla chiesa di San Domenico, viene trasformato in Casa del Fascio e successivamente viene ad insediarsi qui ad Orvieto l’Accademia Femminile Fascista di Educazione Fisica, vale a dire la scuola dove le ragazze studiavano per diventare insegnati di educazione fisica. Scuola che nel suo genere era anche all’avanguardia, piena di tutte le attrezzature, piscine, palestre e cose del genere. Però per realizzare questa nuova struttura, altra idea geniale, viene demolita una parte della chiesa di San Domenico, una delle più importanti della città. Tutta la navata viene demolita perché al posto dello spazio occupato in precedenza dalla navata della chiesa ci deve essere la facciata di questa nuova scuola, Scuola Accademia Femminile Fascista di Educazione Fisica. Poi dopo vedremo qualcosa. Bene, poi nel periodo della guerra. Corro così dopo andiamo in giro visto anche che c’è un bel sole e siamo in tanti. La ricostruzione. Fortunatamente non ci sono bombardamenti ad Orvieto, tranne una sola bomba che cade probabilmente per errore. Invece i bombardamenti sono stati lungo la ferrovia perché si trattava di interrompere il collegamento tra Nord e Sud, tra Roma e Firenze, però ugualmente si iniziò a costruire. È il periodo della ricostruzione, tutti ricostruiscono, a Roma ricostruiscono a Napoli ricostruiscono, e anche ad Orvieto vogliono ricostruire anche se non c’era niente da ricostruire perché niente era stato distrutto. Però il problema quale è… è che c’è una nuova richiesta di abitazioni, di vani, perché le famiglie iniziano per il processo di scissione dei nuclei familiari, quindi anziché la famiglia di otto, dieci persone ce ne sono tre, tre famiglie di tre persone e quindi c’è non un incremento della popolazione ma un aumento delle richieste di abitazioni e di vani. Quindi c’è la necessità di costruire, si inizia a costruire al di sopra della rupe in tutti quegli spazi dove era possibile, vale a dire all’interno degli orti dove c’era una distanza dai confinanti possibili e si iniziava a costruire e quindi inizia la vicenda dei piani regolatori che iniziano con una figura di alto livello che è il professor Monelli, tra l’altro orvietano, adesso è in pensione, ultranovantenne è tornato qua. È stato uno dei padri della teoria del restauro in Italia, quindi è uno storico dell’architettura di grandissimo valore e fa il primo piano regolatore di Orvieto già vengono identificati i problemi che si sono trascinati per molti decenni. Vale a dire: primo, non tutte le nuove costruzioni possono essere realizzate al disopra della rupe, questo non è possibile, quindi vanno identificati a valle delle zone, dei quartieri, quelle che sia per la nuova edificazione. Il secondo punto è quello della salvaguardia paesaggistica di Orvieto, perché non si può nemmeno costruire lungo le pendici di quella collina che abbiamo visto ancora, grazie a Dio, ancora salvaguardata. Il valore delle aree è proporzionale alla vicinanza dal centro, più ci si avvicina al centro e più il terreno, l’area è di valore. Allora se non si può costruire al di sopra della rupe, le aree immediatamente appetibili sono quelle subito dopo, ma questo voleva dire distruggere completamente l’ambiente, il paesaggio di Orvieto, allora correttamente Bonelli dice no, non si può costruire, o perlomeno si può costruire con grosse limitazioni al di sopra della rupe, non si può costruire lungo le pendici perché bisogna salvaguardare l’ambiente. Questo anche nei piani successivi, quello di Piccinato, un altro grande urbanista italiano, hanno proseguito, su questa linea, la stessa cosa perché Piccinato ha fatto il piano regolatore di Orvieto, il secondo, ma anche quello di Siena. Anche lì si è deciso: i nuovi quartieri devono essere realizzati, in qualche modo separati o non in continuità con il centro antico. Quindi il tema ricorrente per tutta l’attività urbanistica del ‘900 è stato quello della ricerca di un equilibrio tra l’ambiente costruito, cioè la città storica, e la nuova edificazione, i nuovi quartieri e l’ambiente naturale. Nel corso del ‘900 ci sono altri elementi importanti, il passaggio dell’autostrada che ugualmente è accanto alla ferrovia, quindi questa vocazione turistica di Orvieto anche di un turismo rapido, giornaliero che era iniziata nel secolo precedente con il passaggio della grande ferrovia Roma–Firenze che in pratica è l’asse principale tra il sud Italia e il nord Italia, che hanno ulteriormente confermato con il casello dell’autostrada e successivamente ancora con la direttissima, la seconda linea ferroviaria, quella più rapida. Arriviamo poi negli anni 60-70 si parla di restauro a questo punto di un restauro integrale. Un riferimento, Bologna, alcune zone della città, i quartieri più poveri erano i quartieri più degradati; ad Orvieto il quartiere più antico, più povero, più degradato è il quartiere della Cava, anche il quartiere storico quello dove sono state trovate delle tracce delle mura della città etrusca, però ecco nel corso dei secoli indubbiamente presentavano anche zone di disagio sociale, allora si parlava in quegli anni di restauro integrale, che voleva dire restaurare non soltanto l’edificio, l’abitazione, la residenza ma fare un’operazione che avesse dei risvolti anche nel sociale. Quello che stava accadendo più in generale all’interno dei centri storici, e questo avviene a Firenze, a Roma e via dicendo, che avveniva una trasformazione dell’utilizzo degli immobili, vale a dire i piani terra si trasformavano in negozi, quindi diciamo l’aspetto commerciale prendeva il posto di quella che era un’attività legata all’artigianato. Le nuove coppie si insediarono nei quartieri di periferia, nei quartieri in questo caso a valle ma comunque lontani dal centro perché i costi degli appartamenti erano inferiori, i costi degli affitti erano inferiori. Il centro antico, le abitazioni antiche quindi andavano degradandosi perché il costo delle restaurazioni, dei restauri era notevole, non era alla portata delle giovani coppie. Restavano ad abitare nei centri antichi soltanto le persone anziane che quindi non restauravano le proprie abitazioni, oppure semmai venivano acquistate da persone che già capivano il valore dell’abitazione all’interno del centro antico. Allora magari la persona di Milano, oppure l’inglese che voleva esattamente venire in Italia ed andare ad abitare all’interno del centro antico. Però tutti i centri storici rischiano di non avere la possibilità di uno sviluppo positivo come, se vogliamo, anche certe zone all’interno delle stazioni ferroviarie, pensiamo a Roma, pensiamo anche a Torino, l’invecchiamento della popolazione, il degrado edilizio, il degrado urbanistico e quindi un’esistenza anche di classi sociali con maggiori problemi, la delinquenza o quant’altro. Invece il restauro integrale voleva dire, interveniamo su queste parti di città dando, non so, un volto nuovo agli edifici ma anche interveniamo sul sociale, per cui venne fatto un piano particolareggiato per il quartiere della Cava che, in qualche modo, si può dire che è stato poi realizzato anche se molto più con l’intervento del privato e meno con l’intervento pubblico. Siamo nel momento dell’ideologia marxista che imperversa nella cultura urbanistica, quindi si pensava tranquillamente: possiamo espropriare queste parti di città, restauriamo e poi vi rimettiamo la piccola attività artigiana e via dicendo. In realtà è stata una storia un pochino più complessa. Nascono comunque questi quartieri a valle, nel caso di Orvieto, si chiama Ciconia. Il piano regolatore di Piccinato identifica una zona oltre la ferrovia, oltre il fiume Paglia, che fa nascere questo quartiere, nell’idea dell’urbanista, del piano regolatore che questo doveva essere un nuovo settore urbano, una nuova città, quindi anche avere delle qualità urbane, la possibilità di attraversare il quartiere senza prendere la macchina, un rapporto tra costruito e verde, poi con la presenza di servizi. Non sempre questo è avvenuto, non solo ad Orvieto, in generale in Italia, a volte.. anzi di frequente, si è vista la nascita di questi quartieri di periferia, sono quartieri dormitorio, monofunzionali, cioè solo, soltanto residenza, c’è poco commercio, non ci sono, ovviamente, attività industriali e quella che sembrava un’idea vincente, cioè: separiamo le varie funzioni all’interno del territorio, si va a dormire, a risiedere in una zona e si va a lavorare dalla parte opposta; poi finisce che la vitalità interna a questi agglomerati non è confrontabile con quella del centro antico. La città antica invece vive di una compresenza di funzioni: quella rappresentativa, quella residenziale e quant’altro; anzi il centro antico acquista valore tanto più acquista funzioni, per cui l’edificio dove ci troviamo era ospedale adesso diventa sede di corsi universitari. Il centro antico acquista valore proprio per questa maggiore varietà di funzioni. Al contrario i quartieri nuovi demandano sempre ad altre zone il soddisfacimento di alcuni bisogni. Per cui sì stai in un quartiere nuovo, ma se devi fare sport devi andare nel quartiere sportivo; ma se devi andare a fare shopping devi andare nel centro storico perché nel centro storico trovi il negozio di Armani. Invece non solamente il centro antico è uno stimolo alla socialità in quanto è nato, nel corso… la progettazione si è sviluppata nel corso dei secoli, una progettazione mai arbitraria cioè con una creatività sempre attenta alle caratteristiche del luogo, a come gira il sole, all’orientamento, all’ombra come si muove all’interno di un isolato, è quindi in grado di offrire un’accoglienza altamente qualificata ed anche egualitaria. Non a caso nelle città italiane c’è sempre una zona, un corso, una piazza dove le persone si ritrovano semplicemente a passeggiare, un po’ un’attività peripatetica di ellenica memoria, e il centro antico riesce a fare questo, cosa che non riesce nei centri di nuova edificazione. Inoltre il centro antico riesce ad avere delle connotazioni originali, parliamo di Piazza del Campo a Siena, abbiamo un’immagine ber definita; parliamo di Gubbio, la piazza con il Palazzo Comunale è un’immagine ben definita, parliamo di Roma Piazza del Popolo o… quello che volete, quindi sono centri che riescono a connotarsi e gli interventi edilizi, i monumenti, quello che sia, riescono a aggiungersi in questo fenomeno di identificazione di connotazione del centro. Al contrario i nuovi quartieri, le nuove periferie, risultano indifferenti al luogo, la stessa periferia, può essere collocata nel nord Italia o nel centro Italia, probabilmente anche nella periferia di una città tedesca vi sono degli elementi simili a quello che possiamo trovare a Milano. Un altro tema che nel frattempo viene in luce è quello dell’agriturismo. Allora intorno ad Orvieto, nella campagna toscana, nella campagna umbra esistono tantissime frazioni, tanti casolari proprio perché il 70% della popolazione era legata all’attività collegata all’agricoltura. Ora con il passaggio dell’Italia ad essere non una nazione caratterizzata dalla produzione agricola ma dalla trasformazione e dalla produzione industriale, c’è stato uno spopolamento pressoché totale delle campagne per andare ad abitare all’interno delle grandi città. Allora che cosa fare dei tanti casolari rimasti disabitati o delle piccole frazioni rimaste disabitate? E questo già il piano regolatore di Piccinato identificavano appunto questa possibilità di turismo, di agriturismo. Allora non si parlava di agriturismo comunque l’intuizione era questa, cioè di poter recuperare questo notevole patrimonio in questa forma, cosa che sta avvenendo in questi ultimi anni. Veniamo agli ultimissimi decenni, gli anni 80, allora l’ultimo piano regolatore, l’ultima variante, la penultima, perché ce ne sarà un’altra, sarà quella di Satorni, che avete costruito, e ha individuato come tema centrale quello della riqualificazione del centro storico con un atteggiamento se vogliamo simile a quello che c’era stato nel 1800; vale a dire è il centro storico che deve dare le risposte, se perdiamo il centro storico, come vitalità, come capacità di riutilizzo, di riuso di determinati contenitori storici, per Orvieto non ci potrà essere un futuro. Qua è venuto fuori il tema del riuso del contenitore storico, da un lato quello di una indagine sulla mobilità alternativa, vale a dire la possibilità di togliere il traffico automobilistico all’interno di Orvieto; l’altro tema era quello della passeggiata archeologica e quindi i temi collegati alle pendici della rupe e al paesaggio. Gli ultimissimi anni, devo dire, sono stati abbastanza felici in questo senso per Orvieto, in quanto da una sciagura è nata un’opportunità positiva. La sciagura era quella della frana, del colle di Orvieto. Frane ce n’erano sempre state anche nei secoli precedenti, ma anche in questi ultimi decenni la rupe cominciava a dare dei segni di cedimento, delle frane che arrivavano anche a ridosso degli edifici. Allora il Parlamento italiano fa una legge, e su questa legge speciale per Orvieto c’è il concorso di tutte le forze politiche, questo sia a livello locale che a livello nazionale. Perciò si dice che Orvieto è un patrimonio della nazione bisogna investire per impedire che questa città muoia, perché proprio le frane distruggono la sua esistenza materiale. E quindi è stata fatta una legge, poi finanziata successivamente, che ha restaurato l’intera collina. In che modo, quale era il problema che si verificava? Il problema era quello delle infiltrazioni d’acqua, che, arrivando sui bordi del masso tufaceo, come il gelo nei periodi invernali, spaccava il tufo e quindi creava le condizioni per queste progressive frane. Ora sono stati fatti due lavori notevolmente significativi sono alcuni decenni che vanno avanti, ancora non sono completamente completati ma già sono a un buon livello. Sono state fatte tutte le pavimentazioni della città che ancora stavamo, probabilmente, con le fogne medievali o giù di lì, per cui era un colabrodo, tutta l’acqua piovana e non solo, finiva nel sottosuolo. Quindi sono state fatte tutte le pavimentazioni, risistemata tutta la rete idrica o fognaria, quindi per prevenire a monte il problema di questo eccesso di acqua che filtrava nel terreno e poi nei punti più critici, intorno alla rupe, delle profondissime iniezioni di cemento, una sorta di chiodatura, con questi chiodi lunghi, uso questa espressione mia, di una decina di metri che hanno veramente inchiodato tutto intorno il masso tufaceo. È stato un lavoro ciclopico, vi erano anche molte perplessità perché quando l’uomo, in qualche modo, vuole contrastare una forza della natura, un elemento naturale come è lo smottamento di un’intera collina,vi erano anche molte perplessità che, per quanto ci si sforzasse, si potesse arrivare ad un risultato positivo. Però sembrerebbe adesso invece che tutte le frane non ci siano più. In effetti questa azione combinata tra risolvere il problema a monte, cioè quello dell’eccesso di acqua che filtrava nel terreno, e poi andare a fissare, diciamo, tutte le zone più a rischio della Rupe sembra che abbia dato un buon esito. Poi c’è stato un secondo passo ugualmente importante cioè, abbiamo salvato la collina ma è inutile se sopra i monumenti degradano, non hanno restauro, allora un successivo finanziamento ha portato al restauro di molti degli edifici di Orvieto, quelli che potrete osservare, da La Cappella del Signorelli, agli affreschi della Tribuna a molti altri edifici, voi, potrete ammirarli in un perfetto stato di conservazione perché quasi tutti gli edifici hanno avuto un intervento di restauro architettonico proprio grazie a questa legge speciale per Orvieto. L’ultima parola sul tema della mobilità alternativa. Capite che questi percorsi orvietani nati per passare a piedi o al massimo a cavallo, al massimo con un carrettino, poco si adattano alla viabilità attuale su gomma, macchine o addirittura camion. È stato fatto un progetto che si chiama mobilità alternativa che prevede due scambiatori di traffico, uno a nord e uno a sud, per poter consentire ai turisti che rappresentano, rappresentavano il grosso del traffico per Orvieto, di lasciare la macchina al di fuori della rupe e arrivare al centro storico attraverso appunto dei mezzi diversi. All’ultimo momento è stato realizzato un grande parcheggio accanto alla stazione ferroviaria, è stata ripristinata la funicolare. Qui i bus turistici si fermano giù a valle, i turisti prendono la funicolare e poi sbucano accanto al Portico di San Patrizio e poi a piedi o con il pulmino raggiungono Orvieto, quindi si evita di far salire queste decine e centinaia di pullman all’interno del centro antico. La seconda fase, invece questa di più recente realizzazione invece è stata quella del parcheggio coperto al Foro Boario e quindi, diciamo a Porta Almana sul lato Sud. Un parcheggio coperto di due piani, e lì attraverso un sistema di scale mobili, che riutilizzano delle cavità presenti nel masso tufaceo, oppure attraverso un ascensore si sbuca a due passi dal Palazzo del Comune. Questo tema delle scale mobili è stato utilizzato anche a Perugia, non so se ci siate andati, e funziona molto bene. Quindi c’è un centro storico, un centro medievale che non poteva sostenere l’aggressione del traffico veicolare quindi sono stati fatti una serie di parcheggi tutti intorno che poi con delle scale mobili, in pochi minuti, si arriva in Piazza dei Priori, a Corso Venezia e via dicendo. Dopo, eventualmente, vediamo qualcosa. Allora scorriamo proprio di corsa di corsa le immagini e poi ce ne andiamo. Ecco, si diceva il tessuto medievale compatto, questo è il percorso principale dove attraversa il quartiere antico, il quartiere della Cava, ecco vedete questi fronti continui, l’abitazione addossata l’una all’altra. Ecco andiamo avanti e magari dopo ci passiamo e a piedi vi rendete conto. Ecco vedete di nuovo la sede stradale estremamente ridotta, ulteriormente ridotta dalla presenza dei veicoli. Andiamo avanti. Ecco un altro percorso… ecco questa è la Chiesa di San Giovenale, chiesa del 1000, del 1000 e passa, il prossimo anno compie mille anni. Andiamo avanti. Ecco di nuovo il quartiere medievale, come vedete un’uniformità straordinaria dal punto di vista del materiale, soltanto tufo e laterizi. Andiamo avanti. Questa è la Chiesa di San Giovanni, una chiesa a pianta centrale. Andiamo avanti. Ecco questo è l’altro materiale, il bianco e il nero, basalto e travertino usato negli edifici più importanti, come ovviamente è il Duomo, oppure in particolari dettagli della costruzione, come il portale oppure degli elementi significativi. Andiamo avanti. Ecco, qua abbiamo tre materiali, il bianco e il nero, travertino e basalto, il tufo e poi la facciata di marmo, marmo con mosaici, con tessere di mosaico dorate inserite insieme al tufo. Andiamo avanti, anzi possiamo tornare un attimo indietro, ecco vedete il rapporto, queste sono le case dei canonici del ‘200-‘300 quindi per dire lo stacco dimensionale tra l’edificio che doveva rappresentare la magnificenza della città e quello che era, come dire, un edificio normale di abitazione. Andiamo avanti. Ecco di nuovo questi materiali, la sensibilità plastica di questi torrioncini che decorano l’esterno delle absidine. Andiamo avanti, ecco di nuovo questo tema, ecco dico che a me piace molto di più i fianchi del duomo che la facciata, c’è una capacità di plasmare la materia e di giocare su elementi sottili, come può essere l’ombra e trasferisce su una superficie rettilinea o curva, infatti non sappiamo il nome dell’architetto del Duomo però era sicuramente un grande e per altri motivi, però adesso non è il caso di dilungarmi ulteriormente. In questo caso compare il marmo perché siamo sulla facciata quindi termina la partitura bianca e nera che trovate a Pisa e trovate dall’altra parte del mare, in Sardegna, trovate in Liguria e forse addirittura bisogna andare nell’Islam. Andiamo avanti. Ecco queste invece sono, vedete le differenze, le nuove palazzine, siamo nel ‘900, intonaco, il giardinetto intorno. Andiamo avanti. Questo è l’asilo è stata definita come una Villa Urbana, perché in effetti villa voleva dire qualcosa che sta in città, allora per portarla all’interno della campagna, allora si chiama villa urbana quasi… adesso ci sembra normale ma all’inizio doveva sembrare una cosa strana, perché qualcosa che sta in campagna è una villa, se sta in città è un palazzo. Invece questa era la Villa Urbana. Andiamo avanti. Ecco di nuovo l’asilo. Andiamo avanti. Questa invece è la scuola elementare, con questa scalinata, c’è un senso dello stato ottocentesco molto forte. Anche io sono andato a scuola lì, arrivavo sempre all’ultimo momento quando il portone stava per chiudere, però in effetti incuteva un po’ di paura perché uno esce dagli spazi di casa e deve entrare lì è lo stato con la esse maiuscola. Andiamo avanti. Ecco questa è l’ultima piazza nata immediatamente a ridosso del Duomo, il polo scolastico chiamiamolo. Andiamo avanti. Ecco questa è la zona verso le caserme, ecco vedete, tutto questo è la caserma, questa è la caserma, qua invece c’è l’Accademia Fascista Femminile, qua c’è il carcere in questa zona qua, per cui tutta quella zona, quel quartiere che era ad orti viene occupato da strutture militari. Andiamo avanti. Eccolo qua, se vogliamo nelle forme c’è un qualcosa di De Chirico queste alte arcate. Andiamo avanti. Ecco vedete come questa non si può chiamare piazza, cioè è un vuoto urbano, uno spazio alterato, non ha la vitalità della piazza. La piazza, almeno nell’accezione italiana, è un luogo d’incontro, un luogo dove c’è il caffè, dove i vecchietti si mettono seduti a parlare, dove i ragazzini arrivano con le biciclette e comunicano, si mettono in relazione tra di loro. Questo è praticamente uno spazio vuoto, nato solamente perché qui ci doveva essere il fronte dell’ingresso per la caserma; ma è risultato sempre estraneo alla città, è uno spazio inerte che non vibra all’unisono con il corpo sociale della città. Andiamo avanti. Ecco questo è quello che vedevamo. Allora questo volume qua è la facciata dell’ Accademia Femminile Fascista, questo invece sarebbe il transetto della Chiesa di San Domenico, ecco qua vedete, questa è una chiesa a croce latina, ecco questo è il transetto. Allora per altro era una chiesa che sul finire del ‘200 era notevolmente estesa e occupava gran parte della piazza, poi già nel 1680 a causa di terremoti e quant’altro venne demolita una parte qui e questo fronte e questa che era la facciata, il prospetto interno della chiesa era diventato invece il prospetto esterno del convento. Con il fascismo si demolisce anche queste ultime tre navate, così, una cosa fatta per bene, e si costruisce qua la nuova facciata. Andiamo avanti. Per altro quella era la sede, dato che era il convento dei domenicani, era sede dell’Inquisizione, quindi forse, non so, un po’ di sfortuna gliel’abbiano portata. Quindi questa che diventa la facciata della chiesa in realtà è semplicemente il fronte laterale del transetto, anche questo portale stava in un’altra chiesa fuori Orvieto viene appiccicato qui. Chiaramente lo Zampi, quello dei restauri ottocenteschi, e tutte le persone di cultura di Orvieto si oppongono alla costruzione della caserma a e anche qua alla distruzione della chiesa, però le scelte erano queste. Andiamo avanti. Ecco qui di nuovo si vede quella situazione, allora, qui iniziava la navata che… si estendeva da questa parte questa era la navata laterale molto stretta, infatti era una tipologia estremamente particolare, perché questa navata era di poco più di due metri, in qualche modo era una chiesa sala, un’unica sala, semplicemente che i pilastri erano staccati di un paio di metri dalle pareti laterali, questa è come se fosse una sezione architettonica. Quando gli architetti disegnano fanno le sezioni per far vedere come stanno i vari ambienti tra di loro, qui loro ci hanno dato la possibilità di vedere in scala 1 a 1 una sezione architettonica. Vedete questo vedete è il muro tagliato, questo era il fronte della chiesa che proseguiva, questo era il pilastro, ovviamente libero, si poteva camminare. Andiamo avanti. Ecco questo è l’ambiente, come fortunatamente ci è conservato, sul fronte sud, quella collina che dicevamo, quella collina dei conventi. Andiamo avanti. Ecco questo è l’acquedotto medievale, forse ve ne hanno parlato, che attraversa qua a poi risale verso Orvieto. Andiamo avanti. Qui c’è un’altra quindi il tema fondamentale per le trasformazioni della città nel ‘900 è quello che anche si presenta a chi, in qualche modo, dovrà gestire l’urbanistica della città, è proprio quella del rapporto: tra ambiente naturale, ambiente costruito. La città deve avere un suo grado di trasformabilità, un regime vincolistico assoluta porta al degrado della città stessa. Nello stesso tempo queste trasformazioni devono essere compatibili con la storia e con l’ambiente. Questa è la badia che c’è qua sotto, tra l’altro questo è un punto particolare perché, ho parlato di Santiago di Compostella, la viabilità medievale del pellegrinaggio, sapete che c’era l’asse principale, l’autostrada del medioevo era la via Francigena o Romea, a seconda del verso di percorrenza, che però non passava per Orvieto, passava vicino, passava a Bolsena. Ad Orvieto passava un altro percorso che andava verso Chiusi, verso Arezzo, che a volte era utilizzata come percorso alternativo, magari andavano a Roma attraverso la Romea e poi risalivano verso nord facendo quest’altro percorso che passava per Orvieto. E questo è il punto in cui questo tracciato risaliva la collina, qui inizia l’altipiano della Alpina, andavano verso Viterbo e si congiungeva con la Romea a Monte Fiascone e da lì si incominciava e c’era l’ultimo tratto che arrivava. Appunto alla congiunzione con questo grande percorso che da Roma arrivava appunto in Spagna. Va bene direi, visto che siamo in Italia, di andare al sole. Visita guidata al Duomo di Orvieto Conferenza-Visita: “La Cappella Nova e gli affreschi del Signorelli” Raffaele Davanzo, Soprintendenza per i Beni Culturali dell’Umbria […]. Vi ho portato qui sul… per vedere il fianco del Duomo, in realtà quello che tutti conoscete, perché comunque bene o male, su i libri di storia dell’arte italiana ricopre sempre un posto importante, è la cappella del Duomo. In realtà è proprio dall’analisi dei… della struttura dei fianchi cioè delle navate, delle tre navate che dobbiamo partire sia dal punto di vista storico che dal punto di vista prettamente […]. Perché questo, adesso vi dico come, è l’idea… la prima idea del Duomo che parte nel 1290. Ora voi dovete togliere idealmente da quello che vedete, la… questa parte che sporge, che poi è la cappella di servizio che dopo vedremo, immaginarvi un’altra di queste cappelle circolari immediatamente dopo, no, e quindi vedete il transetto che arriva fino a terra e la facciata e… diciamo, toglierla. Quindi che cosa abbiamo. Abbiamo una… una struttura molto serrata, no, dal punto di vista proprio anche planimetrico perché il transetto esce innalzato no, in… spazialmente, ma non sul fianco non planimetricamente no, dal filo delle navate, e guardate come funziona no, cosa […]anche il discorso proprio dal punto di vista proprio dei volumi. Abbiamo una partitura dei fianchi con queste cappelle circolari, che sono dei veri e propri, diciamo, la reinterpretazione diciamo, delle colonne di un tempio greco cioè sono volumi puri sotto la luce. E guardate in fondo come terminava, perché se noi eliminiamo idealmente lo spazio, la struttura della cappella di servizio, vediamo che come finisce il transetto dalla parte dell’abside finisce con questo [resello] circolare. Come vedete c’è tutta questa serie di elementi curvi che poi richiudono, con l’elemento curvo proprio alla fine del transetto. Ora l’abside attuale del Duomo è un’abside quadrata, poi vi spiego perché. Originariamente nel primo progetto che fu portato avanti per tutte le navate fino ad una certa altezza,era prevista e fu costruita un’abside circolare, capito? Quindi c’era tutta questa serie di volumi cilindrici che poi si concludevano col volume cilindrico dell’abside che era simile a questa con, diciamo, segnata da piccole colonne tra l’altro senza neanche delle grosse finestre […], oggi invece in opera c’è un discorso completamente diverso, perché questo discorso è, diciamo, fa parte della reinterpretazione del Duomo nel senso[…]. Infatti se voi vedete, io facevo il paragone col tempio greco, però a questo punto con l’architettura classica, in realtà lo è proprio perché i volumi sono talmente equilibrati tra di loro, da pensare ad una rivisitazione. Chiaramente la rivisitazione era quella delle architetture diciamo tardo antiche, le prime architetture cristiane insomma, chiaramente. Infatti non a caso in uno degli archi appunto di prima […] e l’anno della messa in opera della prima pietra. C’è un lungo dibattito nel quale, al di là di discorsi di recuperare aree del vescovo, dei canonici ecc. ecc. Perché prima vi erano due chiese: una, la Chiesa di San Costanzo che corrispondeva all’interno del Duomo attuale; e un’altra probabilmente su questo lato, parallela che è la Santa Maria d’Episcopio, cioè Santa Maria del Vescovo; una è la chiesa dei canonici e l’altra è la vera e propria cattedrale. Al di là di tutti questi ragionamenti di[…] nuova chiesa si parla di come doveva essere, quale riferimento […], praticamente il riferimento a una chiesa romana che è chiaramente una chiesa dell’arte romana, dell’architettura romana, perché la prima dell’arte cristiana però siamo ancora in un discorso di architettura romana. Anche se in realtà non c’entra niente questo paragone perché, immagino lo sappiate, Santa Maria Maggiore a Roma ha le colonne architravate invece questa chiaramente ha le colonne […]. Perché fu scelto questo paragone ben preciso e ben riferito ad un periodo particolare anche della storia della chiesa e quindi dell’architettura dell’arte che è […] quel periodo dell’inizio dei primi secoli della chiesa? Proprio perché doveva fare un riferimento a Roma e alla valenza forte […] e quindi diciamo anche agli occhi della gente, e questo viene fuori dei dibattiti di […]. Questa chiesa che a noi ci sembra anticipare di centocinquanta anni perlomeno, certe scelte che poi saranno del rinascimanto[…]al di là delle misure, delle dimensioni che è un altro discorso ma, per esempio questa soluzione di absidi sull’esterno delle navate laterali la ritroviamo nel Santo Spirito del Brunelleschi e aveva a sua volta un riferimento medievale, nel Palazzo, in un pezzo del Palazzo Lateranense che adesso non esiste più. Quindi era vista, questa… questa acquisizione, come un riferimento a proprio, a un pensiero quasi conservatore del papato e questo viene portato avanti, questo progetto per alcuni anni, fino al 13[…] non di molte persone come… tra qui Arnolfo di Cambio,e come […] progettista delle navate del Duomo. In realtà non si ha documento che… che diciamo ci dia la garanzia sul nome dell’architetto. E sicuramente è un grosso architetto […] quando voi vedete scritto sui […] architettura romanica perché in realtà l’architettura romanica in Italia va dal 1230 diciamo, che sono quegli anni in cui si cominciano le prime costruzioni gotiche in Italia; che sarebbe poi la chiesa più vicina che sarà di San Francesco ad Assisi. In realtà è un’architettura che diciamo va avanti,anche per… va avanti, diciamo anche nel tempo, perché va verso riferimenti direttamente legati… però, ripeto, era vista… era il simbolo proprio di un forte conservatorismo legato alla […] del papato. Nel 1306-1305 accade il […] c’era questa crisi viene messo in crisi questo impianto planimetrico e fondamentalmente […]. Mettetevi anche nei panni di chi gestiva insieme, perché la costruzione del Duomo, come in tutte le città, era un impresa no, fatta tra il vescovo ma anche lo stesso [pretore] […] quindi questo riferimento forte al Papa era la cosa che non, diciamo, non aveva quella forza che poteva avere nei confronti del vescovo o dei sacerdoti. Quindi viene messo in crisi questo impianto, quindi 12-13 anni dopo l’inizio della costruzione. Viene messo in crisi intanto dal punto di vista strettamente spaziale, cioè la pulizia che noi ci siamo immaginati prima, viene, diciamo, rotta dall’inserimento di quello che noi vediamo. Immaginiamoci solamente quegli archi rampanti, no che… quegli speroni che vanno contro no, il transetto e la parte in basso a destra che sarebbe il contrafforte che […] doveva raccogliere le forze delle volte del transetto. Però ecco, perché si imputava a… cioè si pensava che un giorno quelle volte avrebbero allargato le strutture verticali e quindi sarebbe stato necessario, diciamo, fermarle con delle strutture. Tenete conto che dopo si sfruttarono proprio queste strutture di contenimento per fare le cappelle, questa cappella corporale e l’abside nuova, […] quadrata sempre sfruttando queste strutture messe a sostenere il… le spinte orizzontali del […]. Però vi rendete conto che intanto per fare quello fu distrutta l’ultima cappella circolare, e poi era… era completamente diciamo rotto questo equilibrio perfetto fra spazi […] e questa fu una prima cosa in senso… diciamo statico. In realtà molto probabilmente fu un tentativo di arrivare comunque ad una planimetria a croce, vedete a croce cioè con un finto transetto sporgente, perché quello in questo momento per chi voleva la curiosità cioè: il gotico, era questo il disegno cioè proprio […]. In questo modo che cosa succede, l’abside diventa da circolare con poche finestre, probabilmente diventa quadrata, come adesso vedremo dentro, con un enorme finestrone gotico. Quindi se prima anche dentro tutta una serie di spazi erano comunemente racchiusi dentro tutta una serie di involucri no, perfettamente plastici e modellati, adesso c’è uno scatto gotico di questo finestrone no, che si alza […], e poi fondamentalmente la facciata. Mi dispiace che siamo capitati in un periodo… tanto sono io il direttore dei lavori, io sono del ministero dei Beni Culturali. […] Stiamo scendendo perché siamo partiti dalla cornice che è in basso, adesso se volete ci possiamo mettere di nuovo di fronte […] la facciata. Scusate io sto parlando molto piano, sto scandendo bene le parole, lo so che voi sapete l’italiano benissimo… Intervento: […] D: […] più di così non… già mi raspa la gola. Una cosa fondamentale c’è da dire su questa cosa; che esistono due progetti databili a quel periodo che vi dicevo prima, cioè primissimi anni del ‘300, nelle quali ci sono due soluzioni per una facciata, chiaramente per questa facciata, e di questi due il secondo progetto fu portato avanti praticamente con le stesse proporzioni e stessi eh… fino alla conclusione della facciata, perché la facciata appunto fu cominciata nel ‘307-310 ma fu conclusa con quella guglia di sinistra nel… praticamente nel 1600, quindi praticamente dopo trecento anni ma sempre seguendo lo stesso disegno,salvo, salvo una cosa che sarebbe l’inserimento di quella galleria di nicchie che sono i dodici apostoli, che sta immediatamente alla base della cuspide centrale, ora questo lo vedete anche dall’architettura di quella galleria di nicchie, che è un’architettura rinascimentale, con… là vedete paraste con il capitello, la nicchia con il catino della nicchia fatto a conchiglia, che è tipicamente rinascimentale. È certo perché questi progetti, e questo progetto, è ben chiaro come la cuspide triangolare centrale gravasse direttamente sulla zona del rosone, vedete c’è il rosone circolare con intorno tutta una serie di piccole teste che sono cinquantadue. Quindi praticamente si è seguito questo… questo progetto salvo questo inserimento di questa griglia fino al completamento della facciata. Ora tenete conto […]. Orvieto, come moltissime città italiane, nel 1348 viene colpita dalla peste nera e in una città dove,c’è un grosso… al di là delle lotte intestine politiche, che qua non erano solo politiche erano anche proprio di confine tra le varie fazioni interne, comunque non era mai mancato: né le risorse proprio di denaro, né chiaramente la volontà cittadina di portare avanti… a portare avanti la […] anche perché, come in tutti i comuni italiani, la vita stessa era organizzata e anche l’amministrazione della città, era organizzata da parte delle arti, le arti erano le congregazioni dei vari mestieri. L’arte dei muratori era una delle più importanti […]. Ora tenete conto che la peste praticamente in questo periodo uccide la metà della popolazione, non sapremo mai quanto effettivamente, colpisce però la ripresa praticamente di questa, di altre città, dura circa un settanta ottanta se non cento anni, cioè praticamente dalla fine… dalla metà del ‘300 fino al ‘420-‘430. C’è anche dal punto di vista economico, c’è una fase che [si ferma] solo negli anni 20-30 del ‘400 e lo stesso succede qui, praticamente si interrompe di colpo la costruzione della facciata. Successivamente continua nel 1450 quando si decide l’inserimento […] ma con molta lentezza viene conclusa il triangolo centrale nel 1515 e le guglie piano piano, una dopo l’altra, le ultime quelle esterne, le ultime quelle due esterne che vedete, anche lì c’è un inserimento di un tema nuovo malgrado la struttura gotica. Vedete che c’è l’inserimento al centro di un timpano semmai barocco, vedete che c’ha anche le paraste rotate a quarantacinque gradi che c’ha un certo diciamo… un valore di architettura molto molto di iterazione […]. Però come tutte queste cose che funzionano bene […]adesso malgrado ci sia poco tempo vi farei capire perché funzionava bene questo… questa sezione, questo prospetto. Anche questi elementi entrano nella composizione generale come se fosse una grande macchina, che poi nel tutto, anche ogni elemento, anche se stilisticamente discordante riesce comunque ad avere […]. Ora vedete, la loggetta che vedete al centro praticamente prosegue da una parte all’altra fa una prima grossa divisione e nell’altro senso abbiamo le divisioni date dai quattro pilastri, che vedete dall’alto vengono in basso dove si allargano in questi quattro grossi episodi scultorei, questi bassorilievi. Quindi praticamente è come se ci fosse una griglia, se pensate la stessa operazione accade ad Assisi. Lungo tutte le pareti di San Francesco d’Assisi c’è tutta una serie di partiture, nelle quali poi i vari pittori inseriscono la loro opera, però è come se fosse già una griglia bene precisa dove c’è il giusto posto, nel giusto equilibrio: per la scultura, per il mosaico, per diciamo l’architettura risorta, sia come mosaico che come inserti di marmo, e specialmente dalla parte centrale, che adesso non la vediamo, ma è veramente il baricentro di tutta la composizione. Per esempio i rapporti con la cattedrale di Siena, li conoscete la cattedrale di Siena con la facciata […] prima si pensava che la cronologia fosse questa, che ci fosse una parte bassa dei portali della cattedrale di Siena alla quale poi seguiva questa cattedrale. Tra l’altro il… sicuramente chi ha portato avanti questo progetto, non solo per la facciata ma anche questa goticizzazione, come vi dicevo, di questo Duomo diciamo neoclassico tra virgolette, cioè romanico diciamo, che non è […] senese e dopo la realizzazione di questa facciata veniva poi continuata la parte superiore del duomo di Siena in analogia con questo, analogia che in realtà lì funziona molto male come corrispondenze di linee verticali perché c’è un allargamento degli assi, c’è una specie di sovrapposizione della parte superiore rispetto alla parte di sotto che è diversa. In realtà poi si sta scoprendo ultimamente che i due edifici come facciata vanno praticamente dal livello sopra i portali, vanno avanti di pari passo, infatti fino a quella data fatidica che vi dicevo e che è il 1348 […]. […]. Dunque il lavoro, come ogni lavoro di restauro consta di […]la pulitura, il completamento […] vuol dire anche sia protezione che riequilibrare alcune zone… Intervento: Pietra e mosaico. D’Avanzo: Pietra e mosaico, e anche cioè pietra nel senso di pietra come… ci sono anche inserti di pietra. Adesso ci sono vedete tutti i pezzi che sono […]. I: […]. D:[…] che vanno avanti, anche se l’organizzazione funziona a livello di volteggio, chiaramente per diversi[…] anche cominciando dall’alto si va avanti per fasi e quindi per voltate, cioè per livelli del volteggio. I: […] da Orvieto? D: No è una ditta di restauratori che viene da Roma, anzi sono due ditte collegate. Allora vedete quello che vi dicevo prima, cioè voi dovete immaginarvi l’interno del Duomo nella sua idea, diciamo idea originale in una chiusura circolare al posto di quella invece che è stata realizzata, come vedete, sul finestrone gotico. Ecco lo scatto, il verticalismo, guardate anche come viene risolto in quella loggetta […]in realtà dovrebbe essere idealmente la prosecuzione di questo […], in realtà è un elemento molto importante, molto ben definito come […]. Come dicevo prima, intanto c’è un tentativo di allargare il più possibile a sinistra la navata centrale, le navate laterali. […]. […] non fu realizzato completamente […] chiaramente come moltissime […] italiane ma non solo italiane nel ‘500 pensò una modernizzazione dello stile e dell’architettura di allora. Adesso questo non lo vediamo più ma ha portato, ve lo posso descrivere, ve lo potete immaginare, non fu realizzato completamente ma fu realizzato solamente sulle pareti esterne delle navate laterali, ognuna di queste cappelle trasformato in un grosso altare dove praticamente vi era tutta una decorazione a stucchi che [quadrava] delle cappelle con affreschi ecc. e che invece alla fine dell’800, questo ve lo sto dicendo proprio per mettere in evidenza come il restauro ha avuto dei periodi nei quali ci si è comportati secondo dei criteri che dopo non si sono più usati e anzi sono stati considerati delle vere e proprie… dei propri sbagli. Tutta questa decorazione della fine del ‘500 fu poi tolta, grattata via, per riportarlo a quello che doveva essere il suo iniziale aspetto, ma in realtà poi non si trovò niente sul muro, e infatti vediamo che queste non sono pietre ma sono semplicemente dipinte, cioè non sono filari di pietre come all’esterno bianche e nere ma sono semplicemente [ritorti] bianchi e neri dipinti sul muro. Questo per dire che comunque tutte queste operazioni di rimodernarizzazione di questa chiesa ha comunque portato ad una perdita di grossi[…], che poi fondamentalmente era una realizzazione unitaria che comunque poi non toccava l’intera chiesa perché era solamente […] tra due pareti, più la presenza di… della grossa statua […]è stata riaperta, alzata di cinque metri che […]rappresentava l’apostolo e che quindi davano anche quel senso di scala, cioè di rapporto tra architettura e un certo tipo di scultura, quindi molto grande, e che oggi certo non avremmo fatta questa […]. Che altro vi devo dire in generale, grosse opere d’arte all’interno, salvo la cappella del Signorelli però credo che dovreste andare a prendere il biglietto […]. Ci sono il ciclo della […] nella tribuna, storia della Vergine, la vetrata istoriata di Giovanni […], siamo sempre negli anni del ‘300, e la cappella del [Corpolare] che sarebbe quella cappella a sinistra, all’esterno del transetto […]sfruttando quei partiture di contrafforti […]. E poi qui c’è, di fronte qui c’è, un interessante affresco di Gentile da Fabriano che… vediamo di girarci lì, prima di andare in fondo. Tutta la cattedrale è dedicata alla Madonna, e la Madonna compare in moltissimi […] anche nelle storie della… che citavo prima, della tribuna, lo stesso compare anche nelle storie della vetrata. Questa è una delle poche cose che si sono salvate, questo è del 1435, questo affresco, perché nel ‘600 fu poi riinglobato nella decorazione delle navate, così come ve le ho descritte prima, perché era stata trasformata in un altro [edificio]. In realtà non era più una Madonna in Trono, ma era una un supplizio mistico di Santa Caterina in quanto sull’asse destro era stata spostato l’asse come vedete perché così come è stata ripresentata adesso da l’idea di come, di che spazio ingombrava originariamente. Dicevo nella zona a destra della Madonna era stata inserita a tempera non ad affresco […] una Santa Caterina ed era cambiato diciamo […]. Chiaramente visto che questa era[…] l’unica opera ad affresco di Gentile da Fabriano, pittore italiano del periodo di […]gotico internazionale in Italia ha pochissimo peso, contrariamente alla Francia alla Germania e invece questo è un, non so se si può dire, veramente internazionale come [pittore]. Con il recupero di questo affresco c’è stato […], ma anche come […] è stato terminato da pochi anni[…] si è potuta ritrovare tutta quanta anche la composizione. […] ci sono delle cose di grande raffinatezza alla destra del trono, alla destra del manto della Vergine, in trasparenza rispetto alle arcate color giallo del fondo […] vedete che c’è una […] con una tecnica incredibile perché è come se fosse una… una spiritualità insomma una valenza […] queste cose che prima non si vedevano. Chiaramente si è perso molto non so, del manto del bambino, molte cose delle mani, però insomma è […] l’unico affresco di Gentile da Fabriano […] rinascimento prima dei grandi tipo Masaccio; è un personaggio diciamo di spicco del panorama pittorico italiano. Io direi adesso andiamo verso il fondo e vediamo velocemente la cappella corporale e la tribuna, dopo usciamo fuori e prendiamo i biglietti per la cappella di servizio. I.[…]. D.[…] quelle vetrate di lato sono tutte vetrate di rifacimento di dopo questo lavoro di restauro […]. Si è fatta questa scelta , non so per quale ragione, le vetrate originali, vetrate sono in realtà alla base con dei travertini [conciati oniciati] nel senso[…] una è una cosa di restauro. I:[…] una scelta un po’ strana. D:[…] c’è un ibrido, è un ibrido […] vetraio ha sbagliato, il mastro vetraio che alla fine dell’800 inizi del ‘900 fece il restauro della vetrata di Guarino che è invece del 1330. I:[…]. D: Ma no perché erano state qui davanti su tutto questo fronte, era stata inserita una partitura a stucco e a decorazione […] che rendeva tutta questa […] tonde non c’erano più, c’era un altare e una grossa pala […] era una nuova… un nuovo prospetto totalmente nuovo per degli interni. I: […]. D: Sì nelle cappelle, […]no queste vetrate c’erano ancora però erano tutte ridisegnate e c’erano solamente, credo, all’interno ed era solamente il pezzo quadrato ci sono ancora delle foto[…] è stato distrutto nel 1893- 94. Io volevo parlare un momento di questo, di questa statua che è una statua che in realtà fa parte del […]. I. […] alabastro. D. No in alabastro ne vediamo uno, alabastro quello di Volterra che è molto più grigio. […] dava questo effetto, il […] travertino, che è una pietra, oniciato perché assomiglia all’onice. L’alabastro è quello di Volterra, l’alabastro che poi in realtà è un […]. Quello che fu messo nell’800 nel rosone del transetto di là. Allora io volevo parlarvi di questo… questa opera che fa parte della facciata, adesso vediamo quel pannello, che fa parte di un gruppo di marmo e di […]. Infatti questa statua, la troverete no, è stata messa all’interno di un baldacchino in bronzo […] il Signorelli due gruppi di tre angeli ciascuno e il posizionamento è sulla facciata dietro […] sopra il portale principale esattamente dietro la finestra con gli archi intrecciati, esattamente lì. Che è stata restaurata è stata… e adesso c’è un dibattito forte se rimettere l’originale oppure metterci la copia e [museizzare] l’originale. Io […] sei o sette anni fa ero d’accordo a fare una cosa del secondo tipo cioè musealizzare, adesso invece, anche di fronte anche ad altri tipi di […] l’originale al posto suo. Chiaramente nel museo la visione è diversa, da vicino però […] non sarebbe mai come lo stiamo vedendo adesso […]. Questo è di Andrea Pisano e siamo nel periodo in cui il Montagni, che era il capomastro, […] e muore ’30 […] in questi momenti, la facciata, la tribuna, ma non le pitture che sono successive, ma la vetrata, ecco fanno parte diciamo, anche se non sappiamo direttamente se le ha fatte lui, fanno parte di questo momento culturale. […] Intanto una cosa, questo serve anche a capire come la scultura come ce la immaginiamo noi è un’immagine completamente sbagliata, ed è un’immagine mette in realtà dell’edonismo neoclassico del [Winkelman] del […] che conoscendo per la prima volta la scultura greca e vedendo pensavano che la perfezione fosse nella purezza plastica del marmo quando invece in realtà le sculture veramente di pietra ce n’è stata molto poca. Anche nella scultura greca è sempre rigorosamente policromata, e anche questo, adesso noi ce ne accorgiamo questo qui però basta, basta vedere, perché qua, tenete conto che lei stava là sopra al di fuori e quindi le parti più dietro erano coperte, vedete che tutto il mantello, su tutto il mantello c’è quel disegno fatto a cerchi e quello non è altro che la preparazione della doratura; per cui tutto quello che voi vedete bianco adesso in realtà era quello che era dorato e quindi ridiscendeva tutto e dovunque e che si ricollegava poi con quello che vedete che è la frangia alla base della […]. Quindi tutte queste statue erano tutte completamente policrome; non solo la statua, ma vedete anche la… vedete il trono, vedete che lì ci sono disegnate due finestrine coniche […] con tutto un decalcato e poi c’era la presenza di questi inserti, adesso che si sono liberati vediamo anche come si pone in tutto il gruppo l’idea della brillantezza […] tutto attorno che quindi che facevano del mantello. Ma ecco ripeto tutto quanto aveva una grossa valenza cromatica. […]. I: Scusi allora, ma allora vuol dire che era tutto dorato o anche bianco? D:[…]che ci fossero altri colori non ci sono […] chiaramente tenete conto poi di una cosa, tutte le statue erano trattate […] se non altro con delle lucidature che erano a base di calcio e di grassi animali, che potevano essere, dati proprio con panni, con panni, entravano anche nella struttura del marmo, si vede, se ne ha la prova […] perché ci sono alcuni piccoli strati che, in cui i grassi si sono trasformati in […] sono dei sali, dell’acido salico […] perché comunque era dato ripetutamente, e questo serviva intanto a dare una presentazione estetica […] togliere quel […] dal marmo che poi invece la […] dei primi del ‘700 ci ha abituato, del marmo. […] che poi aveva una funzione fondamentale che era quello di proteggere il materiale originale da intemperie ecc. ecc. no, e infatti tutti […]hanno perfettamente conservato anche la superficie originale si vede perfettamente dove […] hanno perfettamente conservato anche la superficie del marmo e si vede la lavorazione della pietra la lavorazione della pietra, cioè si vedono i segni no la […]. Non hai detto una cosa importante: la prima realizzazione rinascimentale nel quale veramente si cerca di fare della prospettiva, dei disegni, della presenza dell’uomo, cioè dell’uomo come colui che sta al centro del mondo il tema dell’organizzazione di tutta la scelta iconografica. Cioè voglio dire se voi pubblico come prima vista, la prima sensazione che avete è sicuramente che vi trovate dentro una grande architettura dipinta; che vedete poi come funziona (mettiamoci qui) vedete come funziona, è tutta una grande struttura che sfrutta no! gli archi della cappella per far si che ci sia un piano in cui si svolgono le scene successive e che sta tutto intorno e che sta sopra quella cornice no! Vedete, infatti, che le ombre di tutti i personaggi che stanno qui sopra c’è un alone che vengono da quel soggetto di luce di quel dipinto, e poi vedete che effettivamente il personaggio sono sopra questa cornice. Vedete che c’è qualche piccolo particolare tipo il dito di quel personaggio, no! Ecco è una grande architettura dipinta perché dà l’idea di uno spazio illusorio che si svolge al di là (no!) delle pareti della cappella, e questo è una delle grandi ricchezze del rinascimento cioè la prospettiva. […] Quindi diciamo il modo, il modo, il mistero quasi, no! come governare lo spazio cioè come rappresentare lo spazio e quindi governarlo come.. in questo modo per una […] non solo anche la parte di sotto vedete è una finta architettura. Vedete che ognuna di quelle parati che con le loro basi, vedete che le basi sono messe in prospettiva che vengono tutte per così, praticamente è come se su questo vano centrale ci fosse il punto di vista di tutto. No! Notare più o meno dove stiamo noi, in questo punto qui si nota veramente l’uomo che vede e che quindi è lui il riferimento di tutto quanto [….] Ma una cosa di più, perché qui si vede male perché c’è questa, vedete come funzionava no per terra la parte più in basso, no! vedete che era rossa, che è molto rovinata però, cioè il confine tra la base di questa struttura architettonica e il pavimento è tale che sembra che il pavimento rosso, che il pavimento rosso fin dall’inizio, continui, che quindi sia un tutto uno. Ma per qui c’è veramente c’è questo grosso […] come questo, vedete che ognuno di questi […] che appeso tra le parate e la cornice, dal quale è ritagliata questa finestra nella quale si sporgono i vari personaggi, questi vari letterati col libro […] Sul davanzale quindi con una profondità vedete che per rendere ancora più forte questo effetto, vedete che c’è il sottolineato, no! il cerchio come se fosse dei lacunari delle rosette sotto quell’arco. Come se fosse un arco visto in prospettiva che quindi l’idea di questa cosa che va oltre. Questo allora però questo è il risultato finale e [….] viene dato da Luca Signorelli che comincia a lavorare nel 1499 e comincia nel 1503 e quindi adesso sono 500 anni precisi che la […] che era iniziata nel 1447 con tutt’altro programma, con tutt’altro pittore e anche tutt’altra impostazione, diciamo sicuramente spirituale, iconografica. Allora, il lavoro comincia nel 1447 quindi siamo, cioè quello che vi ho raccontato della fine […] esattamente 50 anni dopo e comincia con Beato Angelico che, al quale viene chiesto, lui che era un domenicano che fra l’altro stava non so se lo avete visto il convento di S. Marco, lui l’ha dipinto. Si chiamava Giovanni […] e lui era anche considerato lui era anche il priore di San Marco lui era considerato un teologo diciamo di zona Borrelli oltre che buon cultore, e fu lui, e questo dai documenti si percepisce, fu lui diciamo a consigliare […] il raggiungimento del tema “Giudizio Universale”. Ora su come su come alla metà del 400 questo tema del giudizio universale sia molto forte insomma, però, ecco come in diverse epoche no! ritorna questa cosa del rinnovamento no! Della fine che è anche l’inizio di questa purificazione è […] si riconnette poi con questo […] Allora viene accettato questo tema questo del Giudizio Universale e lui che cosa fa? Dà un proprio disegno, perché lo sappiamo perché dopo il Signorelli verrà obbligato a seguire questi disegni per lunga parte e sicuramente della volta e sicuramente lui l’idea sua era la volta e la parete in fondo. Ora la volta, lui della sua diciamo progettazione esegue solamente queste due volte[…] ora queste due volte sono del Beato Angelico 1447/49 tutto il resto, come adesso vediamo, è di Luca Signorelli 50 anni dopo.OK? Allora il concetto del Giudizio Universale quindi alla base di tutto il Cristo […] perché è lui che […] vedete sta, c’ha in mano il mondo, perché il mondo era considerato [..] dalla maggior parte del mondo […] e attraverso il suo gesto cioè avviene tutto. Ora vedete c’è tutta una serie di Angeli, guardate quegli ultimi due in basso, vedete sono Angeli con la tromba. Ora quindi questo dovrebbe dare l’idea che tutto quello che poi il Signorelli ha realizzato in tutta la cappella, il Beato Angelico l’aveva pensato di fare sulla parete di fondo, nella quale sicuramente non c’erano due finestre basse che fece aprire il Signorelli, apposta. Quindi molto probabilmente la presenza di quei due angeli con la tromba qui [..] e li ritroviamo vedete sulla luce di questi altri due, vedete che ci sono altri che li realizza il Signorelli, ma sui disegni del Beato Angelico come li aveva ordinati il […] quindi probabilmente nell’idea dell’Angelico c’era al di là dei corpi celesti, cioè della […] attraverso il […] . Qui tutto quello che si sviluppa sul resto della cappella era immaginato qui. Nel senso che ci doveva essere la resurrezione dei morti, come (che ne so) succede sui bassorilievi, come i sepolcri che si aprono e sicuramente a destra c’erano gli eletti e a sinistra a sinistra del Cristo i dannati e sulla destra del Cristo gli eletti. Come ci sono c’è anche una tavola a Berlino proprio del Beato Angelico; che è una, una del Giudizio Universale. C’è questo prato, no prato c’è questo viale con queste tombe […] che si scoperchiano c’è questa visione dalla parte [..] quindi questo doveva essere concluso, concluso. La parte importante è nelle volte perché è tutto un discorso molto molto teologico sulla figura di Cristo, che lui ha la sua testa sugli […] perché lui è stato giudicato no! lui è stato giudicato e quindi ha questo […] di fronte a lui, infatti vedete che ci sono i simboli della passione, c’è la colonna e sona tutti i simboli della passione la croce ecc. no! I simboli della passione che sono quindi la prova che lui è stato giudicato e a destra cioè questi a destra collegati sono i testimoni. No! I testimoni sono i profeti, che lo furono prima perché sono quelli che preannunciarono, e gli apostoli che lo sono nello stesso momento, per tempori no! E quindi insomma da lì c’è tutta una discussione. Ci sono i ponteggi dei lavori, […] qui c’è un cortiletto c’è un cambiamento […] inserito dopo, si perché […] non sarebbe mai comparso. Allora quello è il pezzo diciamo messo sopra completa una giornata, perché un affresco si fa a giornata, cioè la quantità di intonaco che viene steso e che è uguale alla quantità che tu quel giorno pensi di dipingere, perché i pigmenti, i colori, no! devono essere messi sull’intonaco fresco da qui affresco, in modo tale che […] cioè reagendo alla calce [..] che diventando duro, diciamo facendo presa il colore venga inglobato nel […] questo è il concetto di affresco anche come etimologia no! di parola e anche come importanza tra le arti, perché forse è quello che dura di più no!. E quindi, allora continuando vedete ci sono le vergini e i martire che come Cristo rinunciarono a qualcosa della loro vita, alla vita o al loro piacere e anche qui ci sono altri testimoni questi sono i patriarchi e i […] Quindi il Signorelli la prima cosa che fa dopo che si erano interrotti i lavoro del Beato Angelico nel 1449, nel 1450 c’è il Giubileo e Niccolò V Parentucelli lo chiama a Roma a finire la cappella e lui sta un po’ qua e un po’ là, è vicino però lascia molti della bottega, molti allievi a lavorare per cui c’è […] e nel 1450 muore e lì probabilmente si blocca il cantiere. Nel.. dopo aver cercato diversi pittori anche importanti […] nel 1499 fa il contratto con Luca Signorelli da Cortona che stava in quel momento lavorando nel monastero di San Benedetto che anche lì che avevano […] lo stesso anno in cui cominciò qui il Signorelli, Michelangelo è ancora molto giovane perché sta facendo la Pietà , la Pietà del Vaticano nel1499 quindi è perfettamente lo stesso anno di che cominciò qui Luca Signorelli. E allora Luca Signorelli ho detto finisce il primo contratto solamente con quello che aveva previsto il Beato Angelico, quindi si era lasciati i disegni e l’organizzazione è quella del Beato Angelico. Però, da questa distanza noi possiamo dedurlo, la pittura dell’uno e dell’altro era diametralmente opposta. Il Beato Angelico […] quando durante l’ultima fase dei lavori lavorava come se stesse facendo una tavola cioè una cosa che si potesse vedere da distanza ravvicinata, quindi disegna veramente ogni singolo particolare, specialmente il volto del Cristo è di una ricercatezza incredibile. I peli della barba sono segnati uno per uno. Specialmente nei gruppetti vedete c’è il tipo proprio è un ritratto ognuno è un ritratto proprio cioè non è che c’è un’iconografia generale che tu riconosci subito che questo con la barba che ne so è San Pietro, no! quelle sono proprio c’è una ricerca dalla raffigurazione volto per volto con il massimo del particolarismo e il Beato Angelico ancora lavora in una concezione pienamente medioevale della perfezione che è fine a sé stessa, anche se da qui, da 15 metri di distanza nessun umano riesce a distinguere, ma lo fa perché è una perfezione che deve essere per Dio e non per l’uomo. Luca Signorelli invece, sono passati solamente 50 anni, è esattamente il contrario, lui dipinge per larghe pennellate, cioè è più una cosa che si compone da lontano come sicuramente funzionava la pittura che una cosa, più una cosa sintetica no! c’è la sintesi del tutto piuttosto che un’analisi del singolo particolare e questo viene a far parte del discorso che facevo prima. Come è profondo l’uomo e quindi la prospettiva che è l’uomo comune che aveva un certo punto di vista che sta al centro di tutta la diciamo di questo microcosmo e che poi è profondamente del rinascimento. E’ un uomo che a un certo punto anche nella sintesi visiva riesce ad organizzarsi la visione. Quindi, ecco anche un discorso perché lui è velocissimo, perché in 2 anni e mezzo lui ha praticamente già finito, perché l’ultimo anno e mezzo sono praticamente solo pagamenti, per la decorazione della fascia bassa, delle bordature. Insomma in 2 anni e mezzo lui fa tutta la parte laterale. L’unica cosa che c’era era una cappellina finita per questa […] il muro di fondo che vedete è un piccolo muro, tramezzo cioè nel […] che al di là di questo c’era più o meno una stessa scena che adesso è staccata è stata staccata […] che lui non distrusse ma coprì con questo muro e introdusse lo praticamente la stessa storia e che sono i due martiri di Orvieto che sono: San Faustino e San [..]; il primo avvocato con la macina al collo e il secondo invece ucciso in una rivolta popolare, vedete c’è un piccone, un martello nella testa. Quello che vedete è un simulacro, quella cosa verde della cassa non esiste, cioè è una cosa messa lì proprio per dare l’idea, era stata fatto per l’inaugurazione, però piacque talmente tanto che poi nessuno l’ha mai tolta. Quando è stato inaugurato il restauro, per dare un senso a queste mensole quello è , se vedete da vicino è solamente un pannellino così dipinto non è laccato, fu fatto per l’inaugurazione del restauro quando venne il ministro[…], poi è piaciuto tanto che l’abbiamo lasciato lì. Ecco, c’era solamente quello che lui appunto coprì ed era così […] Quella è la cappella della Maddalena, qui dietro c’è qualche cosa che lui ha dipinto e che poi invece fu ricoperto perché non avendo [….] Dal lato di quell’angolo si vede che ci sono delle cose dipinte che sono sicuramente […] e poi lì dietro c’è una cosa che è stata importantissima da riscoprire, perché questo è un altare fatto nel 1717 che copre un pezzo suo e che poi era il pezzo di Luca Signorelli che poi era il pezzo centrale di tutta la composizione e che fino a poco tempo fa c’erano, ci sono due telecamere dentro e c’erano due monitor che permettevano di vedere cosa c’era dentro, che poi era un po’ il nucleo di tutta la composizione e secondo […] il mio e dei miei colleghi abbiamo poi studiato e scoperto che questa cosa dava anche un senso a tutto […]. Ritorniamo al momento in cui Luca Signorelli decide di come trattare le pareti, allora le volte le aveva finite secondo il disegno del Beato Angelico, allora molto semplicemente, il discorso, lui segue le campate delle volte no! E vedete sfrutta il capitello ancora gotico per portarlo giù con una fetta […] per dare questa decorazione[…]. Comunque in, dal punto di vista iconografico dei temi della raffigurazione si comincia da qui a leggere , più o meno nel senso di […] i segni premonitori cioè l’avvenuta dell’Anticristo e c’erano questi segni cha tra […]veniva segnato come il segno della fine del mondo, poi ne parliamo dopo. Poi c’è la fine del mondo vera e propria, il sole e la luna che si oscurano, maremoti, terremoti, tutto crolla[…] poi c’è la resurrezione della carne, anche qui ci sono delle cose perfette, perché “non mi ricordo chi” credo Sant’Agostino diceva che la resurrezione e poi i corpi cioè le anime riprendono il loro corpo però nella loro figura migliore, cioè verso i 35 anni. Ogni cosa è perfettamente calibrata dal punto di vista anche teologico e poi il giudizio vero e proprio, cioè Cristo […]. La discesa all’inferno e l’inferno e la salita al paradiso e poi il paradiso. Poi sotto c’è tutta questa parte che forse è la più famosa, interessante dal punto di vista diciamo così letterario ecc. Perché sono raffigurazioni di opere, di autori che hanno riferimento anche con le cose che succedono sopra e fra di loro diciamo in maniera incrociata. Anche perché questo è sicuramente Dante quello non è Virgilio, anche se tutti […] (poi ve ne parlo per bene dopo) però intorno a lui gli ultimi tre sono i primi 11 canti del purgatorio, perché il purgatorio non è che esisteva il purgatorio, se non nella cosa di Dante, che logicamente il purgatorio viene fuori dopo con il Concilio di Trento 1531. No il purgatorio è una cosa […] Vi faccio vedere solo una cosa, questa è una cosa piena di di […] Allora l’Anticristo in realtà è raffigurato con un Cristo dal viso però diabolico, le cui parole vengono suggerite da all’orecchio […] in realtà è appunto[…] un mistificatore nel senso che è uno che dice “ti porto” e anche dopo di fronte a lui ci sono tutta una serie di dame, insomma eh intorno a lui si formano queste schiere che discutono di lui, della sua vita. Poi individuiamo alcune cose che sono […] di storia che ricorre, ci sono tanti personaggi che probabilmente sono individuabili e poi compare altre tre volte l’Anticristo. Compare al centro del cerchio in quella scena nella quale risuscita,[…] vedete quello semi inginocchiato, vedete c’ha sempre il vestito viola, c’ha sempre il vestito viola. Vedete vi avverto che mette [….] Di qua lui invece fa decapitare degli eremiti, anche questa è la ripresa della […] e poi alla fine viene crocificcato e lui viene crocifficato con la testa in giù e i suoi adepti […] Allora il discorso è questo perché intorno a questo all’Anticristo, scusate dietro c’è quella schiera di Santi, frati vedete che ci sono […] probabilmente quello più appariscente che ha quel libro grosso in mano che lo sfoglia è Santo Ferrer, uno che proprio scrisse dell’Anticristo [..] e che scrisse sull’Anticristo negli anni’70 nel 400. Come vi dicevo prima questa cosa della fine del mondo no! della fine era anche l’attesa di qualcosa di nuovo era fortissima. Pensate solo al Savonarola. Molti hanno interpretato in questo Anticristo il Savonarola che è questo frate fiorentino che diciamo decide di dare una scossa politica al papato. Il papa allora era lo spagnolo Alessandro VI Borgia a fine 400 inizio 500 (498) un anno prima più o meno venne bruciato nel 1494. […] Comunque i due corpi a destra e a sinistra nella realtà è come se rappresentassero in un certo senso vari personaggi storici.. Vedete che ci sono personaggi vestiti da antichi, ci sono personaggi contemporanei, c’è sicuramente Dante Alighieri, lì in mezzo. Vedete è dalla parte opposta, vedete più o meno vestiti uguali, vestiti più o meno come là senza la corona di allora, quel simbolo […] Sicuramente c’è lì in mezzo Cristoforo Colombo, quel personaggio vestito di giallo con [..] ora la scoperta dell’America era vista in quegli anni e direttamente dopo, come un segno della fine del mondo. Perché il […] sarebbe stata la riscoperta della 13° tribù ebraica perduta. Quindi la scoperta di questo […] era stata vista. Questo per dirvi che clima c’era in quegli anni di fine secolo, anche perché ci fu nel 1500 zero zero c’era un qualche cosa che poi stavano succedendo diverse cose in Italia e non solo, a livello proprio a livello politico. In Italia c’è stato un grosso equilibrio finché era vissuto Lorenzo dei Medici. Dunque l’anno prima per prendere possesso del reame di Napoli viene Carlo VIII in Italia che porta grosso scompiglio, però d’altra parte […] e quell’anno stesso ci fu una grossa avanzata e questa forse è anche una cosa delle cose che viene vista in Italia come fine del mondo, come fine del mondo cristiano. Perché, comunque la fine del mondo anche […] c’era questa grossa avanzata dei turchi nei Balcani. Ci fu la battaglia quella del 400insomma praticamente insomma in quegli anni lìe la conquista navale dei veneziani sempre dalla parte lì di Patrasso negli ultimi anni 97/98. Nel 98 il papa Borgia cerca con una Bolla di ampliare la […] cristiana perché in realtà anche tutte le feste italiane dei Beati vengono continuamente soppresse. Insomma, comunque era un momento difficilissimo, e se fosse stata conquistata Roma sarebbe stata la fine del mondo. No! Giusto, cioè non nel senso metaforico ma nel senso reale. La fine del mondo cristiano è allora guardate qui […] vedete c’è quel tempio e sicuramente […] come è stato disegnato [….] vedete che è occupato da una serie di milizie che trasportano […]. Da vicino si vede molto bene, da lontano sembrano così delle figurazioni sono chiaramente vestiti da insomma da […] quindi sarebbe l’occupazione fisica l’occupazione militare fisica del tempio cioè di San Pietro, del tempio intero come […] e anche perché diciamo qui un discorso dell’unità che adesso vediamo anche a livello europeo, ci ritorno dopo, peccato che non vediamo quello lì di mezzo, ritorna nel discorso generale di una delle tante chiavi di lettura della, della, di questa cappella. Una cosa che volevo farvi notare […] era una famiglia che si era divisa in due rami, […] che avevano fatto avevano continuato le lotte fra guelfi e ghibellini fino a oltre la metà del 400 e dopo alla fine si erano ricomposte con un matrimonio e da allora praticamente […] ricominciano questa attività. Perché prima lo avevano bloccato da questo diciamo lotta intestina. Il, i due che sono (ma non mi ricordo come si chiamano) diedero poi una consistente somma per la riscossione di questi diritti. […] che ricorre in questa cappella e quindi anche questo è il segno di una rappacificazione. […] Vi faccio notare solo una cosa, vedete che lì c’è un segno, è l’unico segno di perdita di colore di tutto l’affresco. Vedete c’è, è chiaro che c’è un cerchio lo vedete? E’ un cerchio […] quella è la finestra e noi vediamo anche benissimo da fuori. […] Questa è la lunghezza della costruzione, il fatto che la profondità di questi muri sono 3 metri e vi ho spiegato da fuori perché. E questo lo vedete questo è quell’arco perché […] ripreso poi continua su. Rimase molta acqua dentro la muratura, mano a mano che costruirono e quindi ha continuato a uscire a uscire sempre e quindi in quella zona dove c’erano quelle tutte le pietre messe esattamente perfettamente […] ha buttato da questa parte diciamo riducendo di molto diciamo cioè la […] quindi questo è l’unica perdita veramente che c’è. Salvo quella […] e quella lì in realtà quella zona lì,vedete che è tutta ripresa, li ci fu costruito un sepolcro a piramide nel 600 che poi fu eliminato nell’800 però vedete è stato ridipinto. Queste sono le uniche che si sono […] molto interessante è come lui riesce a organizzare questa scena. Quando prima dicevo che lui è uno che sa molto […] vedere come organizzare le grandi scene di spazi. Perché un tema come questo è complicatissimo, perché è un tema, tutta questa carne tutta assieme eppure noi vediamo che c’ha una struttura cioè le dispone come struttura di varie questo uno perché usa i colori per i diavoli che sono tutti verdi viola blu, c’è anche uno che probabilmente è il suo autoritratto, scusate non vi ho detto che lì c’è un suo autoritratto, e poi perché vedete c’è una composizione di linee perfette. Vedete che c’è praticamente sono delle […] sono dei triangoli che sono tutti sistemati per così, uno parallelo all’altro in un senso e nell’altro. Per cui ogni piede e ogni gamba, poi c’ha una proseguo prosecuzione con un altro corpo secondo la linea […] Vedete quello che dal centro diciamo da quel piede prosegue con il piede di quello con quell’altro che ha la mano così quell’altro che ha le mani così e quei due piedi che vanno per aria. E’ una composizione perfetta, precisa. La cosa interessante è che dunque sull’affresco vengono segnati, portati dal cartone che sarebbe […] i disegni. E ci sono moltissimi […] braccia o mani che sono ricalcati in un modo e c’è rimasto. […] E poi ci sono delle cose disegnate così e poi dipinte così. Perché gli veniva meglio la composizione. Capito? E questo gli ha permesso in questo grosso marasma, è la stessa cosa lo fa anche Michelangelo quando è […], perché non è composto a pezzi però all’interno di tutto[…] questo è tutto determinato da questo vortice che crea il Cristo con […] però all’interno di ogni singola scena anche lì ci sono perfettamente delle corrispondenze di linee perché se no poi diventerebbe un marasma, una cosa non comprensibile No! Ecco […] l’angelo è a […] il diavolo è al centro quello che stringe una donna così, no! Si pensa che sia un suo autoritratto, perché in realtà assomiglia molto a quello che sicuramente è il suo autoritratto che è quello biondo sulla sinistra. L’altro molto probabilmente, visto che è vestito da domenicano dovrebbe essere il Beato Angelico che ha cominciato il lavoro. […] lui è quello biondo […] quell’altro con le mani giunte […] però c’ha la veste domenicana […] è probabilmente […] Ci sono delle facce che sono ripetute 5 6 7 volte […] così e poi rigirato il cartonalo metteva leggermente così, sono tutte quasi uguali […]. Invece queste le cose di sotto […] questo discorso questo è un riferimento netto alla letteratura a dicevo quello che succede prima succede sopra. Questi qui sicuramente sono i le raffigurazioni dei primi 11 canti del purgatorio di Dante. Quattro e quattro otto […] e questi e questa cosa scura è uno scrittore della metà dell’800 Ludovico Luzzi diciamo così si auto dimostrò un teorema suo che partiva da un verso, da insomma da un pezzo di Dante. Quando Dante arrivato nel Limbo incontra i suoi poeti che erano i poeti dell’antichità che però pur essendo stati poeti non potevano andare nel paradiso perché […] e allora questi erano Virgilio, Omero, Lucano, Ovidio, Orazio e chi manca non mi ricordo [..]no erano sei e ecco infatti il sesto di cotanta spera e quindi lui era l’ultimo. Eccoli tutti e sei infatti poi Virgilio da lì comincia il viaggio. […] Allora il discorso che quello fosse Virgilio […] però la prima cosa questo Luzzi disse Virgilio no! Omero, e poi visto che tutto intorno ci sono cose della metamorfosi Ovidio, Orazio. Omero si considera lo scudo di Achille ma cioè poi Lucano e la Passaia lì potrebbe essere poeta epico con le ghiande e non con l’alloro, poeta epico poeta guerresco e Ovidio e Orazio con scene della metamorfosi. Però qui ci sono due cose subito che non vanno bene, e che sono: c’hanno tutti il serto c’è l’ha pure Lucano c’è la pure […] e poi Omero e coso e Virgilio non c’è l’hanno. Questi sono tutti ragionamenti che sono nati con questo restauro [..]. Molto probabilmente invece quello è San Giovanni, San Giovanni Evangelista che ha a che vedere con veramente con l’Apocalisse […]. Un’altra interpretazione era che fosse Stazio, perché Stazio “riporto sempre Dante” «che si buttava nello scrivere» […] però in realtà se quello è San Giovanni Battista assomiglia molto al San Govanni Battista che è quello là in alto accanto alla madonna, vedete quello a destra della madonna col libro qui è un apostolo evangelista è San Giovanni sicuramente, perché è sempre raffigurato un evangelista biondo. E lui è lì che magari scrive l’apocalisse, infatti è biondo però è canuto insomma e ha […] Intervento: […]Questo e questo guardi Intervento: soltanto due Intervento: scusi! questo giudice e questo qui, solo questi due Dal Bosco: ma anche gli angeli no! Intervento: No, no, no Solo le due [..] tutto il resto è di Luca Signorelli […] Allora probabilmente invece questo[…] molto probabilmente è Sallustio, Sallustio la congiura di Catilina. Anche qui torniamo a quel discorso della, la storiografia è un grosso colpo per la repubblica romana perché […] nella lotta interna […] Intervento: l’allusione Dal Bosco: l’allusione no. Poi c’è una cosa molto carina è questa che il personaggio che sta che arringa la folla là in mezzo il monocromo di sinistra (si chiama monocromo perché è un colore solo) vedete che sta su un .. come si chiama su un ripiano su una base su un basamento come lo è l’anticristo vedete e arringa la folla. Ora Sallustio diceva: come Catilina arringasse? la folla e che necessita circondarsi delle insegne proprio perché lui è un conservatore. Quella potrebbe essere, non so, la cattura dei suoi adepti, però sicuramente quello non è un poeta no perché un poeta non è[…] Questo discorso, questo discorso del Catilina perché quello che è un portamento di discordia come lo è l’anticristo, perché l’anticristo […] è fondamentalmente un portatore di discordia. No! Questi due personaggi: uno che guarda di qua e uno che guarda di là sono interpretati come […] anche perché non hanno dei riferimenti ai loro testi. Molto probabilmente sono solo due personaggi che servono anche per dare profondità anche in questa […] il cerchio. Qui appunto, questo molto probabilmente e ritorna il discorso dell’Italia dal Pazzaglia della guerra intestina che facevo prima e qui va bene, qui ci sono sicuramente uno è Ovidio e l’altro potrebbe essere se non Orazio può essere il Claudiano che fu che era un poeta della tarda età che sicuramente e raffigurato lì. […] Qui dietro che cosa si è scoperto? Perché la cosa bella è questo che in questo buco, questa struttura risalterebbe all’occhio in realtà è una grande […] che in questa zona laterale è andata dentro il muro NO! Invece nella zona centrale ha lasciato il muro originale e sotto uno […] cioè un passata di calcio a pennello si sono visti dei segni cioè delle incisioni insomma dei riporti dei disegni. E chiaramente questo […] è infatti sotto c’era tutta una parte, una parte che corrisponde, intorno a tutta quanta la partitura che ne so c’è tutta la cornice tutta la cornice che continua lì in mezzo, nella parte alta cioè che corrisponde […] c’è una figura abbastanza diciamo terribile che è un dannato un dannato sicuramente un dannato perché sopra di lui si vede che c’è una mano […] e che c’è un diavolo che gli sta addosso e lui si morsica la mano con […] La stessa figura è raffigurata nel monocromo sotto la finestra quello più in alto, la figura distesa è la superbia.Vedete che sta così? [..] Questo mi spiace che non si possa vedere. Questo personaggio è fatto sotto, nella cosa, nella cornice. Vedete che ci sono questi insetti, questi […] ce n’è uno uguale. Sono due tritoni sono tutti tritoni eh due tritoni uno che uccide l’altro. Sotto si vede “L’ economia dell’area orvietana, turismo e produzioni tipiche” Elvio Dal Bosco, Economista Forse lo avete già sentito da altri, ma io lo ripeterò. L’Umbria già di per se è una delle regioni più piccole d’Italia; fra l’altro come superficie ci sono solo altre 3 che sono più piccole: sono la Valle D’Aosta, il Molise e la Liguria e però anche come popolazione, la popolazione diciamo in Umbria arriva a poco più di 800 mila persone. Io che ho abitato a Roma, dico spesso “più o meno sono 4 palazzi di Roma” tutti si arrabbiano, ma insomma. Allora anche come popolazione diciamo l’Umbria è al quart’ultimo posto: meno abitanti ce li ha la Valle D’Aosta sempre il Molise e la Lucania detta anche Basilicata. Quindi ecco in questa piccola regione c’è questo piccolo circondario o comprensorio come si chiama che è fatto di 12 comuni di cui la capitale è Orvieto. Dico la capitale perché quando sono arrivato a Orvieto 20 anni fa avevo una stampa dell’800 in francese c’era scritto “Orvieto la capitale dell’Orvieten”. “Mamma mia allora siamo a posto.” Però gli abitanti sono circa 42 mila in tutto questo comprensorio di 12 comuni, di cui la metà stanno a Orvieto. Però la metà sta a Orvieto significa tutto il comune di Orvieto che è molto grande perché qua sopra sulla Rupe, il centro storico ci stanno 6000/7000 abitanti. Io trovo che, visto che vengo da fuori, da anni, è una città molto interessante, la qualità della vita è molto elevata. Ecco io comincerò a dare alcuni dati; a voi può interessare come è ripartita la popolazione attiva. Per popolazione attiva lo sapete che cosa significa? Cioè quelli che lavorano rispetto alla popolazione generale; ed è divisa in vari settori: per esempio rispetto all’Italia qui c’è ancora una buona porzione di persone che lavorano nell’agricoltura. Non tanto a Orvieto quanto nel suo comprensorio siamo sul 10/11% poi viene l’industria manifatturiera quella che si chiama “verarbeitende industrie” da voi, che è diciamo intorno al 15% quindi è molto più basso della realtà italiana che è 30%. Come si vede non è una città industriale, si vede subito e ha anche dei vantaggi di cui dirò dopo. Le costruzioni cioè la “Bauindustrie” è intorno all’11% poi c’è il commercio che è molto c’è una grande quota di commercio arriva al 15%, poi ci sono bar, ristoranti e cose del genere 5%. Trasporti 7%, i servizi privati “Wiensleitungen” siamo sui 12 e poi c’è il settore pubblico che supera di poco il 20%. Questa è la popolazione che lavora divisa per grandi settori economici. Forse avete visto che anche come tipo di industria è i rami di industria, le quote che hanno i rami di industria a Orvieto come un po’ anche in Umbria è abbastanza diverso dalla media nazionale. Nel senso che ci sono qui nella zona di Orvieto nell’Orvietano come si dice così parlando senza essere troppo precisi, l’industria alimentare arriva a quasi il 20% degli addetti cioè il 20% di tutti gli addetti nell’industria manifatturiera lavorano nel settore alimentare, che è fondamentalmente: vino, olio e prodotti tipici, di cui parleremo dopo. Il tessile è sul 33% mentre la meccanica che sarebbe in tedesco la “ maschinenebau eletronik” non arriva al 15%, quindi è relativamente molto bassa. La cosa che è abbastanza tipica è che prevale di gran lunga la piccola impresa addirittura la piccolissima impresa, tanto per dire le imprese che arrivano fino a 5 adepti, occupati “beschäftigt è l’86% del totale nella zona di Orvieto. Mentre la grande industria è solo 1%, quindi quasi non esiste, la grande industria significa neanche tanto grande, più di 50 persone che lavorano nella stessa impresa. Quindi da questo si vede che quello che prevale è la cosiddetta micro impresa addirittura, non la piccola; fatta diciamo dal padrone e qualche suo lavorante. Quindi è una cosa abbastanza caratteristica di questa situazione. Dal punto di vista del reddito che può essere interessante saperlo, l’Umbria, e Orvieto sta nelle media Umbra, la media dell’Umbria è del 13% inferiore alla media nazionale. Quindi non è fra le regioni più ricche ma non è neanche di quelle regioni povere come l’Italia del sud; e ha però una qualità della vita che secondo me supera abbastanza il problema se è nella media o se è di poco nella media. Infatti la povertà non esiste praticamente qui, cosa che anche nel nord ricco ci sono zone nelle metropoli in cui c’è e si vede. Ecco quindi diciamo che come reddito pro capite la situazione di Orvieto è nella media umbra e non lontana dalla media nazionale. Allora dicevo tra i settori prevalenti avevo già visto che c’è l’agricoltura insieme con l’industria. Dicevo, non voglio tediarvi coi dati ma dai dati che vi ho rapidamente dato, poi alla fine di questa conversazione vi darò il bollettino che pubblichiamo su Orvieto, a tutti quanti. Non ve l’ho dato prima perché se no sareste andati tutti via. Mi sembra corretto no? Io vi dirò alcune cose che non stanno lì. Quindi dicevo che i settori grassi sono l’agricoltura che ormai è passata, non è più tanto tradizionale, quanto punta soprattutto sui prodotti di qualità: C’è stato negli ultimi 10 anni soprattutto, un forte sviluppo dell’agricoltura biologica in tutta l’Italia centrale ma anche qui nella nostra zona, e poi prodotti di qualità come il vino e l’olio, di cui parleremo fra poco. Poi un altro settore che fa parte anche della conversazione che devo fare con voi è quello del turismo. Ma ci sono alcune cose che a voi possono interessare come insegnanti. E’ questo, che le scuole superiori, qui avete visto che ci sono tutte le scuole superiori che ci sono in Italia, a parte casi proprio ultra tipici ma a me non viene in mente in questo momento P: nautico D: Ecco il nautico lo dico a me che sono nato in un paese di mare, ma anche perché sul Paglia proprio grandi navi non ci passano e neanche sul Tevere ed è una cosa che si capisce. Pensi che io avrei dovuto “faccio una parentesi” fare il nautico, perché nell’immediato dopoguerra P: Di dove è lei scusi? D: Io sono di Trieste. Allora, dicevo che qui ci sono praticamente tutte le scuole, ma quello che è interessante, che dà l’idea dell’attrazione della città di Orvieto su tutto il circondario, non solo quello che fa parte dell’Umbria ma anche del Lazio, dell’alto Lazio cioè il viterbese. E’ che diciamo circa il 13,5% degli iscritti alle scuole superiori vengono da fuori regione, praticamente vengono qui dal viterbese. Lo stesso vale per la sanità, qui c’è un ospedale che è un ospedale abbastanza grande di cui il 30% viene da fuori regione, di cui anche qui la massima parte vengono dal viterbese e in parte dalla Toscana meridionale. Ecco quindi Orvieto è piccola ma è anche un punto di attrazione per altre realtà circostanti. E adesso vi darò qualche dato sull’agricoltura. L’agricoltura per esempio, ecco quale è un dato che secondo me è molto interessante, la superficie agricola a Orvieto, e al suo circondario sempre, io dico Orvieto tanto per essere più rapido, non arriva al 10% di quello dell’Umbria. Però per la vite arriva al 26% cioè il 26% del vino prodotto in Umbria cioè del 100% del vino prodotto in Umbria il 26% viene prodotto a Orvieto. Ma la cosa che è più interessante, i vini DOC cioè i vini di qualità. Il 49% ossia la metà viene prodotto qui nella zona di Orvieto. Ecco questo si vede che è chiaramente un prodotto di qualità, che spiega anche perché diciamo l’Umbria è una delle zone più ricche tanto per darvi qualche dato. I depositi bancari: il comune di Orvieto a testa di ogni abitante è il primo comune di tutta l’Umbria, addirittura è più alto, i depositi bancari per abitante, rispetto a Perugia. Mentre il secondo per i crediti bancari che dimostra che c’è un’attività abbastanza intensa. Crediti bancari e secondo me dopo Perugia che è capoluogo di regione e di provincia, quindi questo si capisce. Ecco Orvieto quindi è una città che da alcuni prodotti tipici come il vino e ultimamente c’è stata anche una ripresa piuttosto grossa della produzione di olio d’oliva di qualità. Cioè se lo sapete, ormai anche i tedeschi lo sanno meglio di me, che esiste l’olio vergine di oliva che deve essere fatto deve essere macinato a freddo e così avanti. Ecco in questa zona c’è un ottimo olio di oliva, e questo spiega anche perché negli ultimi anni è notevolmente aumentato il turismo. Perché turismo. Non solo un turismo, si parla di diversi turismi. Qui c’è stato sempre anche turismo religioso evidentemente, visto che il Duomo, diciamo a parte la bellezza del duomo, ma il duomo anche nella coreografia cattolica riveste una grande importanza. Scusate io non sono, come avete capito, un credente; però c’è diciamo questa grande Orvieto oltre la bellezza del Signorelli e del Maitani e così avanti e del Beato Angelico, riveste anche un’importanza religiosa dovuta al famoso miracolo di Bolsena. E quindi c’è stato sempre una forte corrente di turismo religioso, poi c’è il solito turismo artistico ma ultimamente si sta sviluppando grazie a questi prodotti locali di qualità che non è solo il vino ma anche prodotti di salumi tanto per darvi un’idea. Io sono stato 20 giorni fa a Parma, e che Parma è chiamata la capitale gastronomica dell’Italia, beh io devo dire la verità che i famosi prosciutti di Parma, mi hanno dato tutte le cose che sono DOC, denominazione di origine protetta, come il vino DOC, lo sapete che l’Unione Europea dà questi marchi di produzione. Il parmigiano reggiano è un grande formaggio, poi c’erano non so altre cose: il capocollo. Tutti erano DOC, io ho preso un paio di piatti di queste cose perché io vado volentieri nei ristoranti, però ho detto certo che rispetto ai nostri salumi che sono molto più saporiti, perché si sente che sono fatti probabilmente da piccolissimi produttori. Mentre lì è chiaro che c’è la grande produzione, che sarà di prima qualità, però si nota che c’è molto turismo cresciuto notevolmente anche grazie alle cose fatte dal comune. Perché il comune ha dato grande sviluppo diciamo al turismo eno gastronomico si chiama in Italia adesso. Voi sapete che c’è anche in Germania e quindi Orvieto è una delle città slow. Forse un po’ l’avete visto è veramente slow, perché oltre alle cose gastronomiche al vino buono la gente prende la vita con molta più tranquillità che per esempio a Trieste, Parma per non parlare di Milano che insomma quando per caso qualche vero umbro, non come me, orvietano va a Milano dopo 3 giorni scappa sempre. Io ve la racconto perché è bella. C’ è il proprietario di una delle migliori boutique di salumi e di formaggi che sta in via del Duomo. Prima di andare avevano cominciato a lavorare a Roma avevano fatto i garzoni i Gesellen no? Per imparare il mestiere poi si sono messi qui perché vengono da Civitella del Lago che sta sul lago di Corbara però uno dei due che era più giovane voleva un po’ vedere se poteva imparare qualcosa di più, è andato a Milano e ha detto che ha passato una notte perché poi è tornato di corsa sconvolto, mi diceva: “mi passavano così io camminavo piano questi trim trum di qua e di là non li vedevo. Andavano giù nella metropolitana poi tornavano su di corsa” diceva “io non posso vivere qua” e poi è tornato a Orvieto. Quindi la città slow, effettivamente a Orvieto queste cose non si possono .. ma sembra che sia un’eredità etrusca davvero spiega anche perché gli etruschi furono fatti fuori dai romani in un paio di giorni; che erano dei guerrieri diciamo gli altri pensavano a mangiare e a bere. No è difficile dire che dopo 2000 anni questo sia rimasto così, però probabilmente c’è qualcosa dietro a questo. Quindi il turismo è effettivamente uno dei settori di punta dell’economia orvietana, e adesso vi do qualche dato tanto così per avere qualcosa. Mentre in Umbria il turismo, cioè diciamo gli arrivi per turismo corrispondono a 2,4 per abitante ossia sono quasi tre volte il numero degli abitanti, a Orvieto siamo a 5 ossia il doppio. Ci sono 5 turisti per abitante non che ci stanno, arrivano diciamo, ovviamente questo è il modo di conteggiare il turismo, quindi è estremamente elevato. E di questi tra l’altro sul totale, fatto 100 il numero dei turisti, 35 sono stranieri in Umbria e 45 a Orvieto, quindi a Orvieto quasi la metà sono turisti stranieri che vengono si per l’arte ma penso che vengono anche loro come gli italiani per motivi diciamo il buon vivere piace anche a loro. Io che sono arrivato qui 20 anni fa circa, ho notato che effettivamente l’offerta gastronomica con tutti i ristoranti è migliorata in maniera incredibile negli ultimi 20 anni e quindi insomma io sento anche quando vado in qualche ristorante, come avete capito io ci vado spesso almeno 2/3 volte alla settimana, e il fine settimana ci sono dei giovani che vengono da Roma che sono 120 chilometri non è che sia poi qua dietro e che vengono con l’automobile e dico: “dove dormite?” “no noi torniamo a casa di sera” anche perché il giovane non è che ha molti soldi e non vuole forse spenderli in albergo, però si fa 120 km all’andata e 120 km al ritorno per venire a mangiare qua. Quindi effettivamente il settore è in forte aumento da queste parti, e secondo me è del tutto giustificato. Ecco io vi ho dato alcuni dati generali su quello che secondo me dovevo dirvi su Orvieto e sulla sua economia. Sapendo che voi siete insegnanti e non economisti. Perché poi gli economisti sono abbastanza noiosi, però io ecco sono pronto a rispondere alle vostre domande. Se avete delle domande precise o anche generali. Se c’è qualche dato che volete sapere cioè quello che ha a che fare con l’economia. P: Ci sono prodotti economici o soltanto altre cose.? D: Qui c’è una distinzione, molto almeno nella regolamentazione italiana esistono prodotti biologici in senso stretto che sono soprattutto prodotti dell’agricoltura ma non della viticoltura e dell’olivicoltura e sono prodotti per cui non bisogna usare, come in Germania, non bisogna usare concimi chimici o solo una quota molto limitata e non usare pesticidi. Tutte queste cose, questa è l’agricoltura biologica in cui si è soprattutto sviluppata l’agricoltura biologica almeno quella che viene registrata perché nel settore proprio dell’agricoltura e non dell’allevamento, allevamento degli animali. Sebbene la cosa a me anche come economista mi sembri molto strana, adesso ve la dico subito perché anche questa è carina, secondo me. Quando io sono arrivato ad abitare qui nell’80 avevo vissuto 10 anni a Roma che ha 3 milioni di abitanti poi a Francoforte 3 anni e poi quando sono venuto qua sono andato in una macelleria qua sopra e vedevo tutte queste belle cose e poi dicevo: “mi hanno detto di venire da lei perché lei ha la carne molto buona” allora questo macellaio mi fa: “ io ammazzo solo io c’ho solo carne che io conoscevo l’animale prima”, io me lo sono guardato e dicevo tra me e me «certo deve essere una carne molto buona perché l’idea che un macellaio di Roma poteva conoscere la carne cioè l’animale ho capito che era effettivamente perché c’era ancora la conduzione familiare». Ma ancora adesso si vede nelle macellerie dove la carne arriva da tutta la regione ovviamente, oltre che da qui. Però ci sono contadini che portano polli e fanno baratto Tauschgeschäft con il macellaio che gli dà magari un po’ di vitello che lui non ce l’ ha e lui gli dà i polli propri. E sono veramente freilauten sono polli felici, ruspanti si dice qua, lo so che a voi non devo insegnare l’italiano ecco sono polli ruspanti effettivamente. C’è proprio il baratto, non è che gli dà dei soldi, ti do un pezzo di vitello che tu non hai e tu mi dai così si fa anche coi conigli e altre cose. Io da quando sto qui noto che la carne ha un altro gusto effettivamente, anzi di solito quando vado da altre parti d’Italia nelle grandi città preferisco non mangiarla perché dico: “chissà che cosa mi daranno?” Probabilmente molti non si fanno neanche registrare perché hanno pochissime. Qui esiste, per esempio, non l’ho neanche detto, nell’agricoltura oltre a esserci anche grandi imprese che hanno oltre 50 ettari e quindi sono grandi, ci sono anche piccolissime imprese oppure è molto diffusa l’agricoltura come seconda occupazione. Cioè gente che magari lavora a Roma addirittura o che fa il manovale o che fa qualcosa, poi a fine settimana cura il suo pezzo d’orto, che intanto è per auto consumo come si dice, che non vuol dire consumo in automobile, auto consumo vuol dire un’altra cosa. E poi vanno in piazza, vendono oppure scambiano prodotti come si usava prima che arrivasse il mercato. Però è interessante questo, quindi dimostra che c’è una notevole quantità di agricoltura tradizionale che probabilmente non viene registrata perché nessuno di questi che fanno i contadini a tempo perso va a registrarsi come azienda biologica, ma chiaramente lo fa. Comunque questo è netto, mentre fino a 10 anni fa non c’era quasi l’agricoltura biologica registrata, adesso c’è. Per il vino invece va sotto un cosiddetto disciplinare cioè che tu non puoi fare il vino come si vuole, il vino deve essere fatto… Io lo dico chiaro e tondo, quando sono arrivato qui il vino che si comprava diciamo dalla cooperativa della winsengenossenschaft era terrificante, non solo ma io vedevo arrivare, siccome mia figlia andava a scuola alle elementari sotto lì, vedevo arrivare vicino a questa cooperativa delle grandi autobotti della Sicilia e capivo benissimo cosa voleva dire. Portavano il vino che veniva tagliato e quindi adesso di questi non si vedono più. Cioè il disciplinare impone che chi porta il vino alle cooperative rispetti tutta una serie di regole. Prima di tutto la composizione del vino classico di Orvieto che è fatto con 5 tipi di uva. Quindi bisogna rispettare questo e poi che sia insomma vino fatto veramente, che arrivi dalla vigna. Perché come si dice in Italia sembra che il contadino o vignaiolo quando moriva diceva al figlio: “Ricordati figliolo che il vino si può fare anche con l’uva”. Io so che da Trieste partivano dei grandi transatlantici negli anni 30 non transatlantici cioè navi da carico che andavano in sud America, perché c’era mio zio lì che era cuoco. Mi diceva che partivano con dei grandi serbatoi vuoti poi prima di arrivare in Argentina venivano riempiti d’acqua e buttate dentro delle polveri che venivano da Verona e arrivavano lì a Rabino, questi poveri argentini. Vedete quindi c’era questo ma già dagli anni 30 non che…. la chimica era già molto sviluppata. Qui c’è questa distinzione tra biologico e disciplinare. P: Io sono stato una volta nel Lazio in un ristorante, agriturismo; ed era tenuto, come mi hanno spiegato, […………………] soltanto da prodotti, prodotti nella [….] Mi sa spiegare questa legge o questo regolamento che c’è? D: Io so spiegarlo in teoria ma ho qualche dubbio sulla pratica. Sempre ci sono questi e quelli. Credo che prima, all’inizio doveva essere proprio così che era più o meno previsto che una famiglia contadina mettesse a disposizione, come in Germania, come si chiama Ferier auf dem bauer cioè che loro mettevano a disposizione una stanza e c’era da mangiare quei pochi prodotti che producevano: latte e uova, queste cose qua. Poi credo sia stato modificato perché si è visto che cioè una parte di quello che veniva prodotto. Ma io ancora adesso ho qualche dubbio che alcuni non producono assolutamente niente ed è un modo non corretto di godere di vantaggi fiscali che viene accordato loro rispetto agli alberghi tradizionali. Questo c’è però, c’è qualcuno che veramente fa così. Ce ne sono proprio nel Lazio tanto per dire qua vicino, l’ho scoperto l’anno scorso, già questo lo dimostra lui apre solo d’estate poi solo a fine settimana che dimostra che se no non potrebbe dare tanta produzione, e lui ho visto che sta vicino a San Lorenzo lui ha solo carni, non ti dà manzo o queste cose perché non ce l’ha ti dà pollo, coniglio e qualche altro volatile che potrebbe essere la faraona ma che è sua poi c’ha le uova, c’ha formaggio, le verdure, non c’è dubbio la pasta, beh quella la compra non è che deve fare la pasta, la fa anche in casa, ma comprare la pasta mi sembra normale insomma, anche il pane. Ci sono certi prodotti come l’olio è il suo e il vino anche. Ecco quindi questo è un tipico caso di vero agriturismo che non sono molti credo, ma ci sono alcuni. Sì nota anche perché sono molto più semplici, si vede che il padrone è un contadino, mentre ci sono quelli che io conosco che hanno la laurea. Insomma mi viene qualche dubbio no? P: Ci sono quelli che fanno anche la Nouvelle Cousine? D: La nouvelle cousine appunto, c’è una legge che poi venga non sempre rispettata anzi spesso. Comunque hanno avuto un grandissimo successo questi agriturismo. P: Lo sviluppo della popolazione ci può dire qualcosa e se i giovani rimangono? Quale è la situazione? D: Nella zona qui c’è un forte pendolarismo con Roma; pendolarismo con Roma soprattutto per attività o professioni molto, molto qualificate perché siccome a Orvieto ci sono tutti questi istituti superiori vengono fuori molta gente, diciamo più qualificata di quanto serve per l’economia locale. E poi vanno all’università a Perugia o a Siena o a Roma stessa o a Firenze, la borghesia è abbastanza ben rappresentata a Orvieto. Io ho una figlia che per esempio lavora a Milano perché neanche a Roma c’è il suo lavoro, cioè è talmente specializzata e quindi è andata volentieri perché essendo come si chiama bastarda, meticcia ha la madre tedesca e quindi cioè non ha problemi. Bastarda vuol dire non perché è tedesca perché è di due cioè io sono italiano lei è tedesca, si dice meticciato, si dice adesso come sapete. Lei non ha mai avuto, siccome non ha proprio un legame come i veri orvietani che sono etruschi con Orvieto, lei è andata a Milano tranquillamente, però anche lei siccome il lavoro le piace molto, fa un lavoro di ricerca e le piace moltissimo, però non sopporta la città. Perché lei dice che i milanesi sono ben peggio dei tedeschi in questo senso. Lei dice che quando i tedeschi lavorano, lavorano poi dopo vanno fuori e si divertono. Allora lei ha 30 anni, i suoi colleghi che hanno anche 30 anni con cui sta anche quando escono, intanto lavorano normalmente dalle otto alle cinque con un intervallo però nessuno esce prima delle ventuno di sera, alle nove di sera. Perché non sta bene, perché è chiaro che c’è la concorrenza la carriera queste cose qua è evidente. Dopo di che quando le poche volte che escono parlano solo di lavoro e di soldi non parlano d’altro, non esiste. Allora lei ha una grande nostalgia di Orvieto. Perché insomma qui la vita è tutto, non solo ma mia figlia che secondo me è come si dice in Italia cioè: “ i figli non cascano molto lontano dall’albero”. P: Stessa cosa in tedesco D: Si lo so. Allora lei, un mese prima di laurearsi, è diventata sommelier. Prima di pensare solo allo studio pensava anche giustamente a godersi la vita e si trova in questa città terribile che dove appunto, si pensa solo a lavorare. Però ecco quel tipo di professione se lei vuole venire non qui perché non c’è, deve scendere non di qualifica perché la qualifica gli resta ma deve scendere le sue pretese devono diminuire per capirci, deve fare un lavoro meno interessante allora a Roma lo trova altrimenti non lo trova. Ma questa è una cosa quasi unica, ma normalmente effettivamente parecchi giovani vanno a Roma ma non è che lo trovino. Ma siccome anche io ho viaggiato quando insegnavo all’università a Roma almeno 3 volte alla settimana, non mi sembrava una cosa così faticosa. Perché in treno si arriva in un’ora; non solo, arrivando in un’ora a Termini da qui spesso si è molto più rapidi di uno che sta in periferia a Roma, il quale preso nel traffico, la zona dove c’è la metropolitana funziona ma dove non c’è la metropolitana ci impiegano un’ora e mezzo per arrivare in centro. Non solo, loro stanno sbattuti magari in un autobus. Quello che parte da qui in treno, sta lì, legge, studia, lavora se vuole o prepara le cose insomma. Quindi c’è questo fenomeno di pendolarismo, che poi verso una certa età più o meno la gente cerca, trova un lavoro qua. Insomma ecco quando gli diventa pesante o che mette su famiglia credo che verso i 45 anni smettono tutti di pendolare. Ecco tanto per capirci qui non c’è un problema di disoccupazione in senso stretto. Voi sapete come viene misurata la disoccupazione; tanto per fare un bell’esempio in Germania ci sono 4 milioni e mezzo di disoccupati, negli Stati Uniti ce ne sono 7 milioni. Ma perché negli Stati Uniti chi lavora un’ora alla settimana è considerato occupato, cioè voglio dire deve avere un reddito meraviglioso per lavorare un’ora alla settimana. Ci sono alcuni professori di Harward che gli basta lavorare un’ora. Mi ricordo che prendevano 80 mila euro no 40 mila, 20 mila per insegnare un’ora in Europa. Beh certo con 20 mila euro in un’ora ne puoi fare anche una ma in un mese. Invece qui ci sono disoccupati registrati, ma poi fanno un sacco di lavoretti come si usa in Italia. A Napoli si chiama l’arte di arrangiarsi, poi nel comune c’è uno sportello per il cittadino dove uno può andare, li vedi continuamente scritto “cercasi, cercasi, cercasi persone che vogliono”; cioè anche ormai per esempio nel settore dell’edilizia perché forse avete visto perché qui quasi ogni seconda casa viene rifatta la facciata, non so se avete visto è pienissimo di cantieri edili, ormai non si trova neanche lì, arrivano ditte anche dal sud dell’Italia per riuscire a venire incontro alla domanda di restauro di case. Però ecco nei settori più progrediti, sebbene adesso qualche azienda di informatica si stia stabilendo addirittura qui perché trova una zona abbastanza buona dal punto di vista delle infrastrutture. Perché, non so se avete visto, c’è la ferrovia che c’è una direttissima fra Firenze e Roma cioè la direttissima è quella dell’alta velocità per capirci e poi c’è l’autostrada e poi la zona industriale che sta sotto Orvieto credo che sia quasi finita. E’ tutta cablata, sapete cosa vuol dire cablare? Sì, cioè nel senso che c’è una connessione in Internet con tutto il mondo P: kabeln weiter D: Sì kabeln weiter. P: Scusi ma a Orvieto gli extracomunitari non ci sono vero? D: Sì, ci sono come no! Sì, sì, anzi questo volevo dire Orvieto da parecchi anni ormai c’ha un salto fra quelli che vanno via da Orvieto e quelli che vengono. Cioè salto tra immigrazione e emigrazione, che è molto forte a favore di Orvieto come immigrazione, questa immigrazione è quella registrata come si dice regolare e c’è in parte anche dai paesi extracomunitari soprattutto dall’Africa del nord, ma negli ultimi anni soprattutto dall’Europa centro orientale dall’est. Per esempio qui sono moltissimi che lavorano nell’agricoltura; e vengono dalla Moldavia dall’Ucraina e dalla Bielorussia soprattutto. E questi sono anche in parte clandestini. Alcuni sono clandestini in parte sono aiutati dalla Caritas e poi le autorità chiudono credo 3 occhi giustamente perché c’è bisogno di questa mano d’opera. Questo c’è sì. P: Ma ci si può mettere in regola oggi? D: Sì, ci si può mettere in parte in regola, però il governo centrale non è che sia molto favorevole all’immigrazione cioè le imprese sono favorevoli però per i loro motivi. Voi sapete che c’è Bossi nell’Italia del nord, che è uno scatenato razzista quindi, insomma, cerca di dire che non devono entrare extracomunitari in Italia anche se lui è razzista anche con i meridionali. Forse anche con quelli di Trieste, magari perché non stanno in Padania. Certo mi sembra ovvio perché quando lui mi dice: “Va beh tu sei padano!” Come sono Padano? Sono di Trieste idiota! Il Po mica arriva fino a Trieste. Va beh. Quindi questa è la situazione. P: Comunque rispetto a certi comuni del Veneto: Vicenza, le concerie di Vicenza; Treviso per l’agricoltura; Venezia per il lavoro nero; Verona per lo spaccio purtroppo della droga… D: Sì non c’è paragone. P: Comuni della stessa grandezza. D: Sì, ma lo so nel nord è chiaro perché è proprio nella zona del Veneto la piccola industria… insomma il famoso miracolo del nord est si basa anche sul lavoro degli extracomunitari. Sì però anche sul lavoro degli extracomunitari gli danno 4 soldi. Altre domande? P: Le piccole industrie per esempio, ho visto un vecchietto facendo delle sedie con materiale con la paglia. Questi mestieri sono ancora vivi o spariscono. D: Credo che spariranno, credo di si, perché si vede che sono solo anziani ancora che lo fanno. Però in qualche settore c’è stato un tentativo, per esempio credo che stia andando in porto di tornare a fare i ricami classici che si facevano a Orvieto nell’ottocento. Anche perché si vendono a prezzi veramente elevati. C’è un ritorno perché le giovani donne si rendono conto che possono guadagnare un sacco di soldi per dire.. P: C’è stato un tentativo un corso di formazione per i ricami, no? P: In ogni caso i prezzi sono anche giustificati. D: Certo che sono giustificati, ecco perché se i prezzi non sono giustificati il giovane non fa più questo lavoro. P: Per il lavoro femminile c’è una legge per favorire il lavoro delle donne e la costituzione di piccole imprese a maggioritario femminile. P: Sì certo c’è da discutere su questo, però è un tentativo per incentivare, in Umbria sono solo quelle piccole imprese costituite dalle donne grazie a questa legge anche nel campo delle nuove tecnologie. D: Sì, certo, certo P: L’immobiliare, si è verificato da noi un problema nel mercato immobiliare, ci sono delle case vuote. D: Anche qui ci sono, sì nel centro storico, sì parecchie P: e il prezzo è al metro quadro? D: È un prezzo molto alto, il centro storico è come a Roma P: il centro storico adesso si va no? Diciamo da un minimo se non erro di 3 milioni al metro a 5/6 milioni al metro D: Sì lo so perché io ci abito P: 3,000 euro è parecchio caro per una piccola città. D: Questi padroni di casa che si lamentano sempre perché poi hanno magari dei negozi di commercio e così avanti, io ho detto: “cari miei se non” dice: “ah la gente scappa da Orvieto” grazie se non ci sono case vanno a abitare giù, diciamo nelle frazioni fuori dal centro storico. Voi tenete le case vuote dopo di ché quando sta per crollare gli viene in mente che forse avrebbero dovuto restaurare e dare in affitto P: Certo, certo D: Ma quando la casa già crolla dopodiché hanno già perso anche le mutande e io sono felice, tanto per capirci. Cioè questa stupidità, avidità di denaro che poi alla fine non sanno fare gli economisti, quindi insomma poi dopo hanno perso tutto insomma ecco. Quindi di queste ce ne sono moltissime qua. “Ah chi lo sa chi mi viene in casa” chi vuoi che ti venga in casa. Ecco perché in Italia si è così diffusa l’idea di comprare la casa. Chiaro non c’è nessun paese che l’80% della popolazione vive in case di proprietà P: Anche in Inghilterra D: anche in Inghilterra. In Germania no, so che non è la metà P: Le seconde case D: seconde case è un altro discorso. Ma la prima casa è un altro discorso, anche i giovani dicono: “ma perché io devo pagare l’affitto che sono soldi buttati? Se io prendo un mutuo in banca anche per un piccolo appartamento in una grande città. Va beh pago per tanti anni ma dopo diventa mio” Perlomeno invece di buttare i soldi perché poi gli affitti sono molto alti adesso. “20 anni fa c’era stato l’equo canone che è stata una legge che appunto impediva di alzare gli affitti come volevano insomma. E dopo di che però siccome a questo punto nessuno dava più in affitto la casa, a un certo punto hanno dovuto allentare questa legge. P: Oppure si aggirava… D: si aggirava, quello è chiaro. Forse adesso un po’ l’han capito anche a Orvieto. Infatti voi vedete che si mettono apposto case che sono proprietari che dopo li daranno in affitto. Spero. P: Un’altra cosa, forse anche con l’aumento del numero di studenti che cercano anche per periodi brevi: 1 mese, 2 mesi, 3 mesi appartamenti che vengono ristrutturati in mini appartamenti, cioè si va verso un fenomeno rilevabile e si orientano i proprietari di casa a fare piccoli unità immobiliari destinate agli studenti e anche ai professori che sono interessati. D: Questo si è già visto a Perugia per cui i proprietari di case a Perugia guadagnano tanti di quei soldi proprio con gli studenti appunto cogli studenti P: Diciamo Perugia dove conosciamo molto bene il fenomeno lì c’è uno sfruttamento intensivo dello studente Perché lì mettono in un appartamento 5/6 studenti 2 per camera e fanno pagare non meno di 300/350 mila delle vecchie lire a posto letto se non 400 mila lire D: 200 euro a posto letto P: eh 200 euro a posto letto che è tanto D: per uno studente sì; ecco una città come Perugia ha 135.000 mila abitanti grosso modo e 35mila studenti universitari. Dopo ci sarà solo birra. Con tutta l’acqua che mi sono bevuto qui per parlare. Per oggi acqua neanche per scherzo. Allora scusate se vi interessa io ho portato per voi questo bollettino economico così ve lo ho portato se vi interessa. Ve lo venite a prendere o ve lo porto io? P: veniamo a prenderlo. D: È l’ultimo numero. Aspetti della tradizione enogastronomica dell’Orvietano Lorenzo Polegri, Gastronomo Ristorante “Zeppelin” Manca la trascrizione Conferenza-Visita “Orvieto underground” Claudio Bizzarri, Archeologo Manca la trascrizione

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